3 Settembre 2013

Quella domenica mattina la casa era vuota, ma si sarebbe riempita a breve. Carmine e Maria rientrarono a casa verso le 10. Erano scesi di primo mattino a comprare tutto l’occorrente per quel pranzo domenicale. Non sarebbero stati soli, infatti avevano invitato le figlie con le rispettive famiglie. Aprirono il portone della loro villetta a Chiaiano. Erano visibilmente felici, dopo poco avrebbero rivisto i loro nipotini e per quello erano raggianti. Girarono la chiave della porta principale e posarono le borse piene in cucina. Lui metteva a posto i prodotti mentre lei apriva le finestre per far entrare l’aria e metteva da parte l’occorrente per il pranzo. Era già tutto stabilito. Prima un antipasto di verdure e affettati, come primo piatto scialatielli con frutti di mare, rigorosamente presi al mercato quella mattina stessa, per i bambini pasta al sugo. Come secondo piatto una grande frittura di pesce per tutti, servita insieme ad insalata e patatine fritte. Il dolce lo portava Aurora, la prima figlia. Caffè e amaro per i più grandi. Carmine sorrideva, la moglie sapeva il perché e non disse niente. Stava pensando a loro, a come la fortuna li aveva assistiti fino a quel momento.

Carmine Manfredi e Maria Costa venivano dallo stesso quartiere, Scampia. Il padre di lui era un carabiniere, purtroppo venuto a mancare quando era ancora piccolo. Era morto durante un posto di blocco, con il suo collega avevano fermato una macchina sospetta e il guidatore, strafatto, si era messo a sparare verso di loro. Un eroe di guerra, avrebbe detto più tardi il sacerdote durante i funerali. Già, perché Scampia era luogo di guerra, anche se non erano poche le brave persone che ci abitavano. La famiglia di Carmine infatti faceva parte della porzione di Scampia che non ci sta. I genitori erano originari di Fuorigrotta, ma al signor Manfredi era stato assegnata una casa nel parco dei Carabinieri. La giovane coppia vi si trasferì proprio quando Carmine era ancora nel grembo materno. Due giovani di buona famiglia in un quartiere che si stava affacciando verso il futuro. Verso il futuro, sì, ma nessuno sapeva ancora che sarebbe stato solo il futuro di un mercato miliardario che avrebbe dato da mangiare solo ai clan camorristici.

La droga. Se ne accorsero già dai primi tempi, quando Carmine era piccolo. C’erano gli amici del parco, figli dei colleghi del padre, ma appena usciva da quel micromondo si scontrava con una realtà più cruda di quanto pensassero. Se usciva doveva rincasare presto, se vedeva qualcosa di strano non aveva visto niente, se qualcuno faceva il prepotente lui non doveva rispondere. Convivenza la chiamavano. Convivevano con un mondo che non gli apparteneva, ma se loro giravano lo sguardo allora i prepotenti non davano fastidio.

Intanto Carmine cresceva ed incontrò Maria. La famiglia di Maria si trovava a Scampia per le stesse ragioni di quella di Carmine, solo che il padre di lei era un postale. I parchi dove vivevano erano dunque vicini, e avevano tante cose in comune. Stessa età, stessa scuola, stessi interessi, stessa fragilità. Entrambi troppo deboli per una giungla che richiedeva sacrifici di sangue troppo crudi. Ma l’unione fa la forza e insieme andarono avanti.

Insieme fino a quel tragico episodio. Avevano appena 17 anni quando la crudeltà di quel posto portò via a Carmine anche sua madre. Un proiettile vagante, avevano detto in centrale. Erano alla ricerca del colpevole, ma per le strade si sapeva già l’identikit del sicario. D’altronde la colpa non era sua, era il bersaglio che aveva avuto la brillante idea di scappare e ripararsi tra la folla. La giustizia rimase impunita, uscì fuori un altro nome, si era dato la colpa per ingraziarsi la benevolenza di un clan. Da loro si usava fare anche così, la giustizia faceva comunque il suo corso e i parenti della vittima avevano un capro espiatorio su cui vomitare la loro rabbia. Per Carmine era la goccia che faceva traboccare il vaso. Un colpo così forte che lo fece cadere in un burrone profondo. Nella partita con la vita Carmine era andato KO con un montante diretto.

Da qui in poi tutto buio. Carmine ancora oggi non ricorda i dettagli di quel periodo ma solo uno sfondo nero. Quello che ricorda subito dopo l’accaduto è la vita con Maria. Ricorda di come i genitori di lei lo accolsero a casa, di come il loro amore gli fece superare quel momento tragico. Dei traguardi raggiunti, gli studi, il lavoro. E poi la cosa più importante. Il sentimento tra i due che cresceva e si faceva sempre più forte. Più forte dell’indifferenza, più forte della prepotenza, più forte dell’ignoranza. Si laurearono insieme in letteratura, la loro passione comune. Si sposarono e andarono a vivere lontano da Scampia. Sì, perché basta allontanarsi non di molto per vedere la differenza. Una piccola villetta a Chiaiano dove far crescere le due figlie Aurora e Benedetta. E ora a distanza di così tanto tempo quello stesso piccolo giardino in cui giocavano Aurora e Benedetta era il parco giochi preferito dei tre nipoti. Carmine e Maria si erano lasciati il passato alle spalle, tutto girava per il meglio. Erano felici, davvero felici.

Carmine era in cucina, si sedette per riposarsi un po’. Aveva pur sempre 68 anni e si stancava facilmente. E poi c’era quel piccolo dolorino all’altezza del cuore. Non doveva sottovalutarlo, lo diceva anche il suo medico.

“Carmine tu sei in buona salute, hai uno stile di vita da invidiare. Ma tieni sempre 68 anni, non te lo dimenticare. Sei una macchina che ha macinato chilometri, ogni tanto devi stare in garage”

Fece un respiro profondo e il dolore sparì. Si diede coraggio, era ancora forte e quella giornata doveva essere perfetta. Maria gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla con dolcezza. Aveva il dono di leggergli nel pensiero.

-Non ti preoccupare per oggi. Staremo tutti insieme, è questo che conta. Tu vatti a riposare un po’ che preparo tutto io

-Ma no, che dici? Sto bene, vado un po’ in giardino e poi vengo a darti una mano

-Come vuoi

Carmine uscì in giardino. Il cielo invernale aveva lasciato spazio ad un po’ di sole che riscaldava l’erba. Si avvicinò al suo albero preferito. Un ciliegio, l’albero simbolo di quel quartiere. Erano anni che era lì, c’erano ricordi indelebili di ogni momento accanto a quell’albero. Carmine sorrise pensando ai giorni in cui insieme alle sue figlie giocava in giardino. I girotondi intorno al tronco, le scorpacciate di frutta, la potatura e la raccolta insieme. Quell’albero era cresciuto non solo di acqua e sole, ma soprattutto di amore e calore umano. Gli aveva dato anche un nome, Barbalbero, proprio come un personaggio del libro “Il signore degli anelli”, che Carmine leggeva alle figlie proprio all’ombra del ciliegio.

Il ricordo di quei giorni felici fece commuovere Carmine, che si accorse di avere il viso bagnato dalle lacrime. Si asciugò velocemente prima che qualcuno potesse scoprirlo. Eccolo, di nuovo quel dolorino al petto. Vabbè, questa volta era l’emozione. Nulla di cui preoccuparsi.

-Nonno, nonno!

-Apri nonno, siamo arrivati!

Carmine si girò e vide Marco e Lucia che saltavano di gioia fuori al cancello. Lo aprì subito e loro si buttarno tra le sue braccia mentre Aurora e il marito cercavano di calmarle. Ma Carmine non voleva che si fermassero, era contentissimo di stare disteso sull’erba a riempire di baci i suoi nipotini.

-Benedetta mi ha avvisato che arriva tra un po’. Era ancora a casa a prepararsi

-Non ti preoccupare, è presto. Tua madre è in cucina a preparare. Io sono qui a perdere tempo, non mi vuole tra i piedi

Aurora gli si avvicinò e gli accarezzò una guancia.

-Lo sai che ti vorrebbe sempre tra i piedi. E’ solo preoccupata per la tua salute

-Ue, ma che avete tutti? Io sto benissimo, sono forte come un leone

-Appunto, vedi di stare sempre bene

La ragazza entrò in casa insieme al marito mentre i bambini rimasero con il nonno.

-Come sta Barbalb… Barbl…

-Barbalbero. Sta bene, guarda. E’ ancora presto per vedere le ciliegie sui rami, non è periodo

-Nonno mi fai toccare quel ramo?

-Ma sei troppo piccolo per arrivare a quel ramo, Lucia

-Ma voglio toccarlo nonno!

Lucia era piccola ma aveva la testa dura. Voleva a tutti i costi avvicinare la mano ad un ramo altissimo. Il nonno non sapeva mai dire di no a nessuno dei suoi nipoti.

-E va bene. Su, fatti prendere in braccio che ti faccio salire

-Dopo prendi in braccio anche me?

-Certo, prima tua sorella però

Carmine prese in braccio Lucia. Non ricordava fosse così pesante. Certo, era cresciuta tantissimo dall’ultima volta che l’aveva vista ma aveva come il sospetto che fosse lui a non essere così forte come l’ultima volta. Fece una smorfia di dolore quando la sollevò da terra, un po’ per il peso un po’ perché era appena ritornato quel piccolo dolorino. Eccolo ancora quell’ospite indesiderato, forse con un paio di respiri profondi sarebbe andato via.

Un respiro profondo.

Un altro respiro profondo.

Niente, il dolore sembrava addirittura più forte.

-Nonno, più in alto. Non ci arrivo!

Le braccia cominciarono a tremare visibilmente. Carmine capì che era il momento di smettere. Posò di nuovo Lucia a terra e rimase chino, poggiando le mani sulle ginocchia e guardando a terra.

-Nonno, ora io! Ora io!

Carmine respirava a fatica, il dolore sempre più forte gli impediva di sentire le richieste dei nipoti. Guardava in basso, l’erba gli appariva sempre meno nitida. La vista si stava appannando e non riusciva a respirare. Si accasciò a terra. In poco tempo gli altri uscirono di casa attirati dalle urla dei bambini.

Fu portato in ospedale dall’ambulanza. Ogni tanto apriva gli occhi. Ricordi confusi. Le facce preoccupate degli infermieri. Il rumore di un macchinario elettrico. Gli sguardi tristi dei suoi cari. Le lacrime di Maria.

Poi di nuovo il buio, come tanti anni prima.

Finalmente riaprì gli occhi. Era cosciente, sapeva di essere morto. Come nei film, avrebbe visto un’enorme stanza bianca e un angelo che gli spiegava dove si trovava.

Tutt’altro.

Era in una piccola camera sudicia. Era notte, l’intermittenza di un neon ronzante all’esterno inondava la stanza di una luce rossa. Si guardò intorno. L’odore era nauseabondo. Dove si trovava. Si alzò, provò a fare mente locale ma non gli venivano idee. Si avvicinò ad un piccolo specchio sulla parete. Quello che vide lo impressionò tanto da farlo cadere all’indietro. In quello specchio non c’era lui. Quello che lo fissava era una persona più giovane, forse un trentenne. Magro da far paura e con i capelli lunghi. Era spaventato, non riusciva a trovare spiegazioni logiche. Come un granchio camminò a terra all’indietro senza staccare lo sguardo dallo specchio. Urtò qualcosa. No, qualcuno. Si girò e vide un signore. Indossava un vestito costoso e dava l’impressione di essere sul punto di dare una spiegazione a tutto quello.

-Chi sei? Chi sono io?

L’uomo lo guardò stranito.

-Ma come? Ancora non lo hai capito? Ah, già. La tua mente lo sta rigettando. Sei Carmine Manfredi

-No. No! Mi sono guardato nello specchio. Quello non sono io

L’altro alzò gli occhi al cielo. Prese una sedia e si sedette in tono serio.

-Ok, ricominciamo dall’inizio. Quello che vedi nello specchio sei tu, Carmine Manfredi. Tu non mi conosci, ma ti basta sapere che sono solo un povero diavolo. In tutti i sensi

Lo sgomento prese a inondare l’animo di Carmine. Stava per dire qualcosa quando l’uomo riprese a parlare.

-Sono un tipo originale e oggi mi è venuta la voglia di fare uno scherzetto. Vedi, tutto quello che hai appena visto, che hai appena vissuto, era solo una farsa. Era uno dei possibili futuri che erano destinati a te. Era tuo, potevi essere tu quella persona, ma non lo hai fatto. E sai quando? Quando è morta tua madre

Carmine ebbe i brividi quando sentì quelle parole. Un piccolo ricordo si stava insinuando nella sua mente.

-Ecco, vedo che stai già ricordando. Proprio così, è stato difficile quando è successo. Un colpo tremendo. Pochi sarebbero stati in grado di andare avanti. Pochi… Ma tu avevi Maria. Lei era con te, sempre. Te l’aveva promesso. “Carmine, lo supereremo insieme”

Pronunciò quell’ultima frase con la voce di Maria.

”Carmine, vieni da noi. I miei saranno i tuoi nuovi genitori”. Ma tu no. Eri triste, depresso, abbattuto, ma dentro di te qualcos’altro stava prendendo posto. L’odio. Hai lasciato che germogliasse dentro di te e distruggesse chiunque avessi vicino, come un salice piangente che uccide le altre piante. Cos’hai fatto? Lo ricordi?

Carmine ricordava, ma non lo accettava.

-Sì che lo ricordi. Hai contattato quelli dell’altro clan, ti sei offerto a loro per avere la tua vendetta. E l’hai avuta, ma a che prezzo? Hai fatto uccidere il sicario di tua madre ma hai stretto un patto con un diavolo più potente di me. Ti hanno adottato, eri il figlio prediletto del boss. Avevi anche la tua piazza di spaccio. Stavi facendo carriera, intanto avevi già dimenticato tutte le belle persone che erano accanto a te. E Maria? Dov’era, lo sai? No che non lo sai.

-No, no, NO! Smettila!

-Maria andò in depressione. Ti amava e non accettava il nuovo Carmine. Sprofondò anche lei nel tunnel della droga. Lo sai che proprio nella tua piazza di spaccio comprò l’ultima dose? Sì, hai capito bene. E’ morta di overdose e l’hai ammazzata tu. La siringa che l’ha uccisa porta il tuo nome.

-Basta, smettila. Non voglio…

-Cosa non vuoi? Ma guardati come ti sei ridotto. Un povero pusher che piange perché la fidanzatina di anni fa è morta. Hai visto cosa saresti diventato. Era tutto nelle tue mani. Nessuno ti ha convinto a fare la tua scelta. Libero arbitrio, mio caro

Carmine era a terra con la testa tra le mani. Piangeva a dirotto.

-Consolati mio caro. Se ci pensi non hai perso niente perché quello che ti ho mostrato era solo un’illusione. Uno dei possibili futuri. Un futuro bellissimo, ma non più il tuo. Rassegnati

Carmine si alzò in preda ad uno scatto di rabbia. Prese per il colletto l’uomo che gli rispose con una sonora risata.

-Che vuoi fare? Ma hai visto in che condizioni sei? Guardati il braccio

Carmine guardò il suo braccio destro. Solo allora si accorse di avere una siringa conficcata dentro.

-Esatto, la tua ultima spada. La vita che hai scelto sta per terminare

Carmine fece tre passi all’indietro poi si guardò di nuovo nello specchio. Era davvero lui quello che lo stava osservando? Era davvero quella la vita che aveva scelto? Possibile che un piccolo episodio, una scelta soltanto, potesse aver influenzato il suo futuro? Si accasciò a terra mentre le forze lo abbandonavano. L’ultimo suo pensiero era rivolto alle sue figlie. Le due figlie che non aveva mai avuto. Soltanto l’illusione di aver provato un amore così grande. Era solo in quella stanza silenziosa, chiuse gli occhi e si abbandonò alla morte.