12 Marzo 2003

Ore 8:45

“Stazione di Quattro Giornate. Prossima fermata Vanvitelli”

Le porte si aprirono e Nicola scese dal treno. Strinse di più la sciarpa intorno al collo per ripararsi dal vento che arrivava appena il treno ripartiva. Uscì dalla stazione e guardò il cielo. Era grigio ma non prometteva pioggia e lui era un tipo previdente, aveva sempre con sé il suo ombrello tascabile. D’inverno come d’estate per lui era d’obbligo, non si poteva mai sapere e non doveva farsi trovare impreparato.

Un tipo con la testa sulle spalle, bisogna dirlo. Sempre ligio al dovere e mai incline ai piaceri. Figlio unico, dalla morte della madre qualche anno prima era l’unico a prendersi cura dell’anziano padre. D’altronde era arrivato scapolo all’età di 47 anni quindi doveva pur darsi uno scopo nella vita a parte il lavoro. Il padre era costretto a stare a letto tutto il giorno e lui con l’aiuto della legge 104 poteva accudirlo ogni giorno. Questo impegno continuo però non gli negava un’altra attività costante della sua vita. La comunità ecclesiastica.

Da quando era stato messo al corrente della malattia che aveva portato via sua madre Nicola si era avvicinato alla Chiesa. Prima come un appiglio a cui aggrapparsi nei momenti bui, quando credi che soltanto l’intervento divino può farti stare meglio. Poi con il tempo anche dopo la morte della madre aveva preso a cuore quel contesto, tutti gli volevano bene e lo circondavano di amore. Insieme a loro stava bene, cominciò con le attività in parrocchia come dare una mano nelle pulizie, all’offertorio o nel mettere a posto le sedie dopo le messe. Con il tempo divenne uno degli oratori fissi, direttore del coro, organizzatore degli eventi benefici. Era sempre presente, il suo operato era di esempio per tutti. Casa, lavoro, Chiesa. Questa era la vita di Nicola e lui ne era felice.

Quella mattina era sceso presto per alcune commissioni. Doveva prima di tutto andare a prendere dei libri per il catechismo dei bambini. Li aveva prenotati in una libreria del Vomero e doveva andare a ritirarli. Al ritorno sarebbe passato per il mercatino di Antignano a prendere un po’ di roba da mangiare da portare a casa.

Camminò in direzione della libreria quando vide sul ciglio della strada un senzatetto che chiedeva l’elemosina. Sapeva che anche il miglior cristiano non poteva fermarsi a dare qualcosa ad ogni mendicante sulla strada, ma quell’anziano gli faceva tenerezza. Era raggomitolato per il freddo ed aveva una sottile coperta a ripararlo. Probabilmente dormiva. Si avvicinò a lui e gli diede un euro senza svegliarlo. Questo improvvisamente, forse destato dal rumore della moneta si alzò di scatto e con la mano bloccò quella di Nicola. Sembrava furioso, lo guardava con gli occhi iniettati di sangue.

-Credi di essere migliore di me? Credi che questa moneta mi possa sfamare oggi? Dammi tutto quello che hai se vuoi veramente fare qualcosa per me

Nicola era stranito ed impaurito. Il vagabondo non mollava la presa e lui voleva solo andarsene e continuare per la sua via. Si guardava intorno cercando con gli occhi qualcuno che potesse aiutarlo ma tutti camminavano incuranti e indifferenti per quello che stava succedendo. Ognuno pensava ai propri affari e quello non era di loro competenza. Qualcuno gettava uno sguardo, magari si impietosiva per il senzatetto e giudicava il comportamento di Nicola. Era teso e decise per una soluzione più drastica ma efficace. Con un calcio spostò il corpo del clochard che cadde disteso a terra. Finalmente era libero. Si guardò ancora intorno e si rese conto che tutti lo stavano fissando. Sentiva i loro mormorii.

“Poverino, era solo un barbone”

“Che bisogno c’era di dargli un calcio”

“Ma non si vergogna?”

Sentiva il bisogno di chiarire l’equivoco e prese a parlare ad alta voce gesticolando visivamente.

-Ma non l’avete visto che è stato lui a bloccarmi la mano? Io gli ho dato qualcosa ma lui ha reagito male. Avete solo visto la parte finale ma prima non avete notato che ha iniziato lui?

Niente, nessuno lo ascoltava. La gente continuava a camminare senza fermarsi, non erano interessati a quello spettacolo. A quel punto Nicola si riaggiustò il cappotto e riprese il suo itinerario. Mentre camminava sentiva la risata sguaiata del senzatetto. Pensò che fosse ubriaco già di primo mattino, era l’unica spiegazione. Doveva però calmarsi e fare in modo che quell’episodio non gli rovinasse la giornata.

Arrivò sulla via che conduceva alla libreria quando a terra notò una carta di colore bianco e giallo. Si avvicinò incuriosito e si accorse che non era una semplice carta ma una banconota. Una banconota da duecento euro. Non era strano che in quel periodo la gente perdesse monete, non si era passati da molto dalla Lira all’Euro e prima non si usavano così tanti spiccioli rispetto alle banconote. Ma di soldi di carta di solito non se ne vedevano per terra, specialmente di quel taglio. Nicola era sorpreso ma in senso positivo. Quello poteva essere un segno dal cielo, qualcuno sapeva che lui era una brava persona e lo stava ricompensando. Non come quelle persone prima, che lo guardavano con occhi di superiorità.

Prese subito la banconota e la mise in tasca senza controllare se fosse autentica o contraffatta. L’avrebbe sicuramente spesa in libreria per prendere i libri che aveva ordinato, in questo modo la spesa non avrebbe gravato sulle casse della parrocchia e avrebbe reso tutti contenti. Non riusciva a trattenere un sorrisetto sul viso. Stava per entrare in libreria quando una voce lo trattenne. Era la voce di un uomo, stava quasi urlando con sé stesso. Sembrava preoccupato. Nicola lo osservò con attenzione, sembrava una persona distinta. Aveva un vestito elegante scuro ed un cappotto lungo. Portava nella mano sinistra una valigetta, visto così sembrava uno di quegli uomini in carriera dei film americani. Uno uscito da Wall Street, per intenderci. Dal polsino sollevato riuscì addirittura a vedere un orologio che sembrava costosissimo. Nicola si fermò sul marciapiede per origliare quel monologo.

-Ma come ho fatto? Dove può essere? Ma guarda te se questo cappotto pagato un occhio della testa deve avere una tasca bucata

Qualche passante si fermò ad aiutarlo.

-Serve qualcosa?

-Cosa avete perso?

-Avevo dei soldi in tasca ma ho visto ora che era bucata. Forse sono cadute delle banconote qui in giro

Qualcuno si mise a cercare con l’uomo le banconote che aveva perso, ma invano. Nicola pensò a quel punto che i duecento euro fossero sicuramente di quel signore ma qualcosa lo frenava. Iniziava a dubitare. E se quell’uomo stesse inscenando quella recita perché lo aveva visto prendere la banconota a terra? Magari quei soldi non erano suoi, quindi perché darglieli? Inoltre, si vedeva lontano chilometri che quell’uomo era ricco, magari quei soldi facevano più comodo ai ragazzi della parrocchia che a lui. Ecco, lui non ne aveva più bisogno quindi non c’era nessun motivo per dire che li aveva presi lui. Rimase zitto a guardare la scena quando all’improvviso un ragazzo interruppe i suoi pensieri.

-Le porto qualcosa fuori o sta entrando?

In quell’istante Nicola non capì, poi si rese conto che si era fermato di fianco alla libreria proprio davanti all’ingresso di un bar. Stava ostruendo il passaggio quindi il barista gli stava solo chiedendo gentilmente il motivo di quel piantonamento.

-Sì, scusi. Ero sovrappensiero

Ci pensò su, un caffè ci voleva proprio.

-Magari entro, dov’è la cassa?

Andò alla cassa per pagare un caffè, ma passando vicino al bancone aveva visto delle sfogliatelle così invitanti che era difficile resistere. Certo, anche il babà non era male.

-Un caffè e una sfogliata. E anche un babà, grazie

-Vuole anche un Gratta e Vinci?

-Mmmm… Perché no? Oggi sembra essere una giornata fortunata

Aprì il portafoglio per pagare, poi si rese conto di avere ancora la banconota trovata per strada in tasca. Decise di usare quella, d’altronde erano comunque soldi suoi, una parte la poteva utilizzare per un piccolo piacere personale. Pagò e prese il resto, prese il suo caffè e le paste. Erano deliziose, non c’erano dubbi. A quel punto poteva tentare la fortuna. Sul bancone del bar grattò sul suo biglietto ma vide subito di non aver vinto niente. A mente fece un rapido calcolo. Se dal resto che aveva avuto sottraeva il totale dei libri che doveva comprare allora rimaneva un altro bel po’ di soldi. A quel punto perché non tentare ancora la fortuna? Ritornò alla cassa e prese un altro biglietto. Grattò ma nulla. Ne prese un altro, ancora niente. Andò avanti un po’ prima di rendersi conto che si stava facendo tardi.

Uscì dal bar e si fiondò nella libreria. All’interno del negozio il giovane commesso lo accolse con un largo sorriso.

-Salve, cosa desidera?

-Buongiorno, ho ordinato dei libri settimana scorsa dovrebbero essere arrivati

-Un attimo che controllo. Qual è il cognome?

-Volpicelli. Nicola Volpicelli

-Ok. Un attimo solo

Il ragazzo iniziò a digitare su un vecchio computer il nominativo che gli era stato dato. Dopo un po’ si rivolse a Nicola con sguardo interrogativo.

-E’ sicuro di aver dato questo nome? Non trovo ordini in memoria

-Certo che sono sicuro, mi chiamo così. Può controllare meglio?

-Certo, ricontrollo

I minuti passavano in silenzio. Il ragazzo attendeva davanti al monitor l’esito della ricerca. Qualcosa sembrava non andare, più volte controllò i cavi e diede dei piccoli schiaffetti allo schermo.

-Mi scusi, deve essersi inceppato qualcosa. Non risponde più… Ah ecco ora va. Niente, non mi dice niente

-Sei sicuro di sapere quello che fai?

Nicola era passato al “tu” senza pensarci.

-Come scusi? Sì, sì. L’ho sempre fatto, è strano che ora non va. Provo a premere qui forse si sblocca

Il ragazzo era visibilmente agitato, Nicola lo fissava con espressione seria e gli metteva pressione. Non sapeva che fare quindi iniziò a staccare e riattaccare tutti i cavetti al case.

-Ma se fai così non risolvi niente! Vuoi che vengo io lì dietro e ti faccio vedere come si usa un computer? Rispondimi almeno! Sai parlare?

Il tono con cui si rivolgeva peggiorava sempre di più. Stava inconsapevolmente alzando la voce mentre il ragazzo subiva in silenzio senza controbattere.

-Come ti chiami?

-Scusi?

-Ho chiesto come ti chiami. Voglio parlare con il proprietario di questa libreria e farti licenziare! Tu non sai chi sono, io se voglio posso distruggere la tua vita!

Aveva concluso quella frase dando un pugno sul bancone. Il garzone abbassò la testa tentando inutilmente di trattenere le lacrime. Ancora in preda alla rabbia Nicola uscì dal negozio sbattendo la porta. Era furioso, non valeva la pena restare ancora lì per non concludere niente. E i libri? Che vadano al diavolo anche i libri, ora non voleva rimanere un minuto in più ad aspettare. I ragazzi della parrocchia avrebbero capito. E poi cosa volevano? quei libri mica li pagavano, andavano anche di fretta? Magari avrebbe mandato qualcuno di loro a prenderli, così si rendevano utili per una volta.

Stava percorrendo Via Francesco de Mura quando una voce femminile lo chiamò.

-Nicola?

Nicola si girò ma forse per la rabbia non riuscì a mettere a fuoco il viso di quella donna.

-Nicola tutto bene? Sono Grazia

Solo allora la riconobbe. Certo, come no. Grazia, una del coro della parrocchia. Come aveva fatto a non riconoscerla subito. Era troppo arrabbiato e doveva calmarsi.

-Sì, scusa Grazia. Era sovrappensiero. Che ci fai qui?

-Ho accompagnato mio figlio a scuola e stavo passeggiando un po’. Di solito è una cosa che fa mio marito prima di andare in ufficio ma questa settimana è fuori per lavoro. Tu invece che ci fai?

-Niente, un po’ di servizi vari

Giusto, meglio non dare troppe spiegazioni dato che i libri non sarebbero stati presi a breve.

-Sempre indaffarato. Sempre servizi. Che ne dici se ci fermiamo un po’ a prendere qualcosa a quel bar più avanti?

Perché rifiutare? Magari sarebbe stato ottimo per far passare la rabbia

-Ok, andiamo

Nicola prese posto ed ordinò due analcolici. Già si sentiva più disteso, Grazia aveva una bella parlantina e sembrava non smettere mai di parlare. Gli raccontava della sua vita familiare, dei suoi impegni al di fuori della parrocchia come la palestra o le uscite con le amiche. Del figlio ormai adolescente e di un marito sempre troppo preso dal lavoro.

-Tu invece sempre scapolo? Mai che ti vedessi con una donna, eppure secondo me sei ancora un tipo piacente

-Credi davvero? Forse non ho trovato ancora l’amore della mia vita. O forse non ho tempo di cercarlo

-Ma il tempo te lo devi ritagliare tu. E poi non è detto che sia per forza l’amore di una vita che cerchi. Magari si tratta solo di amore temporaneo, di divertimento. Non pensi?

Lo sguardo di Grazia era cambiato, gli occhi si erano socchiusi e fissavano Nicola con un che di ammaliante. L’indice della mano destra compiva dei cerchi sul bordo del bicchiere, la lingua umettava le labbra coperte da un rossetto rosso scuro. All’inizio Nicola era imbarazzato, ma pensava a quelle parole intensamente. Era vero, nella sua vita piena di impegni non aveva mai pensato alla presenza di una donna. In tutti i sensi. Era intrigato dalla piega che stava prendendo quel discorso.

-Che intendi dire? Dovrei uscire la sera come i giovani e andare a caccia?

-Magari no. Magari la preda è già nel tuo raggio di azione. Magari la preda sei tu e qualcuno ti sta già cacciando

Nicola sentì qualcosa vicino alla sua gamba. Non era necessario abbassare lo sguardo per capire che era il piede di Grazia che saliva e scendeva vicino ai suoi polpacci. Voleva stare al gioco, era eccitato. La donna gli prese la mano accarezzandola mentre con l’altra si attorcigliava i capelli in una posa sensuale.

-Che ne dici se stasera passi un po’ da me? Mio marito non c’è e mio figlio va a dormire da un amico di scuola. Beviamo qualcosa insieme e riprendiamo questo discorso. Ti va?

Era una donna sposata, una cristiana della comunità in cui svolgeva le sue attività religiose. Ma davanti a lui ora c’era un’altra donna, e si stava servendo su un piatto d’argento.

-Va bene. A che ora?

-Per le otto va bene. Porti tu le bollicine?

Si alzò e gli passò davanti accarezzandogli i capelli. Lui nell’impeto di eccitazione le prese la mano e la baciò. La vide andare via e rimase impalato ad osservare le sue forme che si muovevano. Quella giornata era iniziata in modo strano e sarebbe conclusa in modo diverso dal normale. Si alzò ed espirò in maniera profonda. Cercava di rimettere in ordine i pensieri e capire cosa fare. Guardò l’orologio, era quasi ora di pranzo e non aveva ancora comprato nulla da portare a casa. Prese il cellulare per chiamare casa, voleva sapere suo padre come stava. Rispose Irina, la badante.

-Pronto

-Pronto Irina, sono Nicola. Tutto bene a casa? Io sto per tornare

-Tutto bene, tutto bene. Ha chiamato l’avvocato. Dice che dovete passare da lui stasera per quella questione che sapete voi. Alle 20:30

-No, non è possibile per quell’ora. Dopo lo richiamo e glielo dico

-Ha detto che non è possibile fare in un altro orario. Ha detto di non chiamare perché è impegnato

-Ma che vuole? Ora mi sente

Nicola attaccò e subito ricompose il numero del suo avvocato.

-Pronto avvocato, sono Nicola. Sì, lo so che avete chiamato a casa ma io stasera non posso passare. Come solo stasera? Non possiamo fare domani con calma? Come sarebbe che domani scadono i termini e non si può rimandare? Ma non mi interessa, dovevate avvisarmi! Quando avete chiamato a casa? Ma non è possibile, con chi avete parlato? Ma mio padre è malato, non si sarebbe mai ricordato! Voi dovete parlare solo con me! Ma che discorso è questo! No, statemi a sentire voi. Pronto. Pronto?

Pigiò sul pulsante rosso con tale forza che avrebbe potuto rompere il cellulare. Era furioso, l’avvocato aveva comunicato una scadenza al padre, malato di Alzheimer. All’improvviso si rese conto del gran silenzio intorno a lui, si girò intorno e vide decine di occhi che lo osservavano in maniera interdetta. Realizzò di aver parlato tutto il tempo a voce alta, incuriosendo i passanti. Quella situazione lo fece infuriare ancora di più. Prese il cellulare e lo scaraventò a terra rompendolo.

-Basta. Basta! Non sopporto più la mia vita! Vorrei non avere il padre che ho! Meglio che muoia presto!

Perse le forze e si sedette a terra con la testa tra le mani. Non sapeva se piangere o ridere per la situazione comica. Voleva solo chiudere gli occhi e riaprirli per trovarsi in un’altra vita. Sentì un piccolo tintinnio. Aprì gli occhi e vide che accanto a lui c’era una moneta. Un passante pensando che fosse un clochard gli aveva gettato una moneta da un euro. Guardò in su e vide che la persona era il signore distinto che aveva perso il duecento euro. Era davanti a lui e gli sorrideva. Nicola si alzò di colpo e lo prese per il bavero della giacca inveendo contro di lui. Gli diede un pugno sul naso e continuò a scuoterlo. Qualcuno dei presenti scappò, qualcun altro cercò di separarli finché degli agenti in strada non riportarono l’ordine. Nicola fu ammanettato e portato in Questura. L’ultimo pensiero prima di entrare nell’auto della polizia fu verso sua madre.

Ore 8:40

“Stazione di Salvator Rosa. Prossima fermata Quattro Giornate”

Nicola era seduto in metro, la prossima fermata era la sua quindi pensò di alzarsi. Accanto a lui c’erano due persone. Una aveva un vestito completamente bianco, i capelli biondi e lo sguardo serio, quasi altezzoso. L’altro aveva jeans e maglietta stracciata, capelli stile punk con una cresta rossa e dei piercing sul naso. Fu quest’ultimo a parlare per primo.

-Che dici, lo facciamo adesso?

-Che cosa?

-Ma come che cosa? Il nostro gioco preferito. Non è che solo ora ti ricordi che fai parte della schiera dei buoni e non vuoi più divertirti?

-Non sto dicendo questo. L’altra volta è stato un errore, adesso basta

-Come no. L’altra volta… E quella precedente? Dai, non devi fare nulla, solo scommettere sul tuo cavallo di razza

-Cosa hai in mente stavolta?

L’espressione dell’uomo in abito bianco era sempre seria, l’altro invece sorrideva in maniera lasciva.

-Sempre il solito, il nostro “gioco di Giobbe”, ma stavolta lo facciamo a tema. Che ne dici dei sette vizi capitali?

-Spiegati meglio

-Sapevo che ti avrebbe interessato. In pratica io manovro le situazioni esterne come sempre e il tuo pupillo deve cercare di non cadere nei vizi. Li ricordi, vero? Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia

-Guarda che lui è un uomo caritatevole e giusto. Dio è nel suo cuore

-Certo, come no. Tutti lo sono finché i nostri non ci mettono lo zampino. Te la senti o no?

-Confido in lui, ti sorprenderà. Ma non barare. Non intervenire direttamente su di lui

-Io? Io sono solo un umile diavoletto di quarta classe. E poi non ti dimenticare il libero arbitrio, noi non siamo che comparse. Sono loro umani che decidono della loro vita. Dai, siamo quasi arrivati alla sua stazione, che fai? Ci stai?

L’uomo in bianco lo guardò in un silenzio serio l’altro che sorrideva ancora.

-Va bene

Le porte si aprirono e Nicola scese dal treno.

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