26 Marzo 2011

Sabato sera, il momento della settimana preferito da tutti. O meglio, da molti. Le tribù di ragazzi escono dalle loro tane e si riversano nelle strade, nelle piazze, nei locali per compiere il più bel rituale settimanale. Il momento in cui tutti si spogliano dei loro problemi, delle loro ansie, delle loro paure, per incontrarsi e passare dei bei momenti insieme nel nome della spensieratezza. Ma non per tutti il sabato significa divertimento e allegria. Esiste un posto che è sempre affollato ma non per buoni motivi. Non è una pizzeria. Non è una discoteca. Non è un cinema. E’ il Pronto Soccorso.

Il sabato quel posto si riempie, specialmente di ragazzi. Coma etilico, risse, vittime di incidenti stradali. Andate a chiedere agli infermieri se anche loro aspettano con ansia il sabato sera come voi. Vi risponderanno che preferiscono cambiare turno, uno qualsiasi, pur di non lavorare in quelle ore tremende. Qualche sera però vale la pena esserci, perché anche nei posti più impensabili a volte capitano dei miracoli. O quasi.

-Codice rosso! codice rosso!

Gli infermieri uscirono di corsa da un’ambulanza per portare la barella all’interno del Pronto Soccorso. Sulla barella c’era un uomo. Si agitava e non riusciva a stare fermo, il suo corpo era ricoperto di segni. A prima vista sembravano morsi, la carne lacerata sembrava essere stata strappata da una bestia in preda alla fame. Un gruppo di cani forse, quella era la prima diagnosi degli infermieri che lo avevano caricato sull’autoambulanza in seguito ad una segnalazione. Il paziente era in condizioni gravissime tanto da saltare la fila di routine e passare subito all’interno, in sala rianimazione. Tutti i presenti in sala d’attesa non dissero nulla a riguardo, i suoi lamenti erano più che esaustivi.

Quando entrò oltre la porta i dottori e gli infermieri si avvicinarono di corsa.

-Cosa diamine è successo?

-Non lo sappiamo. Siamo stati chiamati da una signora che sentiva degli strani rumori e urla, quando siamo arrivati lo abbiamo visto già in questo stato. Era a terra e si lamentava

-Presto, sedatelo

Gli infermieri prontamente gli iniettarono il sedativo ma stranamente non sembrava sortire alcun effetto. Il paziente continuava ad agitarsi e lamentarsi. La sua bocca non emetteva suoni “normali”, più che parole sembravano grugniti. Era sicuramente in preda ad una crisi e bisognava agire d’impulso e alla svelta. Il dottore si avvicinò per tenergli un braccio quando però l’uomo si girò di scatto nella sua direzione e tentò di morderlo. Fu solo la prontezza di riflessi del dottore che ritrasse all’istante il braccio, che gli permise di evitare quel morso. Erano tutti scossi. Guardavano quella povera vittima tremare, contorcersi, addirittura mostrare i denti in una bocca piena di schiuma. Nel frattempo gli addetti lo avevano legato con delle cinghie alla barella per evitare che in preda ad una crisi potesse ferire qualcuno del personale. Ma era evidente che quelle cinghie non avrebbero retto a lungo. Sembrava che una forza improvvisa stesse animando il paziente, qualcosa di sconosciuto e pauroso. Un Istinto superiore. Riuscì a rompere la prima cinghia e stava per strappare la seconda quando all’improvviso si fermò. I suoi occhi guardarono il vuoto e il macchinario a cui era collegato iniziò ad emettere un bip continuo. Il suo corpo si accasciò sulla barella mentre l’espressione del suo viso rimase ferma in una smorfia di dolore.

I medici e gli infermieri erano ancora scossi, ci volle qualche secondo perché si rendessero conto che il cuore aveva smesso di battere. Si avvicinò per prima un’infermiera ma appena sfiorò il braccio, l’uomo si mosse girandosi proprio nella sua direzione. L’urlo che lanciò la ragazza fu tale che l’intero reparto si girò a fissarla. Le si avvicinò un collega per rassicurarla prima che avesse una crisi.

-Spasmo postmortem. Stai tranquilla è solo uno spasmo involontario del cadavere. E’ morto, vedi il battito assente rilevato dal macchinario

L’infermiera si rese conto della figuraccia, era il suo settore e doveva saperlo. Si diede dell’idiota per essersi suggestionata così tanto ma i colleghi la rassicurarono in quanto anche loro erano ancora scossi per l’accaduto. Si avvicinarono al corpo ora inerme del paziente, una volta appurato il reale decesso lo liberarono dalle imbragature che avevano utilizzato in precedenza e presero a cercare nelle tasche i documenti per avviare il processo di riconoscimento. Nella tasca posteriore trovarono il portafoglio con all’interno la carta di identità e la patente. In vita si chiamava Francesco e aveva 47 anni. Stavano per segnare i dati da passare alla Polizia quando un foglietto cadde a terra. Uno dei dottori lo prese e appena lesse il contenuto sgranò gli occhi.

-E’ un donatore! Il paziente deceduto poco fa è un donatore di organi, questo è il documento firmato che lo attesta. Presto, portatelo subito in sala operatoria per l’asporto degli organi!

In poco tempo tutti si attivarono per il protocollo di esportazione degli organi. Al povero Francesco furono asportati e analizzati gli organi interni mentre gli addetti alla parte burocratica spulciavano le liste d’attesa alla ricerca dei fortunati.

Ed ecco il miracolo. Quando chiamarono a casa Ruotolo, la signora Patrizia non poteva credere a quello che stava sentendo. C’era un donatore e suo figlio Vittorio era stato chiamato per subire l’intervento che stava sognando da anni. Finalmente suo figlio avrebbe avuto un cuore nuovo e un’aspettativa di vita migliore. Mise giù la cornetta mentre piangeva dalla gioia. Chiamò il figlio che era in camera sua a studiare. Vittorio corse dalla madre convinto che stesse sentendosi male, quando lei gli spiegò della telefonata rimase senza parole. In quegli anni aveva sperato tanto in quel giorno, poi pian piano la speranza era diminuita finché aveva quasi messo una pietra sopra. Madre e figlio rimasero abbracciati a piangere dalla gioia per molto tempo. Il pensiero andava inevitabilmente a Giacomo, il padre di Vittorio, scomparso quando lui era ancora piccolo.

Dopo aver esternato tutta l’emozione e ringraziato tutti i Santi del Paradiso, Vittorio e Patrizia si prepararono per recarsi all’ospedale Monaldi dove era stato trasportato in sicurezza il prezioso organo. L’operazione durò ben otto ore, durante le quali la madre del ragazzo restò all’interno della cappella della clinica a pregare. Le sue preghiere evidentemente arrivarono fino in cielo perché l’operazione si concluse con un successo. Quando fecero sentire il battito regolare del cuore ai due, non poterono che commuoversi di nuovo. Davanti a Vittorio si presentava una nuova vita.

Quando tornarono a casa gli amici di Vittorio gli organizzarono una festa in suo onore, senza esagerare si intende. Erano tutti felici per lui e per quel vero e proprio prodigio della scienza che gli permetteva di vivere serenamente. Le prime settimane furono un successo, gli esami a cui si sottopose erano perfetti e lui reagiva benissimo al trapianto senza alcun problema di rigetto. Dopo un mese circa però avvenne un fatto molto curioso. Quando si recò in ospedale per una visita di controllo il dottore che lo sottopose agli esami non rilevò alcun battito. Il professor Carlino era interdetto, imbarazzato, un macchinario costato fior di quattrini che smetteva di funzionare all’improvviso era qualcosa che non aveva mai visto. Quella macchina era necessaria per quel tipo di visita, ne valeva della vita dei suoi pazienti. Spiegò a Vittorio e alla madre dell’inconveniente e promise di ricontattarli personalmente una volta che i tecnici avessero controllato e risolto il problema.

I due tornarono a casa con un nulla di fatto. Intanto si era fatto orario di pranzo e Patrizia cominciò a cucinare mentre il figlio andò in camera sua ad accendere il PC e chattare un po’. Dopo qualche minuto andò in cucina.

-Mamma, è pronto?

-Non ancora Vittorio, il tempo di mettere a bollire l’acqua e mangiamo. Ti chiamo io quando è pronto o rimani qui a darmi una mano?

-Se vuoi rimango e ti do una mano

Vittorio preparò la tavola, poi si mise sul divano a guardare un po’ di televisione.

-Mamma quanto manca?

-Me l’hai chiesto solo tre minuti fa… Dammi il tempo necessario

Il ragazzo si alzò e andò ad aprire i cassetti in cucina in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. C’erano dei crostini con la busta ancora chiusa. Li aprì e in poco tempo li finì.

Finalmente il pranzo era pronto, Patrizia riempì i due piatti fondi con i bucatini ed il sugo al ragù di carne. Il piatto di Vittorio era quello più pieno, aveva intuito che il figlio aveva molta fame quindi lo aveva accontentato subito. Probabilmente era solo nervoso per la visita di quella mattina e ripiegava nel cibo la sua preoccupazione.

-Buon appetito

-Buon appetito mamma

Vittorio mangiava con gusto. Più che mangiare quasi divorava il contenuto del piatto in modo addirittura rumoroso, la madre non l’aveva mai visto così a tavola.

-Sei affamato! Mangia piano che poi sforzi troppo il cuore durante la digestione. Ti capisco, sei teso per quello che è successo stamattina, ma non devi preoccuparti. Sono cose che capitano. Magari quel macchinario è più vecchio di te ed era necessario sostituirlo

-Sì mamma, sarà stato così

Parlò senza smettere di masticare. Finita la pasta prese una fetta di pane e ripulì il piatto dal sugo rimasto, poi si alzò e fece lo stesso con il contenuto della padella.

-Se vuoi qualche altra cosa posso prepararti un po’ di pesce. Ho la spigola comprata ieri, volevo cucinarla per cena ma se hai ancora fame posso prepararla adesso

-Sì, ho fame. Non mi va il pesce però. Non c’è un po’ di carne?

-Dovremmo avere qualcosa nel congelatore ma non sarebbe pronta per ora

-Non fa niente mamma, vado subito a prenderla fresca dal macellaio. Corro!

Il ragazzo infilò una giacca e la mascherina di protezione e senza aspettare una risposta dalla madre uscì di casa. Patrizia rimase di stucco, non si sarebbe mai aspettata una reazione del genere dal figlio. Di solito era una persona pacata e non reagiva mai d’impulso. A tavola si era sempre accontentato di quello che gli preparava senza chiedere altro. Forse era solo il “nuovo” Vittorio, più energico e più sfacciato.

Nel frattempo il ragazzo era arrivato nel negozio di fiducia, il macellaio lo conosceva da quando era piccolo e lo accolse con un largo sorriso.

-Vittorio! Come stai, tutto bene? Che felicità sapere che tutto è andato per il meglio. Cosa posso fare per te oggi?

-Ciao Pasquale. Mi servirebbe della carne

-Certamente. Che tipo? Qualcosa di tenero?

-Una bella bistecca direi che va bene. Bella doppia. Fane un paio, dai

-Ok, va benissimo. Vedi che bel pezzo di carne. Così doppia va bene? Ecco per te

-Grazie mille Pasquale, metti sul conto di mamma. Buona giornata

Vittorio prese la busta con le due bistecche e ritornò a casa. Appena arrivato ordinò scherzosamente alla madre di cucinargli subito una bistecca mentre lui andava in bagno a lavarsi le mani. Quando uscì dal bagno cominciò a sollecitarla fino allo sfinimento.

-Vittorio, finiscila! Si sta ancora cuocendo. Non è da te fare così

-Scusa mamma, ho solo un po’ di fame in più. Per la cottura va bene così. Oggi la voglio provare al sangue

La madre fece come le era stato ordinato. Mise la bistecca nel piatto e la porse al figlio. Soffocando un “buon appetito” Vittorio cominciò a mangiare con la stessa voracità con la quale aveva divorato i bucatini. Il silenzio della cucina era interrotto soltanto dal rumore provocato dalla bocca del ragazzo mentre masticava. In pochi minuti la bistecca era finita, pulita fino all’osso. Vittorio ora sembrava sazio, quasi sfinito. Abbracciò la madre ringraziandola del buon pranzo e scusandosi ancora per i modi strani dettati solamente dalla fame. Patrizia lo guardò un po’ accigliata. Era contrariata ma in cuor suo lo aveva già perdonato. Il figlio si alzò da tavola per andare a stendersi un po’ sul divano facendo zapping, lei lo raggiunse appena messo a posto in cucina.

Insieme guardarono qualche programma poi il ragazzo disse di essere stanco, di volersi mettere a letto per dormire.

-E’ logico, dopo tutto quello che hai mangiato oggi sarai distrutto. Non è passato tanto tempo dal pranzo però, meglio non metterti subito steso, potresti avere un’indigestione. Che ne dici se andiamo a farci due passi?

Vittorio accettò. Era una bella giornata di sole ed era piacevole fare due passi prima di riposarsi. Uscirono e dopo poco si ritrovarono su Via dell’Epomeo. I negozi non erano tutti aperti, era ancora l’orario post-pranzo meglio conosciuta come “la controra” e tante erano le saracinesche abbassate. Una buona parte della popolazione era a tavola o a rimettersi in sesto prima di riprendere il lavoro. Madre e figlio passeggiarono respirando l’aria di inizio primavera mentre calore del sole li accompagnava. Passarono di fianco ad un bar aperto, fuori c’era una vetrina espositore con pizzette e rustici. Vittorio respirò a pieni polmoni il profumo che emanava quel posto ma dovette subito fermarsi. Strabuzzò gli occhi, si portò una mano alla bocca e si sporse in avanti tenendo le mani sulle ginocchia. Patrizia si avvicinò preoccupata. Il ragazzo le spiegò che non si sentiva bene, aveva male allo stomaco e stava sudando freddo. Come se stesse per vomitare, non riusciva a spiegare se quella sensazione venisse dal forte aroma di caffè o dal cibo in esposizione.

-Secondo me è perché hai mangiato troppo di fretta a pranzo. Meglio se torniamo a casa, ti prendi un digestivo e ti riposi

Vittorio annuì, come un cane bastonato seguì a ruota la madre fino a casa senza fiatare. Aveva la sensazione che se avesse provato a parlare o inalare più aria avrebbe sicuramente vomitato tutto quello che aveva mangiato. Prese una pasticca di digestivo ed un bicchiere di acqua e limone, i vecchi rimedi di solito funzionano sempre. Subito dopo salutò la madre e andò in camera sua. Si distese sul letto e prima di rendersene conto era già partito. Dormiva così profondamente che si sentiva russare fino al salotto.

Ma Patrizia non sentì solo il rumore del respiro di suo figlio. Quello che le sembrava di sentire erano lamenti, rantoli, perfino il rumore di oggetti che si rompono. Contro ogni regola imposta da Vittorio, la donna entrò nella stanza spalancando la porta e senza bussare. Ciò che vide la lasciò senza parole. Il figlio era ancora a letto, fuori dalle coperte e in una posizione fetale. A terra c’era la lampada da scrivania, rotta probabilmente dalla caduta. Nel buio della stanza non potè fare a meno di vedere che il filo era ancora attaccato alla presa di corrente, solo che era sfilettato in più punti. Come se fosse stato preso di mira da un cane troppo giocherellone. La lampada non era l’unico oggetto a terra. C’era un cuscino, due action figure e i controller di una console di giochi. Si decise ad avvicinarsi a Vittorio per chiedere spiegazioni. Stava ancora dormendo, nemmeno la porta aperta di colpo e il grido sommesso della madre appena entrata erano stati capaci di svegliarlo del tutto.

Si sedette accanto a lui per smuoverlo e riportarlo alla realtà. Probabilmente era solo una crisi durante il sonno o forse era sonnambulo ma nessuno lo sapeva. Quando si avvicinò a lui sentì che il lenzuolo era bagnato. Sudore? Era accaldato al punto da sudare così tanto? Si preoccupò tantissimo, se aveva la febbre c’era il rischio che fosse un’infezione dovuta all’operazione. Prese il lenzuolo da un angolo e provò a toglierlo ma si accorse che una parte era attaccata a Vittorio. Il ragazzo teneva nelle mani strette un lato della coperta, ma le mani erano vicine alla bocca. Solo in quel momento la donna si rese conto che nel sonno Vittorio stava mordendo il lenzuolo. E quello non era sudore, era saliva. Con forza la donna glielo strappò di bocca notando che in più punti la stoffa era stata lacerata.

-Vittorio, svegliati! Mi stai facendo preoccupare, svegliati

Vittorio si svegliò, aprì lentamente gli occhi ed osservò stranito la madre.

-Tutto bene? Non mi rispondevi. Guarda cosa hai combinato. Fammi vedere se hai la febbre

Toccò con la mano la fronte di suo figlio ma fu costretta a ritrarla subito. Era più fredda del ghiaccio. Doveva subito chiamare il dottore ed informarlo dell’accaduto. Si alzò e si diresse fuori dalla stanza quando Vittorio la fermò.

-Mamma dove vai?

-Tesoro vado a chiamare il dottore. Sei freddissimo e non riesci a riposare. Hai gli incubi. Lo chiamo e provo a capire se può visitarti subito

-Mamma non uscire dalla stanza. Ti prego, vieni qui da me

La madre ritornò da lui. Come potrebbe una madre rifiutare di dare un conforto a suo figlio. Si sedette di nuovo accanto a lui e gli accarezzò la testa.

-Andrà tutto bene, vedrai. Voglio solo informarlo così siamo tutti più tranquilli

-Dammi da mangiare mamma. Ho fame

-Aspetta Vittorio. Non sforzare troppo lo stomaco. Rimani disteso e copriti bene

-Ma ti ho detto che ho fame, mamma. Portami qualcosa da mangiare

-Vittorio! Smettila di fare il bambino oggi! Non ti sei mai comportato così

-Ma non capisci io ho bisogno di mangiare!

Patrizia stava ancora accarezzando i suoi capelli, non riuscì a spostare il braccio quando suo figlio animato da una forza improvvisa girò la testa e con diede un morso al suo avambraccio. Il dolore era tale che Patrizia emise un urlo. Subito si alzò tentando di tirare verso di sé il suo arto ma Vittorio non sembrava lasciare la presa. La mandibola continuava a stringere finché non staccò un pezzo di carne dal braccio di sua madre. Patrizia cadde a terra. Il dolore era forte ma in quel momento non riusciva a distogliere lo sguardo dal figlio. Aveva la bocca piena del sangue fuoriuscito dalla ferita. E masticava. Stava masticando quel pezzo di braccio. Il pezzo del suo braccio.

Resasi conto della situazione lanciò grida disumane. Una volta inghiottito il boccone, Vittorio la guardò fissa.

-Ancora. Dammene ancora

Si lanciò dal letto e piombò sopra sua madre che cercava di divincolarsi. La colluttazione fu brutale, Vittorio cercava in tutti i modi di mordere Patrizia. La sua bocca emetteva suoni animaleschi mentre agli angoli si formava una schiumosa bava bianca. La donna era in difficoltà, non riusciva ad arginare la forza del figlio. Cercava di spostare la testa a destra e sinistra per evitare i morsi fatali. Vittorio riuscì a prendere con entrambi le mani il polpaccio destro. A nulla servirono le spinte di Patrizia, il ragazzo riuscì ad azzannarlo strappando una buona parte del muscolo. Patrizia provò un dolore così forte che le lacrime presero ad uscire dagli occhi senza volerlo.

In quel momento Vittorio si sedette a terra per gustare quel pasto prelibato. La donna doveva assolutamente approfittare di quei pochi istanti di tregua per uscire dalla stanza e mettersi al sicuro. Si alzò, si diresse verso la porta, riuscì a sfilare la chiave dalla serratura e uscì dalla stanza chiudendo all’interno quella bestia che prima era suo figlio. Continuando a piangere e zoppicare arrivò in salotto. Prese il telefono, voleva chiamare il dottore per spiegargli l’accaduto ma non conosceva il numero a memoria ed avrebbe perso solo tempo a cercare il numero e comporlo. Fece quindi la cosa più logica da fare, chiamare la polizia.

Purtroppo per lei, Vittorio fu più veloce. Ruppe la porta con una spallata e corse in direzione della donna. Patrizia aveva composto solo due numeri dei tre necessari alla sua salvezza, vedendo suo figlio che le si stagliava contro usò la cornetta del telefono come arma riuscendo a colpirlo sulla tempia prima che potesse morderla. Vittorio era a terra, Patrizia aveva guadagnato qualche secondo ma aveva perso la sua ancora di salvezza. Durante il colpo il cavo telefonico si era staccato dalla cornetta e in quella situazione sarebbe stato complicato riattaccarlo a dovere. Corse in direzione della cucina e prese un coltello lungo. Non era sicura di riuscire ad usarlo contro suo figlio, forse sarebbe bastato per calmarlo.

-Ti prego, non costringermi ad usarlo! Vittorio, che ti succede?

Il ragazzo si alzò. Sembrava una marionetta manovrata da fili invisibili. Nel suo sguardo non c’era più ombra di vita. Probabilmente nella caduta doveva essersi rotto la gamba all’altezza del ginocchio perché si fiondò in direzione della madre trascinandola. Patrizia si fece coraggio e infilò il coltello nella guancia destra di Vittorio fino a vedere la punta fuoriuscire dall’altro lato. Il ragazzo non ebbe nessuna reazione, continuava a cercare con le braccia sua madre. La donna ormai non aveva più idee, si lanciò verso la porta per uscire di casa. Probabilmente in strada avrebbe attirato l’attenzione dei passanti e sarebbe stata salva.

Sbloccò a serratura ed aprì la maniglia ma in quel preciso istante sentì una fitta forte alle spalle. Di colpo sentì freddo, un freddo strano, poi realizzò cosa stesse succedendo. Vittorio si era sfilato il coltello dalla bocca e lo aveva infilato nella schiena di sua madre. Le forze la abbandonarono di colpo. Si accasciò a terra mentre la belva affamata si riversava su di lei per saziarsi con la sua carne.

Quando il Domenico si avvicinò al campanello per suonare vide che la porta era leggermente aperta. Si allarmò. Non c’era nulla di strano, può capitare che la gente dimentichi la porta d’ingresso aperta, ma lui era così. Un carabiniere relegato in un ufficio che sognava di essere l’eroe di turno, come nelle storie romanzate dei film gialli.

-C’è nessuno? Signora, c’è la porta aperta, io ora apro

Aprì la porta lentamente e a passi felpati entrò in casa. Quell’odore che sentiva non gli piaceva. Ci avrebbe giurato, sembrava proprio odore di sangue. Prese subito la pistola dalla fondina e tolse la sicura. Abbassò lo sguardo e vide una scia rossa sul pavimento che dall’ingresso portava fino al corridoio. Era decisamente una situazione fuori dal normale. Per coincidenza poche ore prima si trovava in una macelleria a comprare degli hamburger quando per terra aveva trovato un portafogli con 15 euro all’interno. Aveva chiesto al negoziante che gli aveva risposto che l’unico proprietario doveva essere Vittorio, un giovane che viveva con la madre. Si era recato in macelleria pochi minuti prima e se n’era andato di corsa, probabilmente nella fretta gli era scivolato il portafogli dalla tasca senza che se ne rendesse conto. Domenico si era fatto dare l’indirizzo e si era promesso di passare a portarglielo appena finito il turno, prima di rincasare. Un vero boy scout, Domenico. Avrebbe fatto una buona azione verso un ragazzo, il macellaio gli aveva persino detto che era stato operato da poco al cuore, magari gli avrebbe evitato uno spavento.

Ora era in quella casa e non era più sicuro di aver fatto la cosa giusta. Un passo sbagliato gli fece calpestare una cornetta telefonica che era a terra. Il rumore aveva rotto d’improvviso quel silenzio spettrale. All’improvviso sentì dei passi veloci, qualcuno stava percorrendo il corridoio buio nella sua direzione. Quando vide quell’essere uscire dal buio non ebbe esitazioni. L’immagine di quel volto interamente coperto di sangue, la camminata tipica di uno zombie e il verso che emetteva quella bocca. Alzò la pistola carica, prese la mira e sparò. Il colpo centrò in pieno la fronte, il proiettile passò in mezzo agli occhi. Il mostro cadde come una marionetta a cui tagliano i fili. Una volta ripresosi dallo shock chiamò la centrale, solo più tardi ritrovarono i resti di Patrizia nella stanza di Vittorio. La maggior parte della carne era stata strappata a morsi dalle ossa. Domenico non riuscì più a dimenticare quello che era accaduto quella mattina, come non riuscì mai a dimenticare il responso dell’anatomopatologo. Dalle analisi sembrava che il ragazzo non fosse morto per il proiettile, i dati erano quelli di un corpo già morto al momento dello sparo. Il cuore sembrava essersi fermato giorni prima.

Nessuno riuscì a spiegarlo, il caso venne archiviato senza fare ulteriori domande. Quello che Domenico sapeva però era che il suo intervento era stato provvidenziale. Se non avesse trovato quel portafoglio in quella macelleria le cose sarebbero andate in maniera diversa. E’ proprio vero, anche nei posti più impensabili a volte capitano dei miracoli. O quasi.

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