
Erano le 21:30 e l’aeroporto di Milano Malpensa era quasi deserto. La maggior parte dei viaggiatori viaggia più comodamente, quella fascia di orario invece era riservata a due categorie di persone. La prima era quella dei ritardatari ovvero quelli che non hanno prenotato un volo con largo anticipo e devono accontentarsi. La seconda era quella degli indaffarati, chi ha da fare tutto il giorno e non può permettersi di sprecare tempo a viaggiare. Viaggiando di notte si recupera tempo così di giorno si può provvedere a tutto il resto.
Riccardo faceva sicuramente parte di quest’ultima categoria. La sua era una vita calcolata al millisecondo. La sua agenda era sempre piena, era necessario pianificare tutto alla perfezione per rendere sempre al massimo. Un giorno in ufficio, gli altri in giro dai clienti in tutta Italia. I minuti erano preziosi come oro per lui e quindi non dovevano essere sprecati. Una vita sacrificata alla dea Organizzazione. Era proprio per quel motivo che nei suoi piani non poteva rientrare una famiglia. Quello sarebbe stato un vero e proprio impedimento per la produttività. Certo, conosceva tantissime persone sposate, magari con figli, che erano i classici uomini o donne in carriera, ma non era lo stesso. Avrebbero dovuto comunque sacrificare tempo da dedicare agli altri componenti. Magari a Natale per la recita di un figlio, o in estate per accondiscendere alle voglie di vacanza di una moglie, le visite dal dottore magari, gli impegni improvvisi. Tutti eliminati, estirpati alla radice dal suo modo di vivere. Cento per cento lavoro, cento per cento soddisfazione personale, come diceva sempre lui.
Ed eccolo lì, a controllare le ultime mail dal suo laptop prima di imbarcarsi e far tappa a casa, a Napoli. Un giorno per andare in ufficio ed incontrare il suo team e poi di nuovo in giro. In quei giorni si riuniva anche il consiglio di amministrazione per definire le nuove gerarchie aziendali e lui sperava tanto in una promozione. Era il più meritevole, lo sapeva, e si aspettava da un giorno ad un altro la fatidica convocazione del capo supremo. Tirò una boccata d’aria con le narici appena gli venne in mente quella scena. Il capo che lo chiama, gli fa un discorsetto veloce di complimenti e lo insignisce di una bella nomina ed una nuova sede da gestire. Per ora erano pensieri, sogni, ma lui sapeva che gusto avevano i sogni quando si realizzavano.
Mentre stava per chiudere la mail gli si avvicinò un bambino. Probabilmente un altro passeggero del volo per Napoli, si avvicinò accanto al suo posto per osservare lo schermo. Il padre lo richiamò subito.
-Gabriele, vieni subito qui. Non disturbare il signore che sta lavorando. Mi scusi, sa, è ancora piccolo
Riccardo non fece parola. Si apprestò a chiudere il laptop e guardare con sufficienza l’uomo, poi si alzò e controllò il cellulare. Il bambino ci rimase male. In realtà anche il padre, non si aspettava una reazione così drastica.
-Era indaffarato, lo vedi? Vieni qui che ti leggo una storia
Riccardo guardò l’orologio, mancava ancora un po’ per l’imbarco dei passeggeri quindi aveva tempo di una tappa in bagno. Entrò con lo zaino sulle spalle, fece quello che doveva fare e si lavò le mani mentre si osservava allo specchio. Anche alla sua età era un bell’uomo, doveva riconoscerlo. Mentre stava asciugando le mani notò che la luce andava e veniva. Giusto un paio di volte, per una frazione di secondo si era ritrovato al buio. Diede subito la colpa ai generatori di corrente, forse c’era un sovraccarico ed era diminuita la tensione. Si aggiustò i capelli ed uscì dal bagno. Percorse il corridoio per ritornare in sala d’attesa. Stranamente il corridoio gli sembrava più lungo del solito o forse era solo stanco. Continuava a camminare, le piastrelle bianche creavano un effetto di lunghezza interminabile. Finalmente arrivò ad una porta. La aprì.
Si aspettava di trovare la sala d’imbarco, con gli steward di terra e i passeggeri ad attendere, mentre invece era arrivato dentro una sala chiusa, semibuia e con delle sedie disposte in fila. Si guardò stranito intorno mentre si girò per aprire la porta. Non la trovò. Dietro di lui c’era un muro e fintanto che riusciva a vedere con quella poca illuminazione non trovava porte. Cominciò a tastare il muro in cerca di qualche maniglia, visibilmente preoccupato, quando una voce lo richiamò.
-Ha finito, lei? Noi qui siamo pronti, se vuole prendere posto può sedersi su una delle sedie così cominciamo
Non sapeva il perché ma quella voce gli incuteva timore. Senza controbattere andò a sedersi su una delle sedie libere in prima fila. Da quella posizione riusciva a vedere di che si trattava. Era in una sala di un tribunale. Ma lui si trovava all’aeroporto, come era possibile? Era tutto poco illuminato, ma riconosceva sulla sinistra il bancone della giuria, al centro il giudice e sulla destra il posto riservato ai testimoni. Vedeva l’imputato di spalle, era incuriosito di sapere di chi si trattasse.
-Silenzio in aula. Avvocato, cominci con il primo testimone
Prese posto nel banco dei teste un bambino. Poteva avere intorno ai cinque o sei anni, gli diedero una mano a salire sullo sgabello alto. Riccardo sgranò gli occhi, non sapeva che così piccoli si poteva essere chiamati in aula per testimoniare.
-Avvocato, era necessario chiamare un bambino a testimoniare?
-Necessario, signor giudice
-Va bene. Prego, inizi pure
L’avvocato si schiarì la voce e cominciò a fare domande al bambino.
-Conosce l’imputato?
-Sì
-Afferma di conoscerlo bene?
-Sì
-Racconti a tutti di cosa è accusato nei suoi confronti
-Lui è un ladro signor giudice. Mi ha rubato una cosa preziosa. La più preziosa della mia vita
Quel bambino parlava proprio come un adulto. Probabilmente era stato plagiato dai suoi genitori o ancora meglio dall’avvocato.
-Spieghi a tutti i presenti di cosa si tratta
Riccardo avvicinò le orecchie verso il bambino. Quella causa sembrava essere interessante e voleva sentire bene di cosa si trattasse.
-Il mio bambolotto
Tornò a sedersi con appoggiato allo schienale. Quella risposta gli parve così ridicola che pensò che forse era meglio ritornare a cercare l’uscita.
-Il suo bambolotto? Avvocato di cosa sta parlando il bambino?
-Un attimo. Puoi dire a tutti di quale bambolotto stai parlando?
-E’ un bambolotto che mangia dal biberon e chiude gli occhi se lo abbassi. Ce l’ho da sempre, da quando ho memoria. Ricordo che un giorno mia madre mi accompagnò a fare un giro in centro prima di Natale. Passeggiammo tutta la mattinata sul Rettifilo, quando ero stanco mi metteva nel passeggino e lo spingeva senza mai smettere. Era tutto bellissimo, tutte le vetrine erano addobbate e piene di cose bellissime. Non eravamo ricchi, per niente. Mamma aveva i soldi contati per comprare i regali, cioè tutte cose utili. Vestiti, intimo, roba da mangiare. Io le chiesi perché non potevo avere un giocattolo come gli altri miei amici e a lei vennero le lacrime agli occhi. Mi prese per mano ed entrammo in un negozio di giocattoli bellissimo. C’erano giochi ovunque e io non sapevo cosa scegliere. Vedevo la sua faccia che diventava un po’ triste quando mi avvicinavo ad alcuni giochi, più serena se indicavo altri. Mi piacque tantissimo quel bambolotto. Era nel reparto per bambine ma a me piaceva lo stesso. Mamma me lo comprò ed uscimmo dal negozio per tornare a casa ed impacchettare i regali. Quando la sera di Natale aprimmo i doni e mio padre vide quel bambolotto guardò mia madre con un’espressione severa. Non disse nulla quella sera ma di notte li ascoltavo e sentii le urla di mio padre che non le perdonava di aver sprecato soldi per quel regalo da femminuccia. Da quel giorno promisi a me stesso che avrei tenuto nascosto il mio nuovo amico, ci giocavo di nascosto e mi confidavo con lui delle mie paure, dei miei segreti
A quel punto indicò l’imputato con sguardo serio.
-Finché quell’uomo non ha preso il mio bambolotto. L’ho visto io, lo ha preso e lo ha gettato nell’immondizia. Era un mio amico, con lui mi trovavo bene. Senza di lui ho perso un pezzo della mia vita!
Subito un vociare prese piede nella stanza. I giurati si guardavano con sguardo schifato e parlavano tra di loro a voce bassa. Addirittura una signora dalla giuria cominciò a piangere. Riccardo era l’unico che non riusciva a capire la gravità della situazione. Tutti sembravano giudicare l’imputato ancor prima della corte mentre lui non trovava nulla di grave nel gesto dell’imputato. Era solo un giocattolo, non si può andare in galera per quello in Italia.
-Ordine, ordine. Fate silenzio in aula! Avvocato se lei ha finito può passare al prossimo testimone
-Subito signor giudice. Entri il secondo testimone
Dal lato destro si avvicinò allo sgabello un ragazzo. Era vestito in maniera piuttosto casual per essere in un’aula di tribunale. Jeans, maglietta dei Guns’N’Roses e un cappello scuro. Fu redarguito dal giudice che gli intimò di togliere almeno il cappello prima di sedersi. Il giovane ubbidì rispettosamente. Si sedette sulla sedia, anche in questo caso Riccardo non riusciva a vedere bene il volto a causa delle poche luci direzionate male. Al cenno del giudice l’avvocato cominciò ad interrogare il teste.
-Le faccio la stessa domanda del precedente testimone. Conosce quell’uomo?
-Certo
-Di cosa lo accusa? Perché si trova qui?
-Quell’uomo ha ucciso i miei amici
Riccardo era esterrefatto per quella dichiarazione. L’imputato cominciava ad assumere i tratti di un vero e proprio mostro. Prima colpevole di furto, ora addirittura di omicidio. E in tutto ciò non cercava neanche di discolparsi.
-Può ripetere l’accusa che sta volgendo?
-Quell’uomo è un assassino, ha ucciso tutti i miei amici. Ho diciassette anni e sono uno studente di un liceo scientifico a Soccavo. Dal primo anno ho trovato una classe stupenda, non conoscevo nessuno eppure siamo diventati tutti amici. Forse perché su una classe di ventinove alunni siamo soltanto sei ragazzi, ma siamo sempre stati inseparabili. Ognuno con il suo carattere diverso dagli altri, ognuno con i propri limiti a scuola, ma con le stesse passioni e la stessa voglia di divertirci e di vivere bene. La fede calcistica non ci accomuna, ma questo non limita il senso di fratellanza che ci unisce. Per noi la domenica era un giorno triste perché non andavamo a scuola e non potevamo vederci, il lunedì invece era una festa. Tante cose da raccontarci e tante risate. La scuola era un pretesto, era la nota negativa che però ci ha fatto incontrare. Con il tempo però abbiamo abbracciato anche quella croce, e siamo anche migliorati tantissimo dandoci una mano l’un l’altro. Nessuna ragazza ci avrebbe diviso, era il nostro patto. Avremmo voluto che quei cinque anni non finissero mai
-Venga al dunque, quando si è verificato l’accaduto?
-Dopo, è successo dopo il liceo. Eravamo sempre in contatto, in ogni momento. Poi all’improvviso lui ha iniziato a fare fuoco verso tutti i miei fratelli. Prima con Peppe, il più grande di noi. Poi con Luigi, Rosario, Raffaele, Salvatore. Ad uno ad uno li ha uccisi, ha mirato verso il loro cuore ed ha sparato. Tutti morti, ora sono rimasto solo. Non ho più amici e senza di loro mi sento perso
Si alzò e si mise ad urlare contro l’imputato con la rabbia che solo un adolescente può avere.
-Li hai uccisi tutti a sangue freddo! Cos’è la vita senza amici! Sono solo ora, che vita è?
Di nuovo tutti presero a parlare all’unisono e di nuovo il giudice richiamò tutti alla calma. Stavolta per Riccardo il motivo sembrava più serio ma aveva l’impressione che stessero parlando di qualcosa che non fosse avvenuto davvero. Non poteva essere una persona così ignobile.
-Silenzio in aula oppure faccio uscire tutti. Avvocato se ha finito può passare all’ultimo testimone
-Certamente signor giudice
L’ultimo testimone prese posto dopo che il ragazzo scese dalla sedia. Questa volta si trattava di un adulto. Aveva un vestito elegante, ma non troppo, non aveva cravatta e Riccardo fece caso alla camicia di sicuro non sartoriale. Era giovane, si sedette sullo sgabello e giurò di dire la verità.
-Conosce l’uomo che sta accusando?
-Sì, signor avvocato
-Può indicarlo?
L’uomo indicò l’imputato mentre gli sguardi del pubblico esprimevano sdegno.
-Di cosa lo accusa?
-Lui mi ha rubato il lavoro e la mia compagna. Le spiego subito cosa è accaduto. Ho studiato economia e commercio all’università Federico II di Napoli. Subito dopo ho trovato lavoro come contabile in una piccola società a Fuorigrotta. La paga non era altissima ma l’ambiente era confortevole. Dal primo giorno ho legato con il mio capo e con la moglie, l’azienda era a carattere familiare. Due persone di una gentilezza immensa. Mi hanno accolto non solo nella loro azienda ma anche nella loro casa. Quando ho perso prematuramente i miei genitori loro si sono offerti di ospitarmi a casa loro per un breve periodo finché non avessi risolto i vari problemi di organizzazione. Gente all’antica signor giudice, gente disposta a sacrificare tutto per il bene altrui. A casa loro conobbi Claudia, aveva da poco finito anche lei gli studi universitari e stava cercando lavoro come biomedico. Fu amore a prima vista e le cose andarono alla grande per i primi anni. Ebbe un’offerta di lavoro per Milano, me ne parlò una sera con le lacrime agli occhi. Ci saremmo separati e sicuramente saremmo stati male ma le feci capire che era la sua vita lavorativa ed era giusto accettare una buona proposta, potevamo farcela. Sapete cosa decise, signor giudice? Rifiutò, lo fece per noi. Disse che non c’era bisogno di allontanarsi, avrebbe aspettato e magari il professore che l’aveva seguita nella tesi avrebbe trovato qualcosa in zona, a Napoli. Certo, lo stipendio non sarebbe stato lo stesso o forse non ci sarebbe stato per parecchio, ma era una soluzione accettabile per mandare avanti un rapporto senza intoppi. Eravamo felici insieme, stava andando tutto per il meglio finché non è intervenuto lui
Il suo sguardo si andò a posare sull’imputato ed emetteva risentimento e rabbia.
-Lui ha parlato con Claudia, le ha detto che io avevo dei dubbi sul nostro rapporto, che era necessaria una pausa di riflessione. Ma non era vero signor giudice, io amavo quella ragazza, era la mia vita. Andò addirittura a parlare con suo padre, gli disse che era meglio interrompere il nostro rapporto lavorativo per il bene di tutti, mio, suo e di Claudia. Ricordo ancora le sue lacrime quando suo padre mi chiede di uscire di casa. Fu l’ultima volta che li vidi e quella che scorgevo nei loro occhi era delusione. Da allora non li ho più risentiti, non so nemmeno che fine abbiano fatto, se stanno bene, se hanno problemi. Nulla
I giurati muovevano la testa in senso di diniego, tutti ricominciarono a scomporsi. Riccardo invece era stufo, stanco di quello che ora sembrava soltanto una recita di un teatro itinerante. Voleva che finisse presto, era l’ultimo dei testimoni a quanto pare quindi ora non c’era che la sentenza. Guardò l’orologio e stranamente notò che segnava lo stesso orario di quando era entrato nell’aula. Nemmeno un minuto in più. Sicuramente era rotto, doveva farlo aggiustare quanto prima.
-Avvocato, se ha finito chiamerei l’imputato
-Certo signor giudice. Faccia pure
-L’imputato è pregato di avvicinarsi
Tutti si girarono nella direzione dell’uomo accusato ma questo non si mosse. Era seduto proprio davanti a Riccardo ma non ebbe nessuna reazione.
-Si avvicini le ho detto
Ancora nessun movimento. Riccardo stava quasi per alzarsi quando vide che l’uomo si girò verso di lui. Rimase impietrito, quell’uomo non aveva volto. Un manichino senza occhi né naso né bocca. Era rivolto verso di lui e questo lo impauriva. Riccardo girò la testa guardando gli altri presenti, cercando nei loro occhi un conforto ma si accorse che tutti lo stavano guardando. Il pubblico, la giuria, l’avvocato, il giudice. Tutti lo osservavano attendendo da lui una risposta.
-Deve avvicinarsi al banco degli imputati, prego
Una ragazza gli si avvicinò e lo prese sottobraccio per portarlo davanti al giudice. Riccardo acconsentì senza volerlo, la paura di contraddire tutti gli spettatori era grande.
-Riconosce queste tre persone che lo accusano?
Davanti a lui si misero in fila i tre accusatori, il bambino, il ragazzo e l’uomo. Stavolta una luce bianca illuminava chiaramente i loro volti ma Riccardo non riusciva proprio a capire chi fossero. Agitò la testa per far intendere che non li aveva mai visti prima.
-Ne è sicuro?
Sentenziò il giudice. Li guardò meglio ma per lui erano sconosciuti.
-Possibile che non riesca a riconoscerli? Ha rimosso così bene la sua memoria passata da rimanere impassibile?
Cominciò a parlare il più piccolo.
-Non mi riconosci Riccardo? Non ricordi la storia di quel bambolotto? Lo chiamavi Dudu. Non ricordi come papà lo odiava? Eppure tu gli volevi bene, dormivate sempre insieme. Anche quando non riuscivi a prendere sonno perché sentivi tuo padre urlare contro tua madre. Lo stringevi forte e gli dicevi che sarebbe finito presto. Non hai mai avuto fratelli, i tuoi ci provavano ma non venivano. E così tuo padre era sempre più arrabbiato e tua madre sempre più triste. Ma Dudu c’era sempre e insieme a lui avevi più sicurezza. Lo avevi nascosto bene ma andavi sempre a prenderlo per abbracciarlo. Ma fino a quando? Non lo ricordi. Solo qualche anno fa quando sei ritornato a Napoli per rivendere casa dei tuoi hai trovato il suo vecchio nascondiglio e cosa hai fatto? Lo hai gettato nell’immondizia senza pensarci. Non ricordavi nemmeno di aver mai avuto un bambolotto. Hai ucciso il bambino che è in te. Quel senso di attaccamento alle cose che ti fa stare bene, il gioco che ti estranea per un po’ dalla vita di tutti i giorni. Sei diventato così adulto da dimenticare di essere mai stato un bambino. Un bambino sensibile
Riccardo sgranò gli occhi. Stava per ricordare quanto era accaduto quando iniziò a parlare il ragazzo.
-Non riconosci neanche me? Non ti ricordi quando hai conosciuto la prima volta i tuoi amici? Eri disteso a terra perché dei bulli ti avevano minacciato di dare loro tutti i tuoi soldi. Tu avevi rifiutato mentre tremavi dalla paura e loro ti avevano spinto a terra con un calcio. Stavano per pestarti quando erano comparsi loro. Eravate superiori in numero quindi se ne andarono ma in realtà sapevate tutti che non eravate capaci di battervi. Avreste perso invece quel giorno avevate vinto, ed era solo il primo giorno di scuola delle superiori. Eravate inseparabili, insieme a loro eri più forte, più sicuro. Nessuno rimaneva indietro, eravate come i moschettieri, uno per tutti e tutti per uno. Poi un giorno sei cambiato. Non hai più risposto alle loro telefonate, non hai mai più avuto voglia di sentirli, magari di ascoltare i loro problemi. Lo sai che Rosario è morto di tumore al fegato sei anni fa? Come puoi saperlo, tu sei troppo indaffarato. Gli altri c’erano però, sono stati sempre vicino a lui da quando lo ha saputo finché non se n’è andato dopo quattro mesi. Hai dimenticato cosa vuol dire avere amici. Conosci tantissime persone, è vero, ma loro non farebbero mai per te qualcosa senza avere nulla in cambio. Ti sei solo circondato di approfittatori, di squali come te. Avere un amico significa sapere di non essere mai solo, sapere che non cadrai mai a terra perché ci sarà sempre una mano che ti prende prima di toccare il terreno
Riccardo stava cominciando a vedere sfocato. Erano le lacrime che senza annunciarsi stavano riempendo i suoi occhi.
-E io? Sai chi sono io? Ricordi Marta e Giovanni? Facesti il tuo primo colloquio con loro. Non andò per niente bene. Eri appena uscito dall’università, ti eri laureato appena due settimane prima. Troppe nozioni teoriche ma nulla di pratica. Ma loro non ti stavano interrogando. Loro ti stavano guardando dentro, stavano scandagliando la tua anima e videro che avevi solo bisogno di un po’ di tempo e di esperienza sul campo. E videro giusto. Ti accolsero tra di loro come il figlio maschio che non avevano mai avuto. Nella loro piccola azienda hai imparato tutto quello che sai, quello che non insegnano ai corsi universitari. E poi Claudia. Era bellissima quando la vedesti la prima volta, ricordi? Dalla porta semichiusa l’avevi vista ripetere la tesi e pensasti a quanto era bella. Bella e intelligente. Per te avrebbe fatto tutto, per te aveva messo da parte un’occasione che non le si è più ripresentata. Poteva andare a Milano, fare carriera, ma questo significava allontanarsi da te e lei non lo voleva. Sai perché? Perché aveva già tutto quello che voleva, aveva te e le bastava. Avresti preso tu in mano le redini dell’azienda di famiglia e insieme sareste stati felici. Ma tu cosa hai fatto? Hai avuto quell’offerta di lavoro a Torino. Le dicesti che era giusto così, che si trattava di un treno che passa una sola volta nella vita. Iniziasti a dire che volevi viaggiare, fare esperienze fuori, che quella piccola azienda dove lavoravi era troppo stretta per te. Li salutasti freddamente, stringendo la mano a Giovanni come se fosse un estraneo. Dimmi un po’, hai mai trovato nella tua carriera lavorativa qualcuno che ti abbia mai considerato un figlio come faceva lui? Che ti abbia mai guardato negli occhi per dirti di essere fiero di te. Sicuramente no, ma forse tu non ne hai bisogno
Riccardo li aveva tutti e tre davanti agli occhi e finalmente riconosceva sui loro volti il suo viso da bambino, da adolescente e da adulto. Guardò in direzione della giuria e riconobbe tante facce che si erano perse nel tempo. I suoi amici di gioventù, i suoi zii, le sue maestre, i suoi genitori. Erano tutti lì per giudicarlo o soltanto per punirlo? Aveva tante cose da dire, avrebbe potuto discolparsi, dire che era cresciuto ed era cambiato ma disse una sola parola. Una parola che gli veniva da un cuore forse non era più circondato da una corazza di ghiaccio.
-Scusate. Scusate tutti
A quel punto il giudice tuonò nel silenzio dell’aula.
-Il verdetto è stato emesso! Io ti dichiaro…
Il martelletto si abbassò violentemente sulla base in legno provocando un rumore sordo e forte. Subito dopo il buio.
Riccardo aprì gli occhi. Non era sicuro dove si trovasse e d’istinto guardò l’orologio. Erano le 21:30. si guardò intorno e si accorse di trovarsi nella sala d’imbarco per il suo volo verso Napoli. Era seduto ed aveva il notebook acceso sulle sue gambe, davanti a lui la posta elettronica non segnalava la presenza di nuovi messaggi. Si era forse addormentato mentre controllava le mail?
-Gabriele, vieni subito qui. Non disturbare il signore che sta lavorando. Mi scusi, sa, è ancora piccolo
Riccardo si accorse proprio in quel momento che accanto a lui c’era un bambino curioso. Stava osservando il monitor forse attirato dal colore delle icone. Lo guardò e il bambino sorrise, era il suo modo di chiedere scusa per una marachella. Riccardo ricambiò il sorriso.
-Non si preoccupi, forse è solo curioso. Magari durante il viaggio insieme al tuo papà ti faccio vedere un programma carino
Il bambino guardò il padre in cerca di approvazione. Questo gli ricambiò lo sguardo con un cenno di assenso.
-Solo se non è un disturbo. Gabriele è un bambino davvero troppo curioso e qualcuno può essere infastidito dai suoi modi
-Nessun problema
Gli venne voglia di scambiare due chiacchiere. Non lo aveva mai fatto nei suoi viaggi di lavoro.
-Come mai in volo per Napoli?
-Siamo di Napoli ma abitiamo a Monza. Stiamo prendendo l’aereo per ritornare un po’ dalle nostre parti e salutare i nonni. Abbiamo prenotato il volo in ritardo e ci tocca viaggiare di notte. Lei invece? E’ qui per lavoro?
-Lavoro, sì. Sempre al lavoro
Riccardo disse quest’ultima frase quasi come se stesse parlando una condanna inflittagli da qualcuno. Lavoro, poi? Cosa gli rimaneva durante tutti i giorni?
-Mi scusi, devo fare una cosa urgente. Posso lasciare qui la borsa?
-Certo. Gabriele gliela terrà d’occhio, vero Gabriele?
Il bambino si mise seduto tutto orgoglioso di quel compito importante. Riccardo si alzò e camminò verso i bagni. Stava per entrare quando il ricordo del sogno che aveva fatto lo fece fermare in tempo. Si allontanò dai bagni e prese il cellulare. Era ancora presto per l’imbarco così si mise a cercare online l’elenco telefonico di Napoli. Dopo un paio di click si fece coraggio e compose il numero. Dall’altra parte del telefono sentì una voce che somigliava tanto ad una che conosceva. Una voce amica.
-Pronto Giuseppe?… We Peppe sono io, Riccardo… Sì, bene, grazie. Tu come stai?… Scusa l’orario spero di non disturbare. Anzi, scusa il ritardo. So che questa chiamata dovevo farla una decina di anni fa…. Niente volevo solo parlare. Ho davvero tanto bisogno di parlare con qualcuno dopo tanto tempo…
