
La porta della cameretta si aprì lentamente. Muovendosi emise un lieve cigolio che allertò il bambino a letto. Aprì gli occhi di colpo, l’oscurità stava svanendo lasciando spazio alla luce che filtrava dall’esterno. Il fascio giallo si allargava illuminando la stanza. La piccola libreria, la scrivania, il pavimento ancora pieno di giochi, poi il letto. Prima che la luce potesse illuminare il suo volto, si infilò velocemente sotto le coperte. Lasciò un piccolo spiraglio per osservare la scena sperando di non essere trovato.
Vide una forma entrare nella stanza, la luce alle spalle proiettava un’ombra smisurata sul pavimento. Il passo era lento, chiunque si stesse muovendo lo faceva cercando di evitare di fare anche il minimo rumore. Poi la figura si fermò, a due passi dal letto. Il bambino si portò la mano alla bocca per istinto. Passarono i secondi ma fuori dal suo rifugio nessun rumore. Forse l’aveva scampata. Scoprì leggermente la coperta e mise la testa fuori. Davanti a lui trovò un volto che sorrideva nella penombra.
-Bu!
Il bambino rimise la testa sotto la coperta. L’altro la scostò prontamente, davanti a lui c’era il piccolo in posizione fetale.
-Te l’ho detto, è inutile che mi scappi!
Poi si buttò su di lui e lo abbracciò provocando le risate del bambino.
-Lasciami, mi fai il solletico!
-Ma è proprio quello che voglio farti!
I due andarono avanti per qualche secondo. Padre e figlio che si divertono facendo finta di essere il mostro e la vittima. L’uomo andò poi ad accendere la luce. Il lampadario sul soffitto illuminò l’intera stanza. Sulle pareti c’erano poster dei personaggi preferiti dal bambino e foto di quando era più piccolo. Sulla scrivania fogli con disegni colorati e una collezione infinita dei suoi giocattoli preferiti. I robot. Una vera e propria passione quella del bimbo per i robot, ogni volta che ne vedeva uno rimaneva affascinato. Il padre non poteva non alimentare quella sua fame, gliene comprava tantissimi. Lui ci giocava, li smontava per capire com’erano fatti. A volte bastavano pochi pezzi di plastica per assemblarli e far finta di averne costruito uno tutto suo.
Negli anni la stanza era completamente sommersa di robot. Ce n’erano di tutti i tipi, cingolati, antropomorfi, educativi, di legno, di plastica, di metallo. Il bimbo era il padrone assoluto di quel suo regno immaginario in cui le macchine esaudivano ogni suo desiderio.
-Su, adesso ti leggo una storia così poi ti addormenti
Il bimbo si mise sull’attenti in attesa che il padre gli leggesse una favola. L’uomo si avvicinò alla libreria e prese un grande libro, lo aprì e si avvicinò al figlio.
-Allora, vediamo. Ieri abbiamo letto i tre porcellini, oggi potremmo leggere… i sette capretti! Che ne dici?
Il bimbo fece di sì con la testa. Suo padre si sedette sul letto accanto al piccolo e cominciò a leggere. Il bimbo fissava le immagini sul libro senza distogliere lo sguardo. Le illustrazioni lo attiravano, osservava quei paesaggi fantastici mentre ascoltava la voce confortante del papà che raccontava la fiaba. La conosceva già, l’aveva sentita decine di volte, ma ogni volta rimaneva immobile e attento.
Dopo qualche minuto la favola era finita, l’uomo chiuse il libro per riporlo nuovamente nella libreria. Una voce però dietro di lui lo fermò.
-Ancora
Rimase stranito da quella richiesta, non se l’aspettava.
-Come?
-Ancora. Un’altra storia
-Vuoi davvero che te ne racconti un’altra?
Il bimbo fece di sì con la testa.
Va bene. Vediamo… Cappuccetto rosso?
Ancora un cenno di assenso con la testa. Vedendo quel gesto suo padre si ributtò di nuovo nella lettura. Sfogliò le pagine fino ad arrivare alla favola scelta, fece vedere al piccolo le immagini dei personaggi. C’era il disegno di una piccola bambina dai capelli dorati e con un vestito rosso, un enorme lupo con la bocca aperta mentre mostrava le lunghe zanne, una piccola casa immersa nel bosco. Il piccolo vedeva davanti agli occhi le immagini e immagazzinava i dettagli di ogni scena.
-C’era una volta in una casetta nel bosco una piccola bambina di nome Cappuccetto Rosso…
La voce sempre calma e tranquilla dell’uomo guidava per mano il bambino in un mondo di sogno popolato da animali parlanti, fanciulli innocenti e un bel lieto fine. Anche quella storia l’aveva già sentita tante volte, ma era bello riascoltarla ogni volta, vedere nella propria mente la protagonista che riesce a sconfiggere il lupo cattivo e salvare la nonna.
Quando il racconto finì, l’uomo guardò il viso del bambino ancora fisso sull’illustrazione del libro. Teneramente gli passò la mano sotto il mento accarezzandolo.
-Ti è piaciuta la storia?
Il bambino come sempre rispose muovendo la testa, poi aprì la bocca e disse.
-Ancora
-Sbaglio o stasera siamo pieni di richieste?
-Ancora. Un’altra storia
-E va bene, ma l’ultima. Cosa vuoi che ti legga?
Il bambino alzò il braccio ed indicò un punto sul muro. L’uomo seguì con lo sguardo la linea immaginaria che collegava l’indice alla parete. Stava puntando uno dei poster, il disegno di un bambino con degli stivali rossi dai quali spuntavano due fiamme infuocate. Aveva le mani serrate a pugni, un braccio era proteso in avanti, la posa era quella di qualcuno che in quel momento stava volando. L’uomo conosceva bene quel personaggio, da piccolo era anche uno sei suoi preferiti. Tetsuwan Atom, meglio conosciuto come Astroboy.
-Quello lì? Vuoi che ti racconti di lui?
La testa si mosse in maniera affermativa. Il padre con sguardo triste si avvicinò di più a lui e gli parlò dolcemente.
-Vedi, amore, quello lì si chiama Astroboy. E’ un robot. Non ti ho mai raccontato di lui perché… vedi, lui ha una storia molto triste e tu sei troppo piccolo per ascoltarla
-Ti prego. Racconta
Si guardarono negli occhi. Quelli inespressivi del bambino incontrarono quelli preoccupati dell’adulto. Fino ad allora si era sempre limitato a raccontare fiabe che per quanto potessero essere interpretate male da un cervello come il suo erano comunque il frutto di una fantasia che regnava da secoli nella letteratura dell’infanzia. Il silenzio rispettoso del bambino che attendeva l’approvazione convinse suo padre, forse spinto anche da un desiderio nascosto di voler raccontare quella storia triste ma anche bella.
-Va bene, allora, in un futuro non molto lontano esisteva un grandissimo scienziato giapponese di nome Tenma. Era un vero genio e passava tutti i giorni in laboratorio per creare nuovi robot che potessero aiutare le persone. Un giorno suo figlio, il piccolo Tobio, deluso dall’ennesimo rifiuto del padre che preferiva lavorare piuttosto che passare del tempo con lui, prese l’auto del genitore e cercò di scappare via
A quel punto del racconto l’uomo dovette fermarsi. Non perché il suo piccolo pubblico era distratto, tutt’altro. La storia che raccontava era così triste che quasi la stava rivivendo, raccontandola. Deglutì un paio di volte per reprimere un pianto improvviso, poi continuò.
-Mentre scappava però. si rese conto di non saper pilotare l’auto anche se era automatica. Purtroppo ci fu un incidente e il piccolo Tobio perse la vita dopo essere stato portato in ospedale. Prima di morire però aveva chiesto al padre un ultimo desiderio. Il prossimo robot che il dottor Tenma avesse costruito sarebbe stato un bambino. In quel caso sarebbe stato più facile insegnargli tutto ciò di cui aveva bisogno. Il dottor Tenma capì troppo tardi che aveva sprecato troppo tempo in laboratorio e solo allora vedendo il piccolo andarsene via si rese conto che non poteva più tornare indietro. Poteva però fare ancora qualcosa per lui, onorare la sua memoria e realizzare il suo ultimo desiderio. Si mise subito all’opera, progettò e fece costruire un robot bambino. Ma fece di più, quella sua creazione così perfetta avrebbe avuto proprio le sembianze di Tobio
Il bambino ascoltava in silenzio quella storia così originale. Era la prima volta che ne sentiva parlare e memorizzava ogni dettaglio e nome.
-Quel robot era dotato di propulsori per volare, armi supertecnologiche per difendere i più deboli, ma la cosa più importante era la sua intelligenza artificiale. Era possibile plasmare l’intelletto, le conoscenze e forse l’animo di quel robot proprio come si fa con i bambini. In quel modo il professor Tenma lo avrebbe tirato su come un vero bambino prodigio, come Tobio. Gli avrebbe insegnato la differenza tra bene e male
-E ci riuscì?
-Certo! Quel robot, che tutti chiamavano Atom o Astroboy, divenne il robot più forte di tutti ma anche il più bravo. Con la sua intelligenza e la sua forza aiutò il genere umano a sconfiggere i cattivi più potenti. Con lui erano tutti al sicuro
-Mi piace. Anche io voglio essere così
-Non correre piccolo mio. Ne hai di cose da imparare, ma sono sicuro che diventerai come lui. Anzi, sarai migliore di lui
Il bambino rimase fermo a pensare. Suo padre si domandò chissà cosa stesse elaborando in quel piccolo cervello. Magari le immagini di Astroboy che volava e difendeva i buoni. Gli accarezzò i capelli e gli diede un bacio. Rimase a guardarlo ancora per qualche secondo, poi si allontanò per spegnere la luce del lampadario. Si avvicinò alla porta, stava per chiuderla dietro di sé quando sentì la voce del piccolo.
-Papà
-Dimmi amore
-Ti voglio bene
Quella frase così breve, forse anche così scontata, fece breccia nel cuore dell’uomo. Una lacrima scese sul suo viso, era di spalle e non si girò subito per non farsi vedere mentre piangeva. Poi si voltò e ritornò dal bambino. Lo abbracciò con quanta forza aveva e gli sussurrò all’orecchio la sua dichiarazione di amore paterno.
-Anche io. Ti voglio bene come niente al mondo. Niente ci separerà
Poi allentò la presa e con una mano cercò un punto preciso dietro la sua schiena. Finalmente trovò quello che cercava, lo pigiò e sentì un debole rumore.
Click
Lo baciò sulla guancia e uscì dalla stanza chiudendo la porta alle sue spalle.
Fuori dalla stanza lo aspettava Giorgio, suo amico e collega. Fu diretto, si conoscevano da così tanto tempo che non c’era bisogno di girare intorno all’argomento.
-Mattia, senti, dobbiamo parlare
-Di cosa?
-E me lo domandi anche? Ci ho pensato parecchio e penso che questo tuo progetto sta andando troppo oltre. Non erano questi i patti, la cosa ti sta scivolando di mano
-Ah, sì? E sentiamo, quali erano i patti?
-Mi hai coinvolto in questo… esperimento. Avremmo costruito la migliore intelligenza artificiale mai pensata. Sono stati anni di duro lavoro ma ce l’abbiamo fatta. Insieme ci siamo riusciti
-Non vedo allora quale sia il problema
-E’ proprio sotto il tuo naso, Mattia. Vedi cosa fai? Abbiamo costruito il futuro della scienza per cosa? Per farti rivivere una situazione della tua vita personale? Hai fatto costruire in questa stanza la… sua cameretta, dicevi che sarebbe servito per farlo crescere in un ambiente confortevole. E invece tu cosa fai? Ogni sera gli racconti una favola
-Tu… tu… tu non sai cosa provo. Tu non sai cosa ho provato quando è successo e come mi senta ora
-Non arrabbiarti. Hai ragione, non posso capire nemmeno lontanamente cosa c’è dentro la tua testa da quando è successo, ma non puoi andare avanti così. Quello nella stanza non è tuo figlio, Mattia. E’ soltanto un robot che sta imparando ogni giorno. Puoi insegnargli tutto ciò che vuoi, le stesse cose che hai insegnato a Damiano, ma non sarà mai lui. Prima accetti questa realtà e prima potrai superare il lutto
-Non posso. Non capisci, io non posso fare finta di niente
-E diventare come il personaggio che hai raccontato stasera? Come il dottor Tenma che costruisce un robot per rimpiazzare il figlio che non c’è più? Lo sai già come andrà a finire, non potrà funzionare a lungo
-Lasciami stare Aldo. Non giudicarmi
-Non ti giudico ma in nome della nostra amicizia sto facendo il possibile per darti una mano
Mattia rimase a guardarlo in silenzio, poi disse una frase che non pensava affatto. Ma a volte succede proprio questo, si dicono frasi che non si pensano e che generano le conseguenze più gravi.
-Qui non sei mio amico ma solo un collega. Se sei qui per darmi consigli sul lavoro ben venga, ma non provare a darmi dirmi cosa fare della mia vita. Stanne fuori
Aldo rimase a bocca aperta. non si aspettava quella risposta. Dopo qualche secondo imbarazzante prese una decisione. Staccò il cartellino che era attaccato al camice e lo gettò a terra. Voltò le spalle al suo amico e se ne andò dal laboratorio.
Mattia rimase in silenzio nel corridoio. Era solo, mai come in quel momento si sentiva abbandonato da tutti. Solo una cosa poteva rimetterlo in sesto. Dietro di lui una porta chiusa lo separava dall’unica cosa che contava nella sua vita. Un robot con le sembianze di suo figlio morto anni prima.
Ritornò nella camera ed accese la luce. Si avvicinò al letto e pigiò sul tasto posto sulla schiena del robot. Un lieve rumore metallico, poi l’androide aprì gli occhi e lo guardò. Sorrise riconoscendolo.
-Papà!
Mattia lo abbracciò e scoppiò a piangere.
