
L’inizio dell’anno scolastico è un trauma, sempre. Ad ogni età, in ogni corso di studi, i primi giorni sono quelli più duri. Qualche settimana prima eri a crogiolarti al sole o a casa, senza alcun pensiero e godendo ogni minuto del giorno. Le giornate sembrano durare in eterno, l’estate sembra non finire mai. Poi, di colpo, arriva Settembre e senti nell’aria quei profumi che ti riportano con i piedi per terra. Le prime piogge, la città che lentamente si ripopola, il silenzio che fa posto al caos. E poi, si ricomincia di nuovo. Le aule, i banchi, la campanella, i professori, ma anche gli amici di sempre che nel bene o nel male sono sempre presenti.
L’inizio è sempre difficile, figurarsi quando non si conosce ancora nessuno, quando si è estranei a tutto ed il carattere timido non aiuta. Era così per Fausto, il nuovo arrivato della quarta H del liceo scientifico Calamandrei. Fino a qualche settimana prima era uno studente di un altro liceo scientifico, in un altro quartiere, poi di colpo i genitori hanno dovuto fare una scelta. La nonna materna era morta ed il nonno era rimasto solo in casa. Una situazione insostenibile considerando l’età avanzata dell’uomo rimasto solo. A quel punto decisero di trasferirsi tutti e tre in una casa poco distante dall’anziano in modo da dare assistenza più facilmente.
Tutto risolto quindi, tranne che per Fausto. Nessuno aveva pensato ad interpellarlo sulla scelta. Aveva pur sempre 16 anni, qualcuno avrebbe dovuto chiedere la sua opinione. Non fu così, subì la scelta e così si trovò di punto in bianco in un quartiere nuovo così lontano da dove era cresciuto. Dovera ripartire da zero, una cosa che forse era facile per i grandi o i più piccoli, ma per quelli della sua età era profondamente difficile.
Il primo giorno di scuola si rese conto di quanto la classe fosse affiatata. Non tutti, sia chiaro, ma i gruppetti che si erano formati erano saldi e probabilmente a numero chiuso. Dopo la prima settimana Fausto aveva l’impressione che se quella successiva non fosse andato a scuola nessuno se ne sarebbe accorto. Probabilmente non ricordavano nemmeno il suo nome, come lui non ricordava i loro. Aveva presente il volto di tutti ma non riusciva ad associare loro i nomi. Era più forte di lui, la mente rifiutava di imparare. Fu nella seconda settimana che avvenne qualcosa che cambiò tutto.
Era chiuso in bagno in silenzio. Avrebbe voluto chiudersi lì per tutta la mattina pur di non affrontare un’altra giornata da fantasma. Era appena finita la seconda ora di lezione e mentre gli altri erano rimasti in classe ad aspettare l’arrivo del professore, Fausto in silenzio era andato in bagno. Era lì già da qualche minuto quando sentì il rumore della porta esterna che si apriva. Dei passi regolari, poi delle voci.
-Allora stasera riesci a venire da Sara?
-Non lo so, i miei ieri hanno detto che mi spetta solo un’uscita alla settimana finché non recupero Latino e Matematica
-Ma come? Dai che stasera ritorniamo nel regno dei sogni! Uuuuuu
-Dai, finiscila. Mi brucio l’uscita di sabato se vengo stasera
-E che ti frega?. Pensa che Sara mi ha detto che prova a spostarsi un po’ più in là, prova a spingersi oltre il suo limite…
-Zitto! Che ti prende? Vuoi che qualcuno ci senta?
-Ma siamo da soli qui. Tranquillo Luigi non c’è nessuno. Immagina, stasera potremmo fare qualche bello scherzetto in giro
Fausto ascoltava quella conversazione sempre più incuriosito. Stava attento a non causare nessun rumore per celare la sua presenza. Aveva riconosciuto le loro voci, erano due compagni di classe. Voleva capire meglio di cosa parlassero. Purtroppo però sentì una strana sensazione alle narici. Un prurito leggero che in pochi secondi divenne insopportabile. Ormai era chiaro, stava per starnutire. Inspirò l’aria ed emise un rumoroso starnuto.
Di colpo il silenzio piombò nel piccolo bagno. Fausto si tappò la bocca istintivamente ma il guaio era stato fatto. Stava quasi pensando di averla fatta franca quando la porta si aprì di colpo e due figure gli si pararono davanti. Li aveva riconosciuti, erano i due del banco nella terza fila a destra e i loro sguardi non preannunciavano nulla di buono. Furono loro i primi a parlare.
-Che ci fai tu qui?
-Sono in bagno, secondo te?
-Non hai i pantaloni abbassati, non prenderci in giro. Ci stavi ascoltando
-Cosa hai sentito?
-Ragazzi, io…
La frase fu interrotta dal rumore della porta esterna che si apriva di botto. Entrò un ragazzo, anche lui della quarta H, con il volto rosso per la corsa.
-Ragazzi, il prof è in classe! Venite subito o vi mette una nota.
I tre tornarono contrariati in aula seguendolo, Fausto avvertiva gli sguardi in cagnesco degli altri due. Dopo le scuse al professore tutti presero posto. A metà della terza ora Fausto sentì un dito che gli tastava la schiena. Si girò e vide una mano che gli tendeva un foglio piegato. Era troppo teso per guardare il volto di quel messaggero. Si rigirò verso la cattedra e di nascosto aprì il biglietto. Solo poche parole su un foglio a quadretti, ma chiare come il sole.
Trattieniti fuori scuola alla fine delle lezioni. Dobbiamo parlare!
Qual punto interrogativo finale non era di buon auspicio, si era cacciato non volendo in una brutta situazione. Passò il resto della giornata a scuola con i battiti a mille e pensando a come scappare a casa.
Suonò la campanella, l’ultima di quella mattina. Si affrettò a mettere libri e quaderni nello zaino e uscì di corsa dall’aula. Dovette però fermarsi davanti al portone dell’istituto, ancora chiuso. Il signor Raffaele, il custode, andava sempre lento e quella giornata non era da meno. Fausto era fermo davanti alla porta quando si sentì strattonare alle spalle. Qualcuno lo aveva preso per lo zaino e lo obbligava a camminare all’indietro.
-Dove credevi di andare? Noi dobbiamo parlare
Una voce femminile, non gli sembrava familiare. Si girò e la vide, era la ragazza dell’ultimo banco. Capelli corti, biondi, maglietta scura con il logo di una band rock americana, jeans larghi e scarpe da ginnastica quasi del tutto coperte dall’orlo dei pantaloni. Aveva le braccia incrociate ed uno sguardo che non lasciava speranze. Nonostante l’espressione da maschiaccio Fausto non poteva non notare quanto fosse carina. Accanto a lei c’erano i due ragazzi incontrati prima nel bagno.
-Stai attaccato a noi, usciamo di qui e facciamo due passi.
Quando il portone si aprì un fiume di ragazzi uscì dall’istituto per riversarsi per strada. Alla fine di quel corteo c’erano i quattro giovani che camminavano a passo lento, uniti. Si fermarono non molto lontano, c’era una panchina di pietra distante dalla fermata dell’autobus. Lì erano sicuri che nessuno li avrebbe sentiti. I tre guardarono Fausto dritto negli occhi e cominciarono il loro personale interrogatorio.
-Andiamo dritto al sodo, cosa hai sentito prima nel bagno?
-Niente
-Non è possibile, dicci cosa hai sentito
-E va bene. Dicevate di andare da una certa Sara
-Sono io, continua
-Nulla, solo quello. Che uno di voi non sapeva se riusciva a venire. Poi avete parlato di andare lontano, da qualche parte
-Cosa pensi di aver capito. Spiegati
-Che avete in mente non so cosa. Magari uscire di nascosto, prendere la macchina dei suoi genitori e andare chissà dove. Ragazzi, non vi giudico, fate quello che volete
Gli altri si guardarono negli occhi con sguardi interrogativi.
-Siamo sicuri che sappia solo questo?
-Io di lui non mi fido. E se poi succede qualcosa e va a dire tutto in giro?
Parlò la ragazza con voce ferma.
-Il problema è un altro. E’ fuori strada e se decide di spifferare la sua versione in giro gli crederebbero. Ragazzi, io glielo dico
-Ma no! E’ nuovo, non lo conosciamo, non possiamo fidarci di lui
-Io mi fido. Sarà una sciocchezza ma guarda il portachiavi sul suo zaino
Tutti si girarono a fissare lo zaino di Fausto lasciato a terra. Sulla parte anteriore c’era un piccolo portachiavi con un simbolo, i ragazzi lo conoscevano bene.
-Ti fidi di lui solo perché ha sullo zaino il simbolo dei Ribelli? Se aveva quello dell’Impero invece?
-Conosce Star Wars, magari è un nerd come noi. Abbiamo iniziato con il piede sbagliato ma sento che possiamo provarci
Fausto li guardava parlare di lui come se non fosse presente. Una sensazione che aveva provato fin troppe volte. Poi si voltarono verso di lui ed un piccolo sorriso si formò sui loro volti.
-Ok, sei invitato anche tu stasera da me. Porta un borsone con un pigiama pulito, spazzolino, asciugamani e lo zaino pronto per domani. Abito al Parco Vesuvio, vediamoci tutti all’ingresso alle sette stasera. Puntuale!
Fausto non ebbe il tempo di accettare o rifiutare, i tre si allontanarono dandogli le spalle.
-Ma, io…
-Puntuale!
Ritornò a casa con una miriade di pensieri in testa. Cosa avrebbe detto ai genitori? Di punto in bianco dei fantomatici amici lo avevano invitato a dormire fuori? Come avrebbero reagito? Affrontò l’argomento a pranzo, fu difficile trovare le parole adatte. Li vedeva stranamente contenti. Certo, sapere che il loro timido figlio avesse già fatto amicizia era una buona cosa, ma volevano delle garanzie sui ragazzi. Parlare con i genitori della ragazza che li aveva invitati. Con un po’ di reticenza Fausto accettò di farsi accompagnare da suo padre, sarebbe salito a parlare con i genitori di Sara per tranquillizzarsi. Tutto sommato era andata più che bene.
Alle 19 in punto il padre accompagnò Fausto fuori al grande cancello del Parco Vesuvio, ad aspettare il ragazzo c’erano i tre inseparabili amici. Si presentarono, Fausto si rese conto che non conosceva i nomi dei due ragazzi, Marco e Luigi. Insieme si avviarono a casa di Sara. I genitori di lei tranquillizzarono l’uomo. La loro casa era grande e la ragazza aveva l’abitudine di invitare gli amici per la cena così come per la notte. Avrebbero dormito in tre stanze separate. Il padre di Fausto, soddisfatto, si congedò mentre i ragazzi scesero nel parco aspettando la cena.
Era un parco ben attrezzato, c’erano campi di calcio, di tennis, giostrine per i bambini più piccoli. Il posto ideale per una piccola comitiva. I ragazzi entrarono all’interno di uno dei campi di calcio, c’era già un pallone di cuoio così cominciarono a fare qualche tiro in porta.
-Giochi a calcio Fausto?
-Sì ma non lo seguo in TV
-Mettiti in porta, quando pari prendi il posto del tiratore
-SE pari
Puntualizzò Sara. In effetti la ragazza non andò mai in porta, ogni suo tiro era imparabile. Rispetto agli altri sembrava distante anni luce per tecnica. Fausto restava a bocca aperta mentre gli altri due erano poco sorpresi, lo conoscevano bene e sapevano di che pasta era fatta. Quel gioco insieme servi per farli sciogliere. La tensione che c’era stata quella mattina sparì velocemente, a vederli da fuori sembravano amici da una vita. Fausto in cuor suo sperava di trovare in loro dei veri amici, non semplicemente dei compagni di scuola di un solo anno. E poi c’era lei, Sara. Quando la guardava diventava completamente rosso e sperava che nessuno se ne accorgesse.
Dopo un po’ il padre di Sara si presentò sul campo per farli ritornare a casa, era già tutto pronto per la cena. I ragazzi salirono e si prepararono velocemente. Fu una bella serata, i genitori di Sara erano tipi alla mano, malgrado la differenza di età era piacevole conversare con loro. Per la prima volta dopo tanto tempo Fausto pensò che trasferirsi non era stata una cattiva idea. Dopo il pasto i ragazzi furono liberi di andare nella stanza di Sara. Chiacchierarono molto, parlarono del più e del meno. Sembrava quasi che l’argomento di quella mattina fosse stato dimenticato. Tutt’altro, sapevano che quello non era il luogo ed il momento adatto. I grandi potevano arrivare nella stanza in qualsiasi momento quindi gli argomenti da trattare erano ben altri.
Si erano fatte appena le 23 quando decisero di prepararsi per andare a letto. Fausto li seguì senza controbattere, anche se gli sembrava strana quella situazione. Si sarebbe aspettato un gesto, un segno, qualcosa che facesse capire cosa sarebbe successo dopo, ma niente. Si lavarono, misero i pigiami e si diedero la buonanotte, poi ognuno nella propria stanza a dormire. Sara nella sua cameretta, Luigi in una camera che era stata pensata per il fratello mai arrivato di lei, Marco e Fausto in un’altra camera con un letto a castello.
Era passata da poco mezzanotte ed era sempre più stranito. Provò a chiamare Luigi nel letto sopra di lui.
-Luigi sei sveglio?
-Sì, non riesco a prendere sonno. Ma dobbiamo provare a dormire
-Se non hai sonno potremmo parlare un po’
-Non se ne parla, dobbiamo assolutamente dormire. Poi lo capirai
-Capire cosa?
-Niente domande, fai sempre finta di niente. E’ l’unica regola
-Ok
-Senti, lo so a cosa stai pensando. Si vede lontano chilometri
-Cosa?
-Dai, non puoi mentirmi. Ti piace Sara
Fausto divenne paonazzo, per fortuna era buio e Luigi non si era affacciato.
-Questo silenzio è una conferma, lo sai?
-Ma no, smettila
-Fa come vuoi, a me non sfugge niente
-E se anche fosse?… Nel senso, se fosse così secondo te ci sono speranze?
-Lo sapevo! Non lo so, amico. Sara è così… imprevedibile. E’ una forza della natura
-Vi conoscete da parecchio?
-No, solo dal primo anno di liceo. Con noi è stato amore a prima vista
-Ah, scusa. Non pensavo che foste fidanzati
-Hai capito male, amico. Amore nel senso platonico. Diciamo che Sara non è il mio tipo. Se non fossimo così amici lo sarebbe Marco
-Ah, ok. Avevo capito male
-Figurati. Ora però basta parlare. Vediamo di prendere sonno
Il pensiero di Sara tenne sveglio Fausto ancora per un po’. Poi finalmente si addormentò.
Si sentì ondeggiare, la sensazione era come trovarsi su una zattera sull’acqua. Una voce ovattata lo chiamava. Pian piano la voce acquistava nitidezza, poi riuscì a sentirla Aprì gli occhi e vide una mano sulla sua gamba che lo ondeggiava. Gli occhi si abituarono al buio e vide il volto sorridente di Sara. Subito si alzò di scatto e vide che accanto a lei c’erano gli altri.
-Finalmente ce l’hai fatta! Siamo qui da non so più quanto tempo
-Scusate, ho il sonno pesante
-Ce ne siamo accorti. Su, andiamo
-Andiamo dove? Sono ancora in pigiama
-Quello non è un problema. E’ solo perché pensi di essere vestito così. Adesso pensa di essere vestito diversamente
Fausto li guardò stranito.
-Guarda come faccio io
Fu la ragazza a parlare. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Di colpo il pigiama che indossava cambiò, si materializzò un’onda luminosa che quando scomparve lasciò il posto ad un paio di jeans e una maglietta verde. Fausto rimase paralizzato, chiuse e riaprì un paio di volte gli occhi. Non riusciva a credere a quello che aveva visto.
-Ma… Ma… Come?…
-Dì la verità, stai pensando di stare ancora sognando, non è vero?
Il ragazzo fece sì con la testa. Marco rispose prontamente.
-Ed hai proprio ragione! Vedi, la nostra amichetta ha un, diciamo, superpotere. Riesce a viaggiare nei sogni e può interagire con chi sta sognando
-Esatto. Però non è così semplice come lo dice lui. Se le persone sono più vicine allora è più facile, per quelli che sono lontani dal mio corpo allora è sempre più difficile
-Quindi state dicendo che io sono ancora qui nel letto a dormire?
-Sì. Non è come nei film in cui vedi il tuo corpo disteso e tu sei come un fantasma che vola. Quello che vedi intorno a te è un misto tra realtà e sogno e non è semplice distinguere le due cose
-Wow. Ecco perché l’altra volta nel bagno…
-Esatto. Noi siamo amici intimi di Sara e quindi conosciamo il suo segreto da tempo, ma immagina se qualcuno sapesse quello che è capace di fare. Ci siamo fidati di te, ma non possiamo dire lo stesso degli altri
Intanto gli altri avevano già effettuato il cambio di abiti, era da tempo che avevano imparato a manipolare la realtà onirica a proprio piacimento. Per Fausto l’operazione fu più lunga. Gli avevano spiegato che non doveva fare altro che volerlo, pensare qualcosa intensamente per fare in modo che questa si compia. Dopo una decina di minuti capirono che quella sera non avrebbe fatto progressi migliori, il massimo che riuscì a fare fu cambiare le pantofole in scarpe da ginnastica. Il risultato era tutto da ridere, un paio di scarpe e un pigiama azzurro.
-Ok, ora dove andiamo?
-Che ne dite se andiamo a fare un giro dalle parti del professore di Latino?
-Già, speriamo abbia degli incubi come li fa avere a noi durante la lezione
I quattro amici uscirono di casa e si riversarono in strada. Ogni cosa servisse bastava pensarla, ad esempio per uscire bastava solo immaginare che la porta fosse aperta. Ognuno di loro materializzò una bici per potersi spostare più velocemente. In pochi minuti arrivarono fuori dall’appartamento del professor Aspide. Parcheggiarono le bici sul marciapiede ed entrarono nell’appartamento.
Era piccolo, poche stanze e la maggior parte in disordine. Il maestro di Latino era sempre stato un tipo schivo. Rispetto ad altri insegnanti che cercavano di stimolare gli alunni, magari cercando di comprendere i loro modi di fare, le tendenze, Aspide prendeva sempre le distanze. Aveva una brutta opinione delle nuove generazioni ed ogni frase puntualizzava sempre quel suo concetto. Frasi del tipo:
Ai miei tempi i ragazzi erano più rispettosi
La vostra generazione non concluderà niente
Non avete proprio idea di cosa abbiamo dovuto subire noi per arrivare ad una società libera come la vostra
Non certo le parole migliori se si vuole tirare fuori dai ragazzi la parte migliore, ma era fatto così e proprio per quello era odiato dalla stragrande maggioranza dei suoi alunni.
-Vediamo cosa sogna il nostro prof. Per avere sempre quel suo bel caratterino mi immagino vampiri e licantropi
-Oppure nei suoi sogni ci siamo semplicemente noi studenti da torturare. Magari si lascia andare alle sue voglie più nascoste
-Se è così io rimango qui, ragazzi. Non ho proprio voglia di vedere qualcosa di orrendo
-Ma dai, Sara, stiamo scherzando. Giusto una sbirciatina
I ragazzi entrarono in punta di piedi nella camera da letto, il maestro dormiva in un sonno tranquillo
-Guardatelo come è rilassato. Forse ha già sognato
Parlò Sara, con voce preoccupata.
-Non è detto ragazzi. Ricordate che tutto quello che vedete non si sa se è realtà o sogno. Li sentite anche voi questi rumori di passi?
Tutti si zittirono. Sentirono dei passi fuori dalla stanza quindi si avvicinarono alla porta per ascoltare meglio. Poi delle voci che litigavano. Una la conoscevano, era quella del loro professore, l’altra era quella di un ragazzo. Si girarono, Aspide non era più nel suo letto. Aprirono lentamente la porta e lentamente spostarono le loro teste per vedere la scena.
Il corridoio non era di quell’appartamento, la scena era ambientata in un’altra casa, più grande. C’era il loro professore, visibilmente più giovane di come lo conoscevano, e di fronte a lui un ragazzo che non ricordavano di conoscere. Era vestito alla moda di fine anni 80, giacca di pelle e jeans stracciati. Non era difficile capire che era un vero e proprio scontro generazionale, i due protagonisti erano padre e figlio.
-Anche oggi il preside mi ha avvisato che non sei andato a scuola. Dove sei stato tutto questo tempo?
-E a te cosa importa?
-Cosa mi importa? Sei mio figlio, secondo te è poco?
-Già, come se contasse qualcosa
-Che stai dicendo?
-Ma ti sei visto? Per te sono come invisibile, riversi su di me le tue frustrazioni. A volte penso che vorrei proprio essere uno dei tuoi alunni
-Continuo a non capirti. Qui non si sta parlando di me ma di te. Di come tutti i tuoi voti sono bassi e rischi di essere bocciato
-E allora? Non te n’è mai fregato niente di me. Quando invece parli dei tuoi alunni, vorrei farti vedere come diventi. Ti si illuminano gli occhi. E sto parlando di ragazzi che non hanno voti alti, ma di quelli che vanno male in tutte le altre materie ma con te no. Perché sei così buono con loro che apprezzi anche i piccoli sforzi
-Io non devo dare spiegazioni a te di come…
-Hai ragione, non devi dare spiegazioni a me. A me serve un padre, quello che non ho mai avuto. Sono diventato quello che sono per farmi vedere da te, ma tu comunque non mi vedi. Avrei voluto tanto sentire dalla tua bocca una bella parola, come quelle che dici ogni giorno ai tuoi alunni. Vorrei tirare fuori un po’ di coraggio, di forza, ma tu con me sei diverso. Ed ora sono così per causa tua
-Non ti permettere! Non dare la colpa a me del fatto che sei un buono a nulla. Sprechi le giornate senza meta. Tu non hai futuro!
-Ecco, questo è quello che dicevo. Per me riservi solo queste parole. Non ricordo da quanto tempo non mi abbracci. Sei il padre peggiore che mi potesse capitare
Poi un rumore, uno strano rumore. Il ragazzo non aveva terminato la frase che il padre gli aveva assestato un sonoro ceffone, così forte da fargli girare la testa. I ragazzi videro la scena spaventati, ma quello che udirono non era il suono di uno schiaffo, ma più forte e più oscuro. Gli attimi di silenzio sembrarono ore, la tensione era palpabile. Il ragazzo aveva ancora la testa girata e parlò senza degnare di uno sguardo il padre.
-Ricordati questo gesto. Ricordatelo per sempre
Fece uno scatto all’indietro e corse in una stanza chiudendo la porta dietro di sé. Si sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa. Aspide si fiondò verso la porta, urlò, batté i pugni sulla porta chiusa. Niente, dall’altro lato nessuno aprì, divenne rosso dallo sforzo ma inutilmente. A nulla servirono quelle urla, un rumore più forte si udì dalla stanza. Lo stesso rumore sentito prima al momento dello schiaffo. Fu a quel punto che i ragazzi capirono, il rumore era inconfondibile. Bang! Era uno sparo. Doveva averlo capito anche il professore, perché dopo qualche secondo di silenzio cominciò ad urlare più forte, ma senza rabbia. Era disperazione, piangeva ed imprecava il figlio di aprire la porta.
Inutilmente.
Dalla stanza nessun suono. I ragazzi osservavano quella scena impietriti, solo Sara cominciò a piangere, non riusciva a trattenere le lacrime. La scena di colpo cambiò. Erano in una grande chiesa, nella navata principale una bara veniva portata verso l’altare. In prima fila due persone, sconvolte nel loro triste silenzio. Vicine ma visibilmente lontane. Le stesse due persone che subito dopo erano in una stanza. Parlavano, lui si teneva la testa tra le mani mentre piangeva mentre lei gli urlava contro, diceva che era tutta colpa sua, che non era stato un buon padre. Diceva che lo avrebbe abbandonato.
Poi, di nuovo silenzio, rotto solo da un pianto lamentoso. Di nuovo i ragazzi erano nella camera da letto mentre il loro professore dormiva. Lo sguardo non era più sereno e delle lacrime bagnavano il cuscino.
-Usciamo di qui, ragazzi. Vi prego
Nessuno obiettò, tutti seguirono Sara che andava avanti nascondendo il volto. Era visibilmente stanca. Più si allontanava dal suo corpo e più per lei era difficile. Le forze la stavano abbandonando, Luigi si offrì di portarla con sé sulla bici e lei acconsentì. Ritornarono a casa senza dire una sola parola. Quell’esperienza li aveva scossi non poco. Fu Fausto ad interrompere il silenzio all’ingresso del Parco. Fu un bene perché l’atmosfera che si respirava era pesantissima.
-Ragazzi, mi dispiace che sia andata così stasera
-Fermiamoci qui, Sara riprenderà le forze prima di salire
-Succede… Beh, succede sempre questo quando andate…
-Assolutamente no! Di solito non andiamo in giro a ficcanasare nei sogni degli altri. Stasera abbiamo imparato una cosa importante
-Più di una, Marco. Abbiamo anche capito che non bisogna giudicare una persona da quello che vediamo solo a scuola. Conosciamo il professor Aspide solo, per quanto? Cinque ore settimanali? Chi lo avrebbe immaginato che portasse dentro qualcosa di così triste
-Non potevamo saperlo. Ecco tutto. Che ci sia di lezione. Le prossime volte ci limitiamo come sempre a passare del tempo extra insieme, gironzolando qui intorno di notte
-Le prossime volte? Volete dire che…
-Sì, Fausto. Fai parte del gruppo ora, ti vogliamo anche le altre volte
-Wow! Mi fa davvero piacere, Sara
-Bene, ora saliamo e ritorniamo dov’eravamo. Anche se in questa dimensione sono passati solo pochi minuti dobbiamo comunque far riposare i nostri corpi
-Ricorderemo tutto domani mattina?
-Puoi scommetterci. Questa di stasera ce la ricorderemo per sempre
I ragazzi salirono e presero posto nelle rispettive stanze. Era ancora notte fonda, gli orologi continuarono a camminare appena tornarono nel piano reale. Prima di rientrare però non si accorsero che degli occhi li stavano guardando. Occhi curiosi, qualcuno che già li conosceva li seguì con lo sguardo e intuì qualcosa.
