25 Giugno 1936

Sono il dottor Auriemma, scrivo questa pagina di diario per la prima volta. Ho il dovere morale di scrivere queste parole dopo quanto mi è accaduto qualche giorno fa. Sono ancora provato da quello che ho vissuto, non è stata una scelta semplice quella di mettere su carta i ricordi di quella giornata. Avrei preferito dimenticare tutto ed andare avanti ma non è più possibile. E’ un mio dovere quello di informare quante più persone, tutti dovrebbero sapere.

E’ cominciato tutto la settimana scorsa. Ero nel mio studio a scrivere gli appunti su un paziente febbricitante quando bussarono alla porta. La feci entrare, era una donna e dall’espressione era molto preoccupata. Disse di chiamarsi Anna, era la donna delle pulizie di un proprietario terriero che abitava sulla collina del Vomero. La donna era venuta nel mio studio per volere del suo padrone, le aveva ordinato di recarsi da me per convincermi a visitarlo.  La cosa mi stranì non poco, il mio studio è sito nella parte bassa di Napoli, dalla mia finestra posso solo osservare l’imponente Castel Sant’Elmo che sovrasta la città. Come mai uno sconosciuto avrebbe richiesto proprio i miei servizi? Come faceva a conoscermi? Per quale mia esperienza si era rivolto propriamente a me? Una serie infinita di quesiti che mi baluginava in mente.

La signora purtroppo non sapeva come risolvere gli enigmi, era stata solo inviata come ambasciatrice con il solo compito di “arruolarmi” per quella strana missione. La povera donna era imbarazzata alle mie domande così smisi di porgergliele. Non sapevo che risposta darle, non era mio costume quello di lasciare il mio studio per visitare chi non fosse già mio paziente. Tra l’altro senza alcuna informazione sul motivo, se di salute o puramente filosofico. Nemmeno le sue insistenze riguardo alla cifra che mi sarebbe stata resa per il disturbo mi convinsero. Non sono un tipo veniale, chi mi conosce bene sa che nel mio lavoro il mio unico fine è assistere gli ammalati e trovare loro una cura adeguata ai loro mali. Fu qualcos’altro a farmi decidere.

All’improvviso, visti vanificare i ripetuti sforzi, la donna cominciò a piangere. Senza dare nell’occhio prese un fazzoletto dal suo vestito e lo avvicinò al viso. In silenzio delle lacrime le rigarono il volto e la sua espressione divenne ancora più seria e preoccupata. Riuscì a dire soltanto una breve frase, con la voce così bassa da essere appena percettibile.

E’ una questione di vita o di morte

Fu la risposta che stavo aspettando. Il giuramento che feci quando iniziai la mia carriera mi impone di servire un solo scopo, l’assistenza di chi ne ha più bisogno. Quelle lacrime, quella tristezza sul volto della donna, quel messaggio implorato. Erano quelle le ragioni che mi diedero la spinta. Mi alzai per soccorrerla, le diedi una sedia su cui sedersi e le assicurai che avrei assistito il suo padrone appena possibile. Senza cambiare l’espressione del suo viso mi disse che non era possibile prorogare la visita altrimenti sarebbe stato troppo tardi. Pensai subito che il paziente doveva versare in condizioni molto gravi per richiedere un intervento così urgente. Non potevo tirarmi indietro, le dissi che ero a disposizione, mi sarei recato subito da lui. Finalmente la donna si riprese, il suo viso mi apparve più disteso. Mi disse che in strada c’era una macchina che ci attendeva e che ci avrebbe portato nella tenuta del Conte De Giusti. Preparai la mia attrezzatura in borsa e seguii la signora, giù al palazzo fuori al portone ci attendeva un’auto. L’autista appena ci vide aprì le portiere sorridendo, anche lui era visibilmente contento che avessi accettato la proposta.

Durante il tragitto l’uomo non fu avaro di parole. Continuava ad encomiare il Conte per il suo carattere gentile e sempre disponibile. A quanto pare era molto anziano, lavoravano con lui da quando erano piccoli. Prima di loro i rispettivi genitori servivano la famiglia del Conte, e così indietro da generazioni. Da secoli i De Giusti erano proprietari terrieri di quella zona ed erano sempre stati caritatevoli con tutti. Finanziavano opere d’arte, supportavano le parrocchie della zona, provvedevano all’istruzione dei bambini delle famiglie degli inservienti. Quei racconti non fecero che incuriosirmi ancora di più e mostrarmi il Conte in un’ottica positiva. In pratica non vedevo l’ora di conoscerlo.

Mi fu raccontato persino che il mio sconosciuto paziente era rimasto solo da pochi anni. Era sposato da una vita con una donna, Beatrice, di origini nobili anch’ella. Purtroppo in quella vita il Signore non li aveva mai benedetti con l’arrivo di un erede. A mio parere proprio quell’assenza di prole sarebbe stato il motivo che li spingeva ad operare sempre di più in carità di Dio verso gli ultimi. Si erano costruiti una grande famiglia laddove non ne potevano avere una propria.

Il tragitto fu abbastanza lungo, la macchina sebbene fosse buono stato arrancava sulle salite che portavano alla residenza dell’uomo. Nell’ultimo tratto l’autista ci tenne ad indicare gli ettari di terreno di proprietà del Conte, specificando le colture ad essi dedicati. Erano tantissimi, non avrei mai pensato che tutto quel verde appartenesse ad una sola persona.

Arrivammo alla tenuta, l’autista parcheggiò la macchina nell’enorme piazzale. Era una bellissima villa, l’imponente facciata denotava nobiltà e sfarzo. All’esterno c’erano decine di alberi in fiore che decoravano quell’ameno paesaggio, tutto intorno c’era pace e tranquillità. Il silenzio era intervallato solo dal verso degli uccelli che avevano costruito i loro nidi sugli alberi vicini. Una volta varcato il portone principale però sembrava di essere entrato in un’altra abitazione. Tutta la tranquillità e il senso di pace che c’era all’esterno scompariva totalmente all’interno di quella casa. Una sensazione di angoscia e dolore mi pervase appena mi trovai all’interno.

Tutte le finestre erano chiuse, anche le tende di colore scuro coprivano totalmente ogni spiraglio di luce. Nel grande salone d’ingresso c’era ordine, pulizia, ma a tutti gli effetti sembrava una sala che non vedeva ospiti da lungo tempo. Tanto spazio eppure tanta solitudine. La donna che mi accompagnava dovette accorgersi della mia improvvisa inquietudine, subito mi spiegò che dal giorno della morte di sua moglie il Conte si ritirò in una triste solitudine. Prima era solito passare le giornate all’aperto, in compagnia dei fattori e della gente del luogo. gli piaceva dialogare con la gente comune e sapere il loro punto di vista sulla vita. Dopo il triste episodio il suo carattere divenne sempre più inquieto, riservato. Evitava la vicinanza di ogni conoscente e passava le sue giornate nel buio della sua camera o nella grande biblioteca presente nella casa.

Salimmo al piano superiore, a pochi passi dalla camera da letto del Conte la signora mi fermò. Mi disse poche semplici parole, ma che mi spaventarono non poco.

Qualunque cosa dica il Conte. la prego, deve credergli. Se può fare qualcosa per lui lo faccia.

Parole di compassione ma enigmatiche, che non fecero altro che mettermi in allarme. Bussammo alla porta, dall’altro lato nessuna risposta. Aprimmo delicatamente ed entrammo. Appena varcata la soglia un forte odore di chiuso arrivò alle mie narici. Il mio istinto fu quello di aprire le finestre e far passare un po’ d’aria fresca, l’ideale in una giornata così calda. La donna mi prese per un braccio e mi rivolse uno sguardo triste. Non ne capii il motivo ma decisi di assecondarla, evitando di fare come avevo pensato. A quel punto mi rivolsi verso il mio nuovo paziente.

Era disteso a letto, il torso era tenuto su da una pila di cuscini. Sembrava molto anziano e senza forze, il corpo era adagiato a peso morto e le braccia penzolavano di lato. La bocca era aperta e gli occhi chiusi, se non fosse stato per quel profondo silenzio che faceva sentire indistintamente il rantolo del suo respiro avrei pensato che fosse già morto. Mi avvicinai lentamente al letto e gli tastai il polso. Non ebbe nessuna reazione quando la mia mano lo toccò, gli occhi rimasero chiusi mentre constatavo un battito lento. Poi un filo di voce uscì da quelle labbra secche.

-Dottor Auriemma, è venuto?

Lo tranquillizzai subito, non volevo che si sforzasse nello stato in cui si trovava. Gli dissi che era arrivato appena avevo saputo del suo stato di salute. Vedendolo in quel letto così debilitato pensai che più che il mio intervento, sarebbe stato più opportuno quello di un parroco per dare l’estrema unzione. Tutto quello che accadde da quel momento mi fece cambiare idea.

L’uomo con uno sforzo enorme alzò il braccio destro per poi posare la sua mano sulla mia. Finalmente aprì gli occhi, mi guardò in un misto di tristezza e coraggio. Mi parlò con parole dolci ma in modo lento, sforzandosi non poco.

-Ascolti dottore, per me non c’è molto che lei possa fare. C’è una ragione per la quale lei è stato convocato qui. Ho delle cose da dire prima che sia troppo tardi ma ora sono troppo stanco per parlare. Vi prego, sul mobile accanto al letto, vicino ad un piccolo ritratto di mia moglie, ci sono dei fogli. Li ho scritti io finché ero in forze, dovete leggerli ve ne prego

Feci come mi era stato ordinato, non avevo voglia di dare altri dispiaceri a quell’anima in pena, fossero stati anche i vaneggiamenti di un malato. Trovai i fogli, li presi e li misi in tasca. Fui però richiamato dal Conte, voleva che li leggessi proprio in quell’istante, davanti a lui. Anche in quell’occasione accondiscesi alle richieste. Trascrivo qui il contenuto di quelle righe.

Mia moglie era morta da soli tre mesi, ero a pezzi e la vita già non aveva più senso. Era lei la mia forza, il mio coraggio, senza di lei non valeva la pena vivere. Forse si sta chiedendo perché non abbia posto fine alla mia vita piuttosto che imbarcarmi per un sentiero più oscuro. Non lo so, forse non avevo nemmeno il coraggio per compiere un gesto così ignobile. Provai a distrarmi, a fare in modo di non pensare all’accaduto, ma il dolore era così forte che non era possibile sottrarsi. Decisi allora che avrei trovato un modo per mettermi in contatto con lei. Contattai i migliori esperti, studiai giorno e notte pur di sentire per l’ultima volta la voce della mia cara moglie defunta. Trovai dei libri nella nostra biblioteca che descrivevano dei riti per contattare le anime perdute nell’aldilà. Ve ne prego, non considerate queste righe come le visioni di un pazzo, quei libri sono esistiti davvero ma ho provveduto a bruciarli nel momento in cui ho capito quanto fossero maledetti. Ma dicevano il vero! Ho seguito ogni passaggio meticolosamente e sono arrivato al mio fine. Ora però ho paura che quando arriverà la mia ora queste memorie vadano perdute. Ma non basterebbe scrivere un diario del mio racconto, lo so, nessuno crederebbe alle parole di un vecchio moribondo. Tutti mi considererebbero un pazzo ed infangherebbero la mia memoria come quella della mia amata Beatrice. Ho bisogno di un testimone, qualcuno al di sopra delle parti che possa testimoniare la veridicità di quello che ho fatto. E qui entrate in gioco voi, dottor Auriemma, anche se fino ad oggi non ci siamo mai conosciuti.

Quando sono entrato in contatto con lo spirito di Beatrice sono diventato la persona più felice del mondo. Quanto è stato bello risentire la sua voce dopo tanto tempo. Passavamo notti intere a parlare, faceva di nuovo parte della mia vita anche se ero costretto a praticare un rito pagano chiuso nella nostra camera. Le chiedevo spesso del luogo in cui si trovava, lei era ben felice di rispondere. Non esistono Inferno e Paradiso come li conosciamo dai libri di religione. Esistono varie esistenze dell’aldilà, vari inferni, come dice lei. Quando l’anima abbandona il corpo vaga in una dimensione in cui non esiste la fisica terrestre. Le anime vengono collocate nei vari inferni in maniera quasi casuale, quello che facciamo sulla terra vale solo per chi rimane, non ci sono premi o punizioni nella vita successiva. Ci teneva a descrivermi la sensazione di pace che provava in quel luogo pieno di anime come lei. Così mi venne in mente un’idea. Chiesi a mia moglie di cercare tra gli spiriti che incontrava qualcuno legato al nostro luogo. Qualcuno di Napoli che avesse potuto convincere una persona di quanto quello che sto raccontando sia vero. Non fu facile, come ho scritto in precedenza non esiste una regola per associare i morti agli inferni, ma dopo qualche mese Beatrice fece la conoscenza di una donna che aveva lasciato qui sulla terra un caro. Si trattava proprio di un vedovo come me, un dottore che opera nel centro storico di Napoli e che ha perso la moglie di malattia. So che leggendo questo foglio starete pensando a qualche inganno, ma finite di leggere in modo da avere la situazione più chiara. La donna si chiamava Luisa, era una levatrice ed ha sposato voi, dottor Auriemma, in una domenica di fine Maggio. Quando parlava con voi non vi chiamava con il vostro nome di battesimo, Mario, ma lo storpiava in “Marco” per farvi sorridere. Ho preferito non farmi raccontare i dettagli del vostro rapporto per non essere invadente, ma voglio che voi crediate che quello che ho scritto è tutto vero. Purtroppo negli ultimi giorni le forze mi abbandonano sempre di più. Per scrivere queste poche righe ho impiegato giorni con l’aiuto della servitù. Care persone che non hanno mai dubitato della mia sanità mentale.

Ora è il momento di incontrarvi, affinché possiate tramandare quello che avete saputo. Ve lo chiedo nel buon nome della nostra famiglia.

Finii di leggere la lettera mentre le mani continuavano a tremare. Non so ben descrivere le sensazioni che provai leggendola. Dapprima scetticismo, poi curiosità, sicuramente rabbia quando vidi il nome di mia moglie. Cosa dovevo fare? Credere ad un racconto fantastico che mi veniva servito da un moribondo? Lasciarlo alla sua follia ed andarmene risentito aver scovato nel mio passato e farne una storia personale? Non sapevo cosa fare, ero nel dubbio più assoluto. Le parole che proferì il conte subito dopo furono la risposta che non mi aspettavo.

-Lo so cosa state pensando, ho pensato anche a questo. Avvicinatevi se volete la prova definitiva. Posso chiamarla e farvi sentire la sua voce

Non credevo alle mie orecchie. Quell’uomo voleva a tutti i costi costringermi e lo avrebbe fatto mettendomi in contatto con l’anima della mia moglie defunta. Mi avvicinai a lui con scetticismo ma in cuor mio avevo una piccola speranza. Il Conte richiuse gli occhi ed aprì la bocca. Il silenzio che ci circondava appariva sempre più spettrale mentre il respiro dell’uomo si faceva sempre più lento. All’improvviso, senza che lui muovesse le labbra, un suono uscì dalla sua gola.

-Amore, sei lì?

Non era possibile. Non era la voce del Conte, era una voce femminile quella che avevo sentito. La mia mente rifiutava di credere a quello che stava succedendo, pensai si trattasse di un complice presente in quella stanza che stava simulando quel fenomeno, ma io quella voce la conoscevo. Era proprio la voce di Luisa, così come la ricordavo.

-Mario sei lì? Mio caro Marco, fatti sentire

-Che scherzo è mai questo? Giuro che gliela farò pagare per questo gioco, è andato oltre signor Conte!

-Calmati Mario, sono io. Il Conte è un tramite, non avercela con lui, ti prego

La ragione e il cuore lottavano per dare una risposta concreta. In realtà una parte di me avrebbe voluto inginocchiarsi e piangere mentre un’altra parte voleva che fosse tutto uno scherzo per ritornare alla vita normale. Era una rivelazione troppo grande quella che avevo sotto i miei occhi, un peso troppo grave da portare dentro.

-Amore ascoltami, ricordi quella passeggiata che facemmo al chiaro di luna durante la festa di Piedigrotta? Fu allora che dichiarasti il tuo amore per me. Ricordi cosa ti dissi?

Un ricordo che avevo completamente cancellato dalla memoria, sepolto sotto uno strato spesso di dolore.

-Ti dissi che sarei stata tua per sempre, in questa vita e in tutte quelle successive. E poi ti dissi che avevi una macchia di sugo sulla giacca. Ricordo ancora la faccia imbarazzata che avevi! Eri tutto serio per dichiararti a me e invece dovevi cercare di cancellare quella chiazza orrenda

Come faceva a sapere di quell’episodio? Faceva parte dell’intimità di coppia che avevo con Luisa. Non avrei raccontato neanche per scherzo a qualcuno di quell’accaduto. La risposta era una soltanto, amara come il boccone che dovevo ingoiare. Senza rendermene conto cominciai a piangere, guardavo il volto raggrinzito del Conte ma davanti agli occhi avevo l’immagine del viso angelico di Luisa. Mi inginocchiai a terra e presi il volto tra le mani.

-Scusa Luisa. Scusa se in cuor mio ho sperato che non fossi tu. Scusa se non ho riconosciuto subito la tua voce. Scusa se…

-Va tutto bene Marco mio. Ora sono qui a parlarti, mi basta questo. Non sai quanto mi manchi

-Mi manchi tanto anche tu. Da quando non ci sei più mi sono dedicato anima e corpo al lavoro. Tu sei e sarai sempre l’unica donna della mia vita

-Amore mio quanto ti amo. Vorrei essere con te sempre

-Anche io lo voglio. Come posso fare? Dimmi in che modo posso godere della tua voce ogni giorno. Solo ora capisco che De Giusti non era un folle ma soltanto un uomo innamorato. Solo l’amore può abbattere i confini di questo mondo e permettere un prodigio simile. Ho bisogno di sapere come ha fatto a contattare il regno dei morti

-Amore mio anche io lo vorrei, ma devi stare attento a quello che fai

-Non mi importa. Che la mia anima possa essere dannata in eterno se posso ascoltare la tua voce anche una volta soltanto

All’improvviso il Conte chiuse la bocca ed aprì gli occhi. Con quegli stessi occhi mi guardò, era uno sguardo pieno di rabbia.

-Non deve farlo. Non intraprenda questa strada maledetta. Non faccia come me, lei è qui per mettere in guardia il mondo. Esistono forze che non comprendiamo appieno, ed io l’ho capito troppo tardi. Prima riuscivo a farlo quando volevo, ora sono soltanto un tramite, qualcuno dall’altro lato comanda questo potere ma non lo fa per uno scopo benevolo

Di colpo gli occhi girarono all’indietro e la bocca si aprì nuovamente emettendo frasi con la voce di mia moglie.

-Amore mio non starlo a sentire. Devi trovare il modo di metterti di nuovo in contatto con me. Lui non era abbastanza potente, tu potrai fare di più. Potremmo non solo parlare, potremmo anche sentire le emozioni l’uno dell’altro

L’anziano rinsavì di nuovo.

-Non ascoltarla. E’ l’altra entità che sta parlando attraverso la sua voce, attraverso i suoi ricordi. Non farti ingannare

Nella mia testa si scontravano le due teorie, con le voci di Luisa e del Conte. A chi dovevo dare retta? Alla donna della mia vita, che aveva giurato amore eterno? Oppure ad un anziano sconosciuto, amato e venerato chi gli era vicino? Ero sul punto di impazzire, mentre ragionavo e facevo a pezzi il mio cuore sentivo quelle voci come sirene che attiravano Ulisse verso gli scogli. All’improvviso le mie orecchie sentirono qualcosa che ancora oggi al solo pensiero mi fa rabbrividire. Era Luisa che stava parlando dalla bocca del Conte quando la sua voce cambiò di colpo. La voce femminile divenne d’un tratto strana, più cupa, fino a diventare un abominio. Continuava ad usare le parole dolci di mia moglie, a chiamarmi Marco, ma non era lei a parlare e me ne rendevo conto solo allora. Provava ancora a convincermi che dovevo carpire i segreti di De Giusti e ricontattare il regno dei morti. Girai lo sguardo per non osservare più quella scena, fissai la parete di fronte mentre piangevo. A quel punto il Conte ritornò di nuovo in sé.

-Ora ha capito di cosa si tratta? L’entità dall’altro lato vuole uscire, venire in questo mondo, ma noi non dobbiamo permetterglielo. Ora che anche Lei lo sa, io posso morire. La mia anima è già dannata. Deve promettermi che non cercherà mai la strada che ho percorso io. Non deve fare in modo che il dolore alimenti la voglia di oltrepassare ciò che ci separa dall’inferno. Ora può andare, metta per iscritto ciò che ha visto oggi e metta in guardia quante più persone. Il mondo deve sapere

Appena ebbe finito di parlare presi subito le mie cose e uscii dalla stanza. Fuori c’era la servitù del Conte in un rispettoso silenzio., con la testa abbassata pregavano per l’anima del loro padrone. Di fretta scesi al piano inferiore, non degnai neanche di uno sguardo quelle persone in pena. Di corsa uscii da quell’abitazione ed entrai nell’auto che mi stava aspettando nel cortile. Non ci fu bisogno di parole, l’autista mi riaccompagnò a casa. Ero ancora sconvolto da quello che avevo vissuto e per il resto della giornata rimasi chiuso in casa. Anche la notte non riuscii a prendere sonno.

Ero stato caricato di un peso troppo grande, una verità troppo amara da digerire. Ho rivissuto tutto il dolore per la perdita di Luisa ma amplificato milioni di volte. Avevo le risposte alle domande che non mi ero mai posto. Da scienziato avevo dato sempre per assoluto che un corpo morto finiva la sua esistenza ma ora sapevo che non era così, che l’anima esiste e che dopo la morte c’è un luogo, ancora più misterioso ai miei occhi. Nessuna consolazione dovuta a questa conoscenza.

Passarono i giorni ma si fece sempre più radicata in me una consapevolezza. Non potevo far finta di nulla, dovevo mettere su carta questa esperienza e tramandarla. Nessuno in futuro doveva commettere lo stesso sbaglio, non lo avrei permesso. Qualcuno dirà di me che sono un pazzo, un visionario. Non mi interessa, se anche una sola persona mi crederà allora questo mondo sarà salvo. Esiste un mondo dopo il nostro, ma nessuno deve poter creare un legame seppur piccolo tra i due piani dell’esistenza.

Mai.

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