26 Marzo 2011

Sabato sera, il momento della settimana preferito da tutti. O meglio, da molti. Le tribù di ragazzi escono dalle loro tane e si riversano nelle strade, nelle piazze, nei locali per compiere il più bel rituale settimanale. Il momento in cui tutti si spogliano dei loro problemi, delle loro ansie, delle loro paure, per incontrarsi e passare dei bei momenti insieme nel nome della spensieratezza. Ma non per tutti il sabato significa divertimento e allegria. Esiste un posto che è sempre affollato ma non per buoni motivi. Non è una pizzeria. Non è una discoteca. Non è un cinema. E’ il Pronto Soccorso.

Il sabato quel posto si riempie, specialmente di ragazzi. Coma etilico, risse, vittime di incidenti stradali. Andate a chiedere agli infermieri se anche loro aspettano con ansia il sabato sera come voi. Vi risponderanno che preferiscono cambiare turno, uno qualsiasi, pur di non lavorare in quelle ore tremende. Qualche sera però vale la pena esserci, perché anche nei posti più impensabili a volte capitano dei miracoli. O quasi.

-Codice rosso! codice rosso!

Gli infermieri uscirono di corsa da un’ambulanza per portare la barella all’interno del Pronto Soccorso. Sulla barella c’era un uomo. Si agitava e non riusciva a stare fermo, il suo corpo era ricoperto di segni. A prima vista sembravano morsi, la carne lacerata sembrava essere stata strappata da una bestia in preda alla fame. Un gruppo di cani forse, quella era la prima diagnosi degli infermieri che lo avevano caricato sull’autoambulanza in seguito ad una segnalazione. Il paziente era in condizioni gravissime tanto da saltare la fila di routine e passare subito all’interno, in sala rianimazione. Tutti i presenti in sala d’attesa non dissero nulla a riguardo, i suoi lamenti erano più che esaustivi.

Quando entrò oltre la porta i dottori e gli infermieri si avvicinarono di corsa.

-Cosa diamine è successo?

-Non lo sappiamo. Siamo stati chiamati da una signora che sentiva degli strani rumori e urla, quando siamo arrivati lo abbiamo visto già in questo stato. Era a terra e si lamentava

-Presto, sedatelo

Gli infermieri prontamente gli iniettarono il sedativo ma stranamente non sembrava sortire alcun effetto. Il paziente continuava ad agitarsi e lamentarsi. La sua bocca non emetteva suoni “normali”, più che parole sembravano grugniti. Era sicuramente in preda ad una crisi e bisognava agire d’impulso e alla svelta. Il dottore si avvicinò per tenergli un braccio quando però l’uomo si girò di scatto nella sua direzione e tentò di morderlo. Fu solo la prontezza di riflessi del dottore che ritrasse all’istante il braccio, che gli permise di evitare quel morso. Erano tutti scossi. Guardavano quella povera vittima tremare, contorcersi, addirittura mostrare i denti in una bocca piena di schiuma. Nel frattempo gli addetti lo avevano legato con delle cinghie alla barella per evitare che in preda ad una crisi potesse ferire qualcuno del personale. Ma era evidente che quelle cinghie non avrebbero retto a lungo. Sembrava che una forza improvvisa stesse animando il paziente, qualcosa di sconosciuto e pauroso. Un Istinto superiore. Riuscì a rompere la prima cinghia e stava per strappare la seconda quando all’improvviso si fermò. I suoi occhi guardarono il vuoto e il macchinario a cui era collegato iniziò ad emettere un bip continuo. Il suo corpo si accasciò sulla barella mentre l’espressione del suo viso rimase ferma in una smorfia di dolore.

I medici e gli infermieri erano ancora scossi, ci volle qualche secondo perché si rendessero conto che il cuore aveva smesso di battere. Si avvicinò per prima un’infermiera ma appena sfiorò il braccio, l’uomo si mosse girandosi proprio nella sua direzione. L’urlo che lanciò la ragazza fu tale che l’intero reparto si girò a fissarla. Le si avvicinò un collega per rassicurarla prima che avesse una crisi.

-Spasmo postmortem. Stai tranquilla è solo uno spasmo involontario del cadavere. E’ morto, vedi il battito assente rilevato dal macchinario

L’infermiera si rese conto della figuraccia, era il suo settore e doveva saperlo. Si diede dell’idiota per essersi suggestionata così tanto ma i colleghi la rassicurarono in quanto anche loro erano ancora scossi per l’accaduto. Si avvicinarono al corpo ora inerme del paziente, una volta appurato il reale decesso lo liberarono dalle imbragature che avevano utilizzato in precedenza e presero a cercare nelle tasche i documenti per avviare il processo di riconoscimento. Nella tasca posteriore trovarono il portafoglio con all’interno la carta di identità e la patente. In vita si chiamava Francesco e aveva 47 anni. Stavano per segnare i dati da passare alla Polizia quando un foglietto cadde a terra. Uno dei dottori lo prese e appena lesse il contenuto sgranò gli occhi.

-E’ un donatore! Il paziente deceduto poco fa è un donatore di organi, questo è il documento firmato che lo attesta. Presto, portatelo subito in sala operatoria per l’asporto degli organi!

In poco tempo tutti si attivarono per il protocollo di esportazione degli organi. Al povero Francesco furono asportati e analizzati gli organi interni mentre gli addetti alla parte burocratica spulciavano le liste d’attesa alla ricerca dei fortunati.

Ed ecco il miracolo. Quando chiamarono a casa Ruotolo, la signora Patrizia non poteva credere a quello che stava sentendo. C’era un donatore e suo figlio Vittorio era stato chiamato per subire l’intervento che stava sognando da anni. Finalmente suo figlio avrebbe avuto un cuore nuovo e un’aspettativa di vita migliore. Mise giù la cornetta mentre piangeva dalla gioia. Chiamò il figlio che era in camera sua a studiare. Vittorio corse dalla madre convinto che stesse sentendosi male, quando lei gli spiegò della telefonata rimase senza parole. In quegli anni aveva sperato tanto in quel giorno, poi pian piano la speranza era diminuita finché aveva quasi messo una pietra sopra. Madre e figlio rimasero abbracciati a piangere dalla gioia per molto tempo. Il pensiero andava inevitabilmente a Giacomo, il padre di Vittorio, scomparso quando lui era ancora piccolo.

Dopo aver esternato tutta l’emozione e ringraziato tutti i Santi del Paradiso, Vittorio e Patrizia si prepararono per recarsi all’ospedale Monaldi dove era stato trasportato in sicurezza il prezioso organo. L’operazione durò ben otto ore, durante le quali la madre del ragazzo restò all’interno della cappella della clinica a pregare. Le sue preghiere evidentemente arrivarono fino in cielo perché l’operazione si concluse con un successo. Quando fecero sentire il battito regolare del cuore ai due, non poterono che commuoversi di nuovo. Davanti a Vittorio si presentava una nuova vita.

Quando tornarono a casa gli amici di Vittorio gli organizzarono una festa in suo onore, senza esagerare si intende. Erano tutti felici per lui e per quel vero e proprio prodigio della scienza che gli permetteva di vivere serenamente. Le prime settimane furono un successo, gli esami a cui si sottopose erano perfetti e lui reagiva benissimo al trapianto senza alcun problema di rigetto. Dopo un mese circa però avvenne un fatto molto curioso. Quando si recò in ospedale per una visita di controllo il dottore che lo sottopose agli esami non rilevò alcun battito. Il professor Carlino era interdetto, imbarazzato, un macchinario costato fior di quattrini che smetteva di funzionare all’improvviso era qualcosa che non aveva mai visto. Quella macchina era necessaria per quel tipo di visita, ne valeva della vita dei suoi pazienti. Spiegò a Vittorio e alla madre dell’inconveniente e promise di ricontattarli personalmente una volta che i tecnici avessero controllato e risolto il problema.

I due tornarono a casa con un nulla di fatto. Intanto si era fatto orario di pranzo e Patrizia cominciò a cucinare mentre il figlio andò in camera sua ad accendere il PC e chattare un po’. Dopo qualche minuto andò in cucina.

-Mamma, è pronto?

-Non ancora Vittorio, il tempo di mettere a bollire l’acqua e mangiamo. Ti chiamo io quando è pronto o rimani qui a darmi una mano?

-Se vuoi rimango e ti do una mano

Vittorio preparò la tavola, poi si mise sul divano a guardare un po’ di televisione.

-Mamma quanto manca?

-Me l’hai chiesto solo tre minuti fa… Dammi il tempo necessario

Il ragazzo si alzò e andò ad aprire i cassetti in cucina in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. C’erano dei crostini con la busta ancora chiusa. Li aprì e in poco tempo li finì.

Finalmente il pranzo era pronto, Patrizia riempì i due piatti fondi con i bucatini ed il sugo al ragù di carne. Il piatto di Vittorio era quello più pieno, aveva intuito che il figlio aveva molta fame quindi lo aveva accontentato subito. Probabilmente era solo nervoso per la visita di quella mattina e ripiegava nel cibo la sua preoccupazione.

-Buon appetito

-Buon appetito mamma

Vittorio mangiava con gusto. Più che mangiare quasi divorava il contenuto del piatto in modo addirittura rumoroso, la madre non l’aveva mai visto così a tavola.

-Sei affamato! Mangia piano che poi sforzi troppo il cuore durante la digestione. Ti capisco, sei teso per quello che è successo stamattina, ma non devi preoccuparti. Sono cose che capitano. Magari quel macchinario è più vecchio di te ed era necessario sostituirlo

-Sì mamma, sarà stato così

Parlò senza smettere di masticare. Finita la pasta prese una fetta di pane e ripulì il piatto dal sugo rimasto, poi si alzò e fece lo stesso con il contenuto della padella.

-Se vuoi qualche altra cosa posso prepararti un po’ di pesce. Ho la spigola comprata ieri, volevo cucinarla per cena ma se hai ancora fame posso prepararla adesso

-Sì, ho fame. Non mi va il pesce però. Non c’è un po’ di carne?

-Dovremmo avere qualcosa nel congelatore ma non sarebbe pronta per ora

-Non fa niente mamma, vado subito a prenderla fresca dal macellaio. Corro!

Il ragazzo infilò una giacca e la mascherina di protezione e senza aspettare una risposta dalla madre uscì di casa. Patrizia rimase di stucco, non si sarebbe mai aspettata una reazione del genere dal figlio. Di solito era una persona pacata e non reagiva mai d’impulso. A tavola si era sempre accontentato di quello che gli preparava senza chiedere altro. Forse era solo il “nuovo” Vittorio, più energico e più sfacciato.

Nel frattempo il ragazzo era arrivato nel negozio di fiducia, il macellaio lo conosceva da quando era piccolo e lo accolse con un largo sorriso.

-Vittorio! Come stai, tutto bene? Che felicità sapere che tutto è andato per il meglio. Cosa posso fare per te oggi?

-Ciao Pasquale. Mi servirebbe della carne

-Certamente. Che tipo? Qualcosa di tenero?

-Una bella bistecca direi che va bene. Bella doppia. Fane un paio, dai

-Ok, va benissimo. Vedi che bel pezzo di carne. Così doppia va bene? Ecco per te

-Grazie mille Pasquale, metti sul conto di mamma. Buona giornata

Vittorio prese la busta con le due bistecche e ritornò a casa. Appena arrivato ordinò scherzosamente alla madre di cucinargli subito una bistecca mentre lui andava in bagno a lavarsi le mani. Quando uscì dal bagno cominciò a sollecitarla fino allo sfinimento.

-Vittorio, finiscila! Si sta ancora cuocendo. Non è da te fare così

-Scusa mamma, ho solo un po’ di fame in più. Per la cottura va bene così. Oggi la voglio provare al sangue

La madre fece come le era stato ordinato. Mise la bistecca nel piatto e la porse al figlio. Soffocando un “buon appetito” Vittorio cominciò a mangiare con la stessa voracità con la quale aveva divorato i bucatini. Il silenzio della cucina era interrotto soltanto dal rumore provocato dalla bocca del ragazzo mentre masticava. In pochi minuti la bistecca era finita, pulita fino all’osso. Vittorio ora sembrava sazio, quasi sfinito. Abbracciò la madre ringraziandola del buon pranzo e scusandosi ancora per i modi strani dettati solamente dalla fame. Patrizia lo guardò un po’ accigliata. Era contrariata ma in cuor suo lo aveva già perdonato. Il figlio si alzò da tavola per andare a stendersi un po’ sul divano facendo zapping, lei lo raggiunse appena messo a posto in cucina.

Insieme guardarono qualche programma poi il ragazzo disse di essere stanco, di volersi mettere a letto per dormire.

-E’ logico, dopo tutto quello che hai mangiato oggi sarai distrutto. Non è passato tanto tempo dal pranzo però, meglio non metterti subito steso, potresti avere un’indigestione. Che ne dici se andiamo a farci due passi?

Vittorio accettò. Era una bella giornata di sole ed era piacevole fare due passi prima di riposarsi. Uscirono e dopo poco si ritrovarono su Via dell’Epomeo. I negozi non erano tutti aperti, era ancora l’orario post-pranzo meglio conosciuta come “la controra” e tante erano le saracinesche abbassate. Una buona parte della popolazione era a tavola o a rimettersi in sesto prima di riprendere il lavoro. Madre e figlio passeggiarono respirando l’aria di inizio primavera mentre calore del sole li accompagnava. Passarono di fianco ad un bar aperto, fuori c’era una vetrina espositore con pizzette e rustici. Vittorio respirò a pieni polmoni il profumo che emanava quel posto ma dovette subito fermarsi. Strabuzzò gli occhi, si portò una mano alla bocca e si sporse in avanti tenendo le mani sulle ginocchia. Patrizia si avvicinò preoccupata. Il ragazzo le spiegò che non si sentiva bene, aveva male allo stomaco e stava sudando freddo. Come se stesse per vomitare, non riusciva a spiegare se quella sensazione venisse dal forte aroma di caffè o dal cibo in esposizione.

-Secondo me è perché hai mangiato troppo di fretta a pranzo. Meglio se torniamo a casa, ti prendi un digestivo e ti riposi

Vittorio annuì, come un cane bastonato seguì a ruota la madre fino a casa senza fiatare. Aveva la sensazione che se avesse provato a parlare o inalare più aria avrebbe sicuramente vomitato tutto quello che aveva mangiato. Prese una pasticca di digestivo ed un bicchiere di acqua e limone, i vecchi rimedi di solito funzionano sempre. Subito dopo salutò la madre e andò in camera sua. Si distese sul letto e prima di rendersene conto era già partito. Dormiva così profondamente che si sentiva russare fino al salotto.

Ma Patrizia non sentì solo il rumore del respiro di suo figlio. Quello che le sembrava di sentire erano lamenti, rantoli, perfino il rumore di oggetti che si rompono. Contro ogni regola imposta da Vittorio, la donna entrò nella stanza spalancando la porta e senza bussare. Ciò che vide la lasciò senza parole. Il figlio era ancora a letto, fuori dalle coperte e in una posizione fetale. A terra c’era la lampada da scrivania, rotta probabilmente dalla caduta. Nel buio della stanza non potè fare a meno di vedere che il filo era ancora attaccato alla presa di corrente, solo che era sfilettato in più punti. Come se fosse stato preso di mira da un cane troppo giocherellone. La lampada non era l’unico oggetto a terra. C’era un cuscino, due action figure e i controller di una console di giochi. Si decise ad avvicinarsi a Vittorio per chiedere spiegazioni. Stava ancora dormendo, nemmeno la porta aperta di colpo e il grido sommesso della madre appena entrata erano stati capaci di svegliarlo del tutto.

Si sedette accanto a lui per smuoverlo e riportarlo alla realtà. Probabilmente era solo una crisi durante il sonno o forse era sonnambulo ma nessuno lo sapeva. Quando si avvicinò a lui sentì che il lenzuolo era bagnato. Sudore? Era accaldato al punto da sudare così tanto? Si preoccupò tantissimo, se aveva la febbre c’era il rischio che fosse un’infezione dovuta all’operazione. Prese il lenzuolo da un angolo e provò a toglierlo ma si accorse che una parte era attaccata a Vittorio. Il ragazzo teneva nelle mani strette un lato della coperta, ma le mani erano vicine alla bocca. Solo in quel momento la donna si rese conto che nel sonno Vittorio stava mordendo il lenzuolo. E quello non era sudore, era saliva. Con forza la donna glielo strappò di bocca notando che in più punti la stoffa era stata lacerata.

-Vittorio, svegliati! Mi stai facendo preoccupare, svegliati

Vittorio si svegliò, aprì lentamente gli occhi ed osservò stranito la madre.

-Tutto bene? Non mi rispondevi. Guarda cosa hai combinato. Fammi vedere se hai la febbre

Toccò con la mano la fronte di suo figlio ma fu costretta a ritrarla subito. Era più fredda del ghiaccio. Doveva subito chiamare il dottore ed informarlo dell’accaduto. Si alzò e si diresse fuori dalla stanza quando Vittorio la fermò.

-Mamma dove vai?

-Tesoro vado a chiamare il dottore. Sei freddissimo e non riesci a riposare. Hai gli incubi. Lo chiamo e provo a capire se può visitarti subito

-Mamma non uscire dalla stanza. Ti prego, vieni qui da me

La madre ritornò da lui. Come potrebbe una madre rifiutare di dare un conforto a suo figlio. Si sedette di nuovo accanto a lui e gli accarezzò la testa.

-Andrà tutto bene, vedrai. Voglio solo informarlo così siamo tutti più tranquilli

-Dammi da mangiare mamma. Ho fame

-Aspetta Vittorio. Non sforzare troppo lo stomaco. Rimani disteso e copriti bene

-Ma ti ho detto che ho fame, mamma. Portami qualcosa da mangiare

-Vittorio! Smettila di fare il bambino oggi! Non ti sei mai comportato così

-Ma non capisci io ho bisogno di mangiare!

Patrizia stava ancora accarezzando i suoi capelli, non riuscì a spostare il braccio quando suo figlio animato da una forza improvvisa girò la testa e con diede un morso al suo avambraccio. Il dolore era tale che Patrizia emise un urlo. Subito si alzò tentando di tirare verso di sé il suo arto ma Vittorio non sembrava lasciare la presa. La mandibola continuava a stringere finché non staccò un pezzo di carne dal braccio di sua madre. Patrizia cadde a terra. Il dolore era forte ma in quel momento non riusciva a distogliere lo sguardo dal figlio. Aveva la bocca piena del sangue fuoriuscito dalla ferita. E masticava. Stava masticando quel pezzo di braccio. Il pezzo del suo braccio.

Resasi conto della situazione lanciò grida disumane. Una volta inghiottito il boccone, Vittorio la guardò fissa.

-Ancora. Dammene ancora

Si lanciò dal letto e piombò sopra sua madre che cercava di divincolarsi. La colluttazione fu brutale, Vittorio cercava in tutti i modi di mordere Patrizia. La sua bocca emetteva suoni animaleschi mentre agli angoli si formava una schiumosa bava bianca. La donna era in difficoltà, non riusciva ad arginare la forza del figlio. Cercava di spostare la testa a destra e sinistra per evitare i morsi fatali. Vittorio riuscì a prendere con entrambi le mani il polpaccio destro. A nulla servirono le spinte di Patrizia, il ragazzo riuscì ad azzannarlo strappando una buona parte del muscolo. Patrizia provò un dolore così forte che le lacrime presero ad uscire dagli occhi senza volerlo.

In quel momento Vittorio si sedette a terra per gustare quel pasto prelibato. La donna doveva assolutamente approfittare di quei pochi istanti di tregua per uscire dalla stanza e mettersi al sicuro. Si alzò, si diresse verso la porta, riuscì a sfilare la chiave dalla serratura e uscì dalla stanza chiudendo all’interno quella bestia che prima era suo figlio. Continuando a piangere e zoppicare arrivò in salotto. Prese il telefono, voleva chiamare il dottore per spiegargli l’accaduto ma non conosceva il numero a memoria ed avrebbe perso solo tempo a cercare il numero e comporlo. Fece quindi la cosa più logica da fare, chiamare la polizia.

Purtroppo per lei, Vittorio fu più veloce. Ruppe la porta con una spallata e corse in direzione della donna. Patrizia aveva composto solo due numeri dei tre necessari alla sua salvezza, vedendo suo figlio che le si stagliava contro usò la cornetta del telefono come arma riuscendo a colpirlo sulla tempia prima che potesse morderla. Vittorio era a terra, Patrizia aveva guadagnato qualche secondo ma aveva perso la sua ancora di salvezza. Durante il colpo il cavo telefonico si era staccato dalla cornetta e in quella situazione sarebbe stato complicato riattaccarlo a dovere. Corse in direzione della cucina e prese un coltello lungo. Non era sicura di riuscire ad usarlo contro suo figlio, forse sarebbe bastato per calmarlo.

-Ti prego, non costringermi ad usarlo! Vittorio, che ti succede?

Il ragazzo si alzò. Sembrava una marionetta manovrata da fili invisibili. Nel suo sguardo non c’era più ombra di vita. Probabilmente nella caduta doveva essersi rotto la gamba all’altezza del ginocchio perché si fiondò in direzione della madre trascinandola. Patrizia si fece coraggio e infilò il coltello nella guancia destra di Vittorio fino a vedere la punta fuoriuscire dall’altro lato. Il ragazzo non ebbe nessuna reazione, continuava a cercare con le braccia sua madre. La donna ormai non aveva più idee, si lanciò verso la porta per uscire di casa. Probabilmente in strada avrebbe attirato l’attenzione dei passanti e sarebbe stata salva.

Sbloccò a serratura ed aprì la maniglia ma in quel preciso istante sentì una fitta forte alle spalle. Di colpo sentì freddo, un freddo strano, poi realizzò cosa stesse succedendo. Vittorio si era sfilato il coltello dalla bocca e lo aveva infilato nella schiena di sua madre. Le forze la abbandonarono di colpo. Si accasciò a terra mentre la belva affamata si riversava su di lei per saziarsi con la sua carne.

Quando il Domenico si avvicinò al campanello per suonare vide che la porta era leggermente aperta. Si allarmò. Non c’era nulla di strano, può capitare che la gente dimentichi la porta d’ingresso aperta, ma lui era così. Un carabiniere relegato in un ufficio che sognava di essere l’eroe di turno, come nelle storie romanzate dei film gialli.

-C’è nessuno? Signora, c’è la porta aperta, io ora apro

Aprì la porta lentamente e a passi felpati entrò in casa. Quell’odore che sentiva non gli piaceva. Ci avrebbe giurato, sembrava proprio odore di sangue. Prese subito la pistola dalla fondina e tolse la sicura. Abbassò lo sguardo e vide una scia rossa sul pavimento che dall’ingresso portava fino al corridoio. Era decisamente una situazione fuori dal normale. Per coincidenza poche ore prima si trovava in una macelleria a comprare degli hamburger quando per terra aveva trovato un portafogli con 15 euro all’interno. Aveva chiesto al negoziante che gli aveva risposto che l’unico proprietario doveva essere Vittorio, un giovane che viveva con la madre. Si era recato in macelleria pochi minuti prima e se n’era andato di corsa, probabilmente nella fretta gli era scivolato il portafogli dalla tasca senza che se ne rendesse conto. Domenico si era fatto dare l’indirizzo e si era promesso di passare a portarglielo appena finito il turno, prima di rincasare. Un vero boy scout, Domenico. Avrebbe fatto una buona azione verso un ragazzo, il macellaio gli aveva persino detto che era stato operato da poco al cuore, magari gli avrebbe evitato uno spavento.

Ora era in quella casa e non era più sicuro di aver fatto la cosa giusta. Un passo sbagliato gli fece calpestare una cornetta telefonica che era a terra. Il rumore aveva rotto d’improvviso quel silenzio spettrale. All’improvviso sentì dei passi veloci, qualcuno stava percorrendo il corridoio buio nella sua direzione. Quando vide quell’essere uscire dal buio non ebbe esitazioni. L’immagine di quel volto interamente coperto di sangue, la camminata tipica di uno zombie e il verso che emetteva quella bocca. Alzò la pistola carica, prese la mira e sparò. Il colpo centrò in pieno la fronte, il proiettile passò in mezzo agli occhi. Il mostro cadde come una marionetta a cui tagliano i fili. Una volta ripresosi dallo shock chiamò la centrale, solo più tardi ritrovarono i resti di Patrizia nella stanza di Vittorio. La maggior parte della carne era stata strappata a morsi dalle ossa. Domenico non riuscì più a dimenticare quello che era accaduto quella mattina, come non riuscì mai a dimenticare il responso dell’anatomopatologo. Dalle analisi sembrava che il ragazzo non fosse morto per il proiettile, i dati erano quelli di un corpo già morto al momento dello sparo. Il cuore sembrava essersi fermato giorni prima.

Nessuno riuscì a spiegarlo, il caso venne archiviato senza fare ulteriori domande. Quello che Domenico sapeva però era che il suo intervento era stato provvidenziale. Se non avesse trovato quel portafoglio in quella macelleria le cose sarebbero andate in maniera diversa. E’ proprio vero, anche nei posti più impensabili a volte capitano dei miracoli. O quasi.

19 Marzo 2007

Ciao. Ben svegliato.

Ti starai chiedendo chi sono io, che cosa ci fai in una stanza chiusa. cosa più importante ti stai chiedendo per quale strano motivo non riesci a parlare e non riesci a muoverti. Te lo spiego io, non agitarti. Sei legato su una sedia e sei imbavagliato. E’ inutile che ti agiti, non devi preoccuparti. Siamo qui solo per parlare. Scommetto che ora stai cercando di mettere insieme i pezzi, di capire in che situazione ti sei messo. L’ultimo ricordo della giornata dovrebbe essere l’autobus che ti ferma a pochi passi da casa dopo una mattinata a scuola. Poi non ricordi nulla. Non muoverti. Non provare a parlare, non capisco quello che dici con il bavaglio sulla bocca, e non pensare che abbia voglia di togliertelo. Questa è la vita reale, non è come nei film in cui l’eroe, il buono, dice una frase a effetto per far colpo sul cattivo. Questo è lo sporco mondo in cui viviamo, e non pensare che i buoni e i cattivi lo siano sempre. Se continui ad agitarti mi costringi a darti un altro po’ di questa. In questa siringa c’è tanto di quel calmante che ti farai un bel sonno di qualche ora. Continui a fare il contrario di quello che ti consiglio? Lo hai voluto tu, ora fatti una bella dormita.

Sei di nuovo tra noi? Spero che ora tu abbia capito la lezione. Ti conviene metterti comodo e ascoltare. E’ l’unica cosa sensata che puoi fare. Incominciamo con una bella storiella, purtroppo non di quelle a lieto fine. E’ una storia di amicizia. Vedi, tu sei ancora giovane, sicuramente hai degli amici, dei conoscenti. Ma l’amicizia vera, quella con la A maiuscola, è qualcosa di raro. E’ un fiore di rara bellezza che nasce anche in luoghi aridi, secchi, senza speranza. Per i nostri due protagonisti fu proprio così. La loro amicizia nacque sul cemento di una zona morta. Ora la chiamano l’hinterland, le danno una connotazione quasi chic. Per i due ragazzi è sempre stata invece la periferia. La parte più esterna di quella grande metropoli che è Napoli. A due passi dalla provincia ma più lontana dal centro. Odiata da entrambe le fazioni. Nascere in un quartiere come Barra non era per niente facile. E’ come un marchio che puoi nascondere quanto puoi, ma basta una sola domanda “di che parte sei?” per far cadere la pezza rammendata e mostrarlo in tutto il suo terribile e appariscente colore.

In quel posto tutto è periferia, tutto è al limite. Anche le vite dei ragazzi. Per loro sembra sempre di camminare su una linea di demarcazione, da un lato la salvezza, il riscatto, la vita immaginaria che ti fa dimenticare il posto in cui vivi. Dall’altro un baratro che attrae con una forza spaventosa, alimentato dai modelli che vedi ogni giorno. I due ragazzi vivevano così ogni giorno, con la speranza di una vita migliore e la consapevolezza che per sopravvivere in quel posto bisognava familiarizzare con i peggiori individui.

Si erano conosciuti alle medie. Scuola dell’obbligo, quindi non era difficile incontrare la peggiore feccia. Si erano dati dei nomignoli, dei soprannomi, per farsi rispettare. Uno era “l’avvocato”, per la parlantina sempre pronta, un’arte innata di “farti fesso” solo con l’uso della parola. L’altro invece era “Tex Willer”, perché era appassionato di Western e diceva che prima o poi sarebbe stato il più grande pistolero di sempre. Sogni, quanti sogni per quei piccoli ragazzi che facevano la parte dei grandi. A scuola erano inseparabili, nella buona e nella cattiva sorte. Ogni volta che c’erano i consigli di classe con i professori, loro il giorno dopo si confrontavano. “A te quante te ne hanno date?” “Parecchie, mio padre mi ha picchiato per un’ora” “Addirittura? A me per mezz’ora”. Ma la scuola e i genitori non riuscivano a raddrizzarli.

Questo perché nel loro quartiere c’era un giovane appartenente alla nuova camorra, Gennaro, un ragazzo di appena quindici anni che era già consideratissimo dai leader. Camminava a testa alta per il quartiere, tutti lo salutavano e gli portavano rispetto. Era circondato da un’aura particolare, tutto quello che ordinava diventava realtà. Facile capire che una mente semplice come quella dei due ragazzini lo vedeva come un eroe. Come un modello a cui aspirare. Quell’appellativo, “don”, prima del nome che dona rispetto a chi lo indossa. Ne parlavano sempre quando erano da soli. “Hai visto a Gennarino? Ha fatto chiudere quel negozio” “Che potenza! Quando lui ordina nessuno si tira indietro”. Quando lo vedevano da lontano gli altri scappavano, loro invece no. Avrebbero fatto di tutto per farsi notare, e lo fecero.

Un pomeriggio erano seduti su una panchina a godere del calore di un sole invernale. Avevano finito i compiti, o meglio avevano sfogliato la lezione del giorno dopo, ed erano scesi per stare un po’ insieme. Videro Gennarino da lontano con il suo corteo di adepti che passeggiava altero. Si fermò di colpo perché vide una signora a terra che piangeva. Le domandò cosa fosse successo e lei rispose che le avevano appena “scippato” la borsa e dentro c’erano i soldi per andare a fare la spesa. I due ragazzi si avvicinarono incuriositi mentre gli sguardi dei futuri scagnozzi li scansionavano arcigni da capo a piedi. Fu l’avvocato a parlare per primo, e chi se non altri.

-Don Gennarino, forse noi due conosciamo chi è stato

-Chi siete voi due?

-Due ragazzi di poco conto che possono darvi una mano a prendere il colpevole di questa cattiva azione. Nel vostro quartiere nessuno deve “sgarrare”

-Avete ragione. Qui non si fa niente se non lo comando io. Di chi si tratta?

-Se vi fidate di noi ci andiamo a parlare e lo facciamo venire da voi a scusarsi

Il piccolo boss li fece andare, si fidò di loro. I ragazzi fecero passare qualche ora poi andarono in un bar lì vicino ed avvicinarono la persona che stavano cercando. Era un povero padre di famiglia senza lavoro e con tre figli e una moglie da sfamare. Una situazione quasi scontata, una mattina stanco della continua miseria si improvvisa ladro e colpisce una povera signora indifesa. Non un criminale di professione, solo una persona disposta a scendere così in basso per i suoi affetti. I due gli parlarono e lo convinsero che parlare con Gennarino era la cosa migliore. Si sarebbe scusato e lui sarebbe stato clemente con tutta la sua famiglia. Non gli conveniva sbagliare proprio adesso che gli veniva data una seconda opportunità. Così fece e tutto andò liscio.

Ma quell’episodio così caritatevole fu solo l’inizio della fine. Il giovane boss andò a congratularsi personalmente con i due ragazzi e li prese sotto la sua ala protettiva. Inconsapevolmente si stavano avvicinando al baratro al di là della linea di demarcazione.

Che c’è? Sei stanco? Non ti piace questa storia? Devi ascoltarla attentamente.

Come ti dicevo, quei due stavano facendo il salto di carriera. Erano ufficialmente associati ad un clan camorristico senza esserne davvero certi. La loro vita stava cambiando lentamente così come i loro comportamenti. Senza che se ne rendessero conto stavano mutando e stavano crescendo. Un’età particolare quella dell’ultimo anno di medie. Finisce un ciclo, ti senti più adulto. E poi ora c’era il rispetto da parte di tutti, nessuno li avrebbe più toccati perché c’era di mezzo Gennarino, e con Gennarino non si scherza. Alla fine dell’ultimo anno scolastico i due ragazzi avevano già tutto quello che volevano, solo che Tex Willer aveva un’anima diversa da quella dell’avvocato. Il padre di Tex era un infermiere, di quelli che sono tutto il tempo al pronto soccorso e salvano vite gratis. Magari lottando anche contro l’ignoranza delle persone che riversa su di loro la frustrazione dei malati. Ad esempio, qualche volta capitava che al pronto soccorso arrivasse un ragazzo accoltellato. Durante l’operazione per salvarlo qualcuno doveva pur andare a comunicare ai parenti che era in fin di vita, e in quel caso i parenti sentivano il bisogno di sfogarsi con qualcuno, ecco, proprio con il povero infermiere che stava solo facendo il proprio lavoro. Come dicevo, la famiglia di Tex era molto unita e il padre cercava in tutti i modi di far capire al figlio che c’era un’altra strada oltre a quella che si stava aprendo davanti a lui. Ma un ragazzino come può scegliere la strada più impegnativa quando un’altra è dritta, corta e porta al successo? Intanto nel retrocranio di Tex c’era comunque questa idea dei genitori, per lo più del padre, che bisognava fare la cosa giusta. L’avvocato invece era diverso, più ambizioso, davanti ai suoi occhi aveva già ben chiaro come la sua vita sarebbe diventata.

Non voglio annoiarti parlandoti di come i due ragazzi passavano le giornate o se avevano dubbi sulla loro nuova vita. Resta però attento a quello che sto per raccontarti ora.

I ragazzi crescevano, sempre insieme. Diventavano sempre più rispettati anche se non si sporcavano mai le mani. Erano gli occhi e le orecchie di Don Gennarino che nel frattempo era diventato solamente Don Gennaro. Continuarono addirittura gli studi dopo le medie, il loro “padrino” li convinse a studiare in modo da conservarli immacolati agli occhi della legge. Intanto sottobanco portavano avanti un business lordo del sangue degli innocenti. Si innamorarono di due belle ragazze, si sposarono, addirittura Tex ebbe un figlio maschio. Dall’esterno sembravano in tutto e per tutto persone normali. Sempre indissolubili, sempre in coppia. Fino a che un giorno non successe qualcosa di davvero particolare.

Una soffiata, qualcuno aveva avvisato la polizia di una riunione che si sarebbe tenuta in un luogo appartato e segreto. Dovevano partecipare tutti i capi clan della zona per decidere delle suddivisioni degli incassi futuri. Tutto era stato organizzato alla perfezione ed erano in pochi a sapere tutti i dettagli. La polizia arrivò all’improvviso e catturò quasi tutti i presenti. Un blitz fatto a regola d’arte con tanto di titoli in prima pagina per i successivi giorni. “Catturati i boss della periferia”. Qualcuno riuscì a sfuggire e indovina chi in particolare? Esatto, il nostro caro Don Gennaro. Con l’aiuto del suo fidato autista scappò da quel luogo e fece perdere le sue tracce. Questo però significava per lui che da quel momento in poi avrebbe dovuto comandare nell’ombra, in latitanza. Da una posizione così scomoda è difficile comandare quindi decise che la sua prima azione sarebbe stata la punizione della talpa. Convocò a turno tutti quelli che conoscevano i dettagli della riunione.

Riservò l’ultimo incontro ai due ragazzi. Li convocò in un luogo segreto e li fece sedere davanti a lui. Non era abituato a fare giri di parole e nemmeno in quell’occasione ne fece.

-Ragazzi siete stati voi?

Indovina chi parlò per primo.

-No. Ma che dite Don Gennaro, noi non avremmo mai fatto qualcosa contro di voi

-Non avevamo nessun motivo per farlo. Noi siamo sempre stati dalla vostra parte

-Silenzio. Non vi ho detto di parlare. Voglio solo sapere se siete stati voi e perché

-Ma vi abbiamo già detto che siamo immacolati. Noi non c’entriamo

-Ho parlato con tutti i miei uomini più fidati. Pensate che sia un caso che vi ho tenuti per ultimi? Tex, tu non mi devi dire niente?

-Niente Don Gennaro. Giuro sull’anima di mio figlio

-E tu? Di solito parli sempre, dici tante belle parole. Mò che fai?

L’altro ragazzo era in silenzio e guardava fisso lo sguardo del boss. Il loro padre adottivo aspettava una risposta e gli venne data senza insistere troppo.

-Avete ragione Don Gennaro. Inutile fingere, ci sareste arrivato lo stesso da solo

-Bravo ragazzo. Dimmi tutto che ti ascolto

-Sì, però dovete darmi la vostra parola. Vi ricordate quando eravamo più piccoli? La prima volta che vi abbiamo incontrato ve la ricordate? Ci avevate promesso che non avreste ammazzato nessuno se vi portavamo il colpevole. Anche ora dovete fare la stessa cosa, ce lo dovete

Don Gennaro annuì mentre Tex era un po’ stranito, specialmente quando vide il dito dell’amico che lo puntava.

-E’ stato lui. Lo sapete che ha un po’ di problemi a casa ed ha agito di impulso. Da quando ha avuto suo figlio ha deciso che vuole cambiare vita

Tex guardò l’avvocato allibito. Era innocente, non ne sapeva niente eppure il suo amico più intimo lo stava accusando ingiustamente.

-Ma che stai dicendo? Io non so proprio niente

-Amico mio, è inutile che fai finta. Don Gennaro ha promesso che non ti farà niente. E lo sappiamo che è uno che mantiene la parola data. Né a te né alla tua famiglia sarà torto un capello

-Ma io non ho fatto niente

-Tex calmati, lo sa già della telefonata alla polizia. L’hai fatta con il tuo cellulare quindi è stato facile risalire a te. Il giorno prima della riunione ci siamo visti tu non c’eri e forse ti stavi incontrando con gli sbirri

-Ma sei pazzo? Io sono pulito! Don Gennaro io non mi permetterei mai

Niente. Avrebbe potuto parlare per ore ma la versione dell’avvocato calzava a pennello. D’altronde era un suo talento naturale, con le parole facev’ scem a tutt quant.

Lo presero e lo fecero incastrare per un omicidio che non aveva commesso. Era quella la punizione esemplare del boss che gli aveva concesso la grazia. Tutti gli appelli confermarono la condanna. Venti anni di prigione. In quei vent’anni non vide mai più il suo amico. Era facile capire che era stato lui la talpa e che aveva addossato tutta la colpa all’anello debole. Per cosa poi? Per trenta stupidi denari. Aveva venduto la sua amicizia per diventare il nuovo capo. Sì, perché in galera le visite erano poche, ma Tex i giornali li leggeva. Prima seppe di un altro blitz dei servizi speciali che stanarono Don Gennaro. Poi della morte del boss in carcere in circostanze ancora da chiarire. Poi lo sai, lo fanno vedere anche nei telefilm, quelli nuovi che entrano in carcere portano sempre nuove notizie.

L’avvocato aveva fatto carriera. All’improvviso era diventato imprenditore. Prima i bar, poi i ristoranti. Tutti soldi puliti, certo. Come no, pulitissimi. Di nascosto comandava con l’aiuto delle teste di legno che figuravano come i veri boss della camorra. E invece lui era quello che teneva i fili e aveva la fedina penale pulita. Trenta denari.

Dai, non ti abbattere, siamo quasi alla fine della storia. Non crederai che il finale tragico sia questo? Ma no, gli anni in prigione passano. Sono più lenti, questo sì, a volte interminabili. Ma prima o poi si esce, vivi o morti si esce.

Tu immagina quel povero Tex Willer che si fa venti anni di prigione per un reato che non aveva commesso. Tu che faresti al posto suo? Lo so, tu sei giovane, mi risponderai “io al posto suo appena uscito di galera andrei a prendere il mio nemico e lo ammazzerei con le mie mani”. No, risposta sbagliata. Non lo capisci ancora perché sei giovane e non hai una famiglia. Tex pensò a suo figlio. Non lo vedeva da vent’anni. Capisci che significa? L’ultima volta che lo aveva visto era un neonato e ora che aveva la possibilità di stare un po’ con lui lo ritrovava già adulto. Ma non gli importava di quello che aveva perso, di tutti i momenti in cui poteva essere con lui e non c’era. Dei primi passi, delle prime parole, magari dei primi litigi. Aveva scontato la colpa di una vita che aveva scelto, anche se non lo meritava. Pensava alle parole del padre quando cercava di fargli capire che non era quella la strada da percorrere. Vedi? I padri quando pensano al bene dei figli hanno sempre ragione.

Quindi Tex che fa? Esce di prigione e va a Barra, nel quartiere dove abitava. Ritrova sua moglie che lo accoglie in maniera fredda. Ha un nuovo compagno, si è rifatta una vita. Non ce l’ha con lei, vuole solo rivedere suo figlio e provare a spiegargli tutto. Lui non è a casa ma lei si offre di accompagnarlo. Prima però devono fare una tappa intermedia, dice. Deve passare al cimitero a portare dei fiori sulla tomba dei suoi genitori. Entrano nel cimitero e fanno tappa dai genitori di lei, morti qualche anno prima.

Poi gira la testa di lato e si sente morire dentro.

Accanto alla lapide dei genitori della moglie c’è un’altra lapide. Legge il nome e non riesce a capire. Il cognome era il suo, il nome quello che aveva dato a suo figlio. Era morto anche lui tre anni prima. Aveva 17 anni, era su un motorino quando ad un incrocio non si è fermato al rosso e un’auto lo ha sollevato in aria. I medici hanno fatto il possibile ma è morto alcune ore dopo.

A diciassette anni, capisci? Perdere un figlio a diciassette anni. Un figlio che non hai mai conosciuto, che per venti anni hai immaginato solo nella tua testa. Speravi di parlargli, di conoscere il suo animo, di fare per lui qualcosa anche se in ritardo. Magari di dirgli che non vale la pena stare tutto il giorno con gli amici sul motorino ma che bisogna studiare. E tutto questo non è successo solo perché qualcuno si è messo tra i te e i tuoi sogni.

Che c’è? Sto piangendo, embè? Sei sorpreso? Hai capito chi è Tex Willer? Vedo che nel frattempo ti sei calmato. Nessuno può comprendere il dolore che ho provato quel giorno. La terra che si apre sotto i tuoi piedi e l’inferno che ti aspetta. Neanche tutti quegli anni in prigione sono stati così dolorosi. Ricordi quando ti ho fatto quella domanda prima? Che cosa avresti fatto al posto mio uscito di prigione? Ora ti rifaccio la domanda. Che cosa faresti al posto mio se una volta uscito di prigione scopri che non hai nient’altro da perdere. Se l’unica cosa che era capace di renderti un essere umano non c’è più? Esatto, vedo che mi capisci. Diventi un mostro che esige la sua vendetta.

Sai quanti anni aveva mio figlio quando è morto? Esattamente diciassette anni, tre mesi e due giorni. Fatti un rapido calcolo a mente e dimmi tu quanti anni hai? Da come ti agiti vedo che hai capito. Ora ti spieghi il rapimento e la pistola che sto impugnando. Apri gli occhi, finora sei vissuto in un’illusione. Tuo padre non è la persona che credi di conoscere e oggi proverà quello che ho provato io. Perderà suo figlio definitivamente.

La polizia entrò dall’ingresso principale spalancando la porta. Subito gli agenti si diressero verso l’uomo con la pistola in mano e fecero fuoco. La raffica di colpi lo uccise prima ancora che potesse rendersi conto di quello che accadeva. Secondo gli agenti c’era stata una telefonata anonima che avvisava del luogo in cui era tenuto in ostaggio Armando, il giovane figlio del noto imprenditore alberghiero Antonio Caputo. Quando Antonio si recò di corsa in commissariato per andare dal figlio cercò di abbracciarlo per tranquillizzarlo e dirgli che avrebbe fatto il possibile per capire la causa di quel gesto orrendo fatto da uno sconosciuto. Armando però si scostò evitando l’abbraccio sotto lo sguardo imbarazzato del padre e degli agenti di polizia. Restò in silenzio tutto il tempo e quando tornarono a casa il ragazzo cercò in tutti i modi di evitare suo padre. Antonio, detto l’avvocato, aveva definitivamente perso suo figlio quel giorno, come aveva profetizzato il suo amico di infanzia. Sui giornali nessuno scrisse che la pistola con la quale Tex aveva minacciato il giovane era scarica.

12 Marzo 2003

Ore 8:45

“Stazione di Quattro Giornate. Prossima fermata Vanvitelli”

Le porte si aprirono e Nicola scese dal treno. Strinse di più la sciarpa intorno al collo per ripararsi dal vento che arrivava appena il treno ripartiva. Uscì dalla stazione e guardò il cielo. Era grigio ma non prometteva pioggia e lui era un tipo previdente, aveva sempre con sé il suo ombrello tascabile. D’inverno come d’estate per lui era d’obbligo, non si poteva mai sapere e non doveva farsi trovare impreparato.

Un tipo con la testa sulle spalle, bisogna dirlo. Sempre ligio al dovere e mai incline ai piaceri. Figlio unico, dalla morte della madre qualche anno prima era l’unico a prendersi cura dell’anziano padre. D’altronde era arrivato scapolo all’età di 47 anni quindi doveva pur darsi uno scopo nella vita a parte il lavoro. Il padre era costretto a stare a letto tutto il giorno e lui con l’aiuto della legge 104 poteva accudirlo ogni giorno. Questo impegno continuo però non gli negava un’altra attività costante della sua vita. La comunità ecclesiastica.

Da quando era stato messo al corrente della malattia che aveva portato via sua madre Nicola si era avvicinato alla Chiesa. Prima come un appiglio a cui aggrapparsi nei momenti bui, quando credi che soltanto l’intervento divino può farti stare meglio. Poi con il tempo anche dopo la morte della madre aveva preso a cuore quel contesto, tutti gli volevano bene e lo circondavano di amore. Insieme a loro stava bene, cominciò con le attività in parrocchia come dare una mano nelle pulizie, all’offertorio o nel mettere a posto le sedie dopo le messe. Con il tempo divenne uno degli oratori fissi, direttore del coro, organizzatore degli eventi benefici. Era sempre presente, il suo operato era di esempio per tutti. Casa, lavoro, Chiesa. Questa era la vita di Nicola e lui ne era felice.

Quella mattina era sceso presto per alcune commissioni. Doveva prima di tutto andare a prendere dei libri per il catechismo dei bambini. Li aveva prenotati in una libreria del Vomero e doveva andare a ritirarli. Al ritorno sarebbe passato per il mercatino di Antignano a prendere un po’ di roba da mangiare da portare a casa.

Camminò in direzione della libreria quando vide sul ciglio della strada un senzatetto che chiedeva l’elemosina. Sapeva che anche il miglior cristiano non poteva fermarsi a dare qualcosa ad ogni mendicante sulla strada, ma quell’anziano gli faceva tenerezza. Era raggomitolato per il freddo ed aveva una sottile coperta a ripararlo. Probabilmente dormiva. Si avvicinò a lui e gli diede un euro senza svegliarlo. Questo improvvisamente, forse destato dal rumore della moneta si alzò di scatto e con la mano bloccò quella di Nicola. Sembrava furioso, lo guardava con gli occhi iniettati di sangue.

-Credi di essere migliore di me? Credi che questa moneta mi possa sfamare oggi? Dammi tutto quello che hai se vuoi veramente fare qualcosa per me

Nicola era stranito ed impaurito. Il vagabondo non mollava la presa e lui voleva solo andarsene e continuare per la sua via. Si guardava intorno cercando con gli occhi qualcuno che potesse aiutarlo ma tutti camminavano incuranti e indifferenti per quello che stava succedendo. Ognuno pensava ai propri affari e quello non era di loro competenza. Qualcuno gettava uno sguardo, magari si impietosiva per il senzatetto e giudicava il comportamento di Nicola. Era teso e decise per una soluzione più drastica ma efficace. Con un calcio spostò il corpo del clochard che cadde disteso a terra. Finalmente era libero. Si guardò ancora intorno e si rese conto che tutti lo stavano fissando. Sentiva i loro mormorii.

“Poverino, era solo un barbone”

“Che bisogno c’era di dargli un calcio”

“Ma non si vergogna?”

Sentiva il bisogno di chiarire l’equivoco e prese a parlare ad alta voce gesticolando visivamente.

-Ma non l’avete visto che è stato lui a bloccarmi la mano? Io gli ho dato qualcosa ma lui ha reagito male. Avete solo visto la parte finale ma prima non avete notato che ha iniziato lui?

Niente, nessuno lo ascoltava. La gente continuava a camminare senza fermarsi, non erano interessati a quello spettacolo. A quel punto Nicola si riaggiustò il cappotto e riprese il suo itinerario. Mentre camminava sentiva la risata sguaiata del senzatetto. Pensò che fosse ubriaco già di primo mattino, era l’unica spiegazione. Doveva però calmarsi e fare in modo che quell’episodio non gli rovinasse la giornata.

Arrivò sulla via che conduceva alla libreria quando a terra notò una carta di colore bianco e giallo. Si avvicinò incuriosito e si accorse che non era una semplice carta ma una banconota. Una banconota da duecento euro. Non era strano che in quel periodo la gente perdesse monete, non si era passati da molto dalla Lira all’Euro e prima non si usavano così tanti spiccioli rispetto alle banconote. Ma di soldi di carta di solito non se ne vedevano per terra, specialmente di quel taglio. Nicola era sorpreso ma in senso positivo. Quello poteva essere un segno dal cielo, qualcuno sapeva che lui era una brava persona e lo stava ricompensando. Non come quelle persone prima, che lo guardavano con occhi di superiorità.

Prese subito la banconota e la mise in tasca senza controllare se fosse autentica o contraffatta. L’avrebbe sicuramente spesa in libreria per prendere i libri che aveva ordinato, in questo modo la spesa non avrebbe gravato sulle casse della parrocchia e avrebbe reso tutti contenti. Non riusciva a trattenere un sorrisetto sul viso. Stava per entrare in libreria quando una voce lo trattenne. Era la voce di un uomo, stava quasi urlando con sé stesso. Sembrava preoccupato. Nicola lo osservò con attenzione, sembrava una persona distinta. Aveva un vestito elegante scuro ed un cappotto lungo. Portava nella mano sinistra una valigetta, visto così sembrava uno di quegli uomini in carriera dei film americani. Uno uscito da Wall Street, per intenderci. Dal polsino sollevato riuscì addirittura a vedere un orologio che sembrava costosissimo. Nicola si fermò sul marciapiede per origliare quel monologo.

-Ma come ho fatto? Dove può essere? Ma guarda te se questo cappotto pagato un occhio della testa deve avere una tasca bucata

Qualche passante si fermò ad aiutarlo.

-Serve qualcosa?

-Cosa avete perso?

-Avevo dei soldi in tasca ma ho visto ora che era bucata. Forse sono cadute delle banconote qui in giro

Qualcuno si mise a cercare con l’uomo le banconote che aveva perso, ma invano. Nicola pensò a quel punto che i duecento euro fossero sicuramente di quel signore ma qualcosa lo frenava. Iniziava a dubitare. E se quell’uomo stesse inscenando quella recita perché lo aveva visto prendere la banconota a terra? Magari quei soldi non erano suoi, quindi perché darglieli? Inoltre, si vedeva lontano chilometri che quell’uomo era ricco, magari quei soldi facevano più comodo ai ragazzi della parrocchia che a lui. Ecco, lui non ne aveva più bisogno quindi non c’era nessun motivo per dire che li aveva presi lui. Rimase zitto a guardare la scena quando all’improvviso un ragazzo interruppe i suoi pensieri.

-Le porto qualcosa fuori o sta entrando?

In quell’istante Nicola non capì, poi si rese conto che si era fermato di fianco alla libreria proprio davanti all’ingresso di un bar. Stava ostruendo il passaggio quindi il barista gli stava solo chiedendo gentilmente il motivo di quel piantonamento.

-Sì, scusi. Ero sovrappensiero

Ci pensò su, un caffè ci voleva proprio.

-Magari entro, dov’è la cassa?

Andò alla cassa per pagare un caffè, ma passando vicino al bancone aveva visto delle sfogliatelle così invitanti che era difficile resistere. Certo, anche il babà non era male.

-Un caffè e una sfogliata. E anche un babà, grazie

-Vuole anche un Gratta e Vinci?

-Mmmm… Perché no? Oggi sembra essere una giornata fortunata

Aprì il portafoglio per pagare, poi si rese conto di avere ancora la banconota trovata per strada in tasca. Decise di usare quella, d’altronde erano comunque soldi suoi, una parte la poteva utilizzare per un piccolo piacere personale. Pagò e prese il resto, prese il suo caffè e le paste. Erano deliziose, non c’erano dubbi. A quel punto poteva tentare la fortuna. Sul bancone del bar grattò sul suo biglietto ma vide subito di non aver vinto niente. A mente fece un rapido calcolo. Se dal resto che aveva avuto sottraeva il totale dei libri che doveva comprare allora rimaneva un altro bel po’ di soldi. A quel punto perché non tentare ancora la fortuna? Ritornò alla cassa e prese un altro biglietto. Grattò ma nulla. Ne prese un altro, ancora niente. Andò avanti un po’ prima di rendersi conto che si stava facendo tardi.

Uscì dal bar e si fiondò nella libreria. All’interno del negozio il giovane commesso lo accolse con un largo sorriso.

-Salve, cosa desidera?

-Buongiorno, ho ordinato dei libri settimana scorsa dovrebbero essere arrivati

-Un attimo che controllo. Qual è il cognome?

-Volpicelli. Nicola Volpicelli

-Ok. Un attimo solo

Il ragazzo iniziò a digitare su un vecchio computer il nominativo che gli era stato dato. Dopo un po’ si rivolse a Nicola con sguardo interrogativo.

-E’ sicuro di aver dato questo nome? Non trovo ordini in memoria

-Certo che sono sicuro, mi chiamo così. Può controllare meglio?

-Certo, ricontrollo

I minuti passavano in silenzio. Il ragazzo attendeva davanti al monitor l’esito della ricerca. Qualcosa sembrava non andare, più volte controllò i cavi e diede dei piccoli schiaffetti allo schermo.

-Mi scusi, deve essersi inceppato qualcosa. Non risponde più… Ah ecco ora va. Niente, non mi dice niente

-Sei sicuro di sapere quello che fai?

Nicola era passato al “tu” senza pensarci.

-Come scusi? Sì, sì. L’ho sempre fatto, è strano che ora non va. Provo a premere qui forse si sblocca

Il ragazzo era visibilmente agitato, Nicola lo fissava con espressione seria e gli metteva pressione. Non sapeva che fare quindi iniziò a staccare e riattaccare tutti i cavetti al case.

-Ma se fai così non risolvi niente! Vuoi che vengo io lì dietro e ti faccio vedere come si usa un computer? Rispondimi almeno! Sai parlare?

Il tono con cui si rivolgeva peggiorava sempre di più. Stava inconsapevolmente alzando la voce mentre il ragazzo subiva in silenzio senza controbattere.

-Come ti chiami?

-Scusi?

-Ho chiesto come ti chiami. Voglio parlare con il proprietario di questa libreria e farti licenziare! Tu non sai chi sono, io se voglio posso distruggere la tua vita!

Aveva concluso quella frase dando un pugno sul bancone. Il garzone abbassò la testa tentando inutilmente di trattenere le lacrime. Ancora in preda alla rabbia Nicola uscì dal negozio sbattendo la porta. Era furioso, non valeva la pena restare ancora lì per non concludere niente. E i libri? Che vadano al diavolo anche i libri, ora non voleva rimanere un minuto in più ad aspettare. I ragazzi della parrocchia avrebbero capito. E poi cosa volevano? quei libri mica li pagavano, andavano anche di fretta? Magari avrebbe mandato qualcuno di loro a prenderli, così si rendevano utili per una volta.

Stava percorrendo Via Francesco de Mura quando una voce femminile lo chiamò.

-Nicola?

Nicola si girò ma forse per la rabbia non riuscì a mettere a fuoco il viso di quella donna.

-Nicola tutto bene? Sono Grazia

Solo allora la riconobbe. Certo, come no. Grazia, una del coro della parrocchia. Come aveva fatto a non riconoscerla subito. Era troppo arrabbiato e doveva calmarsi.

-Sì, scusa Grazia. Era sovrappensiero. Che ci fai qui?

-Ho accompagnato mio figlio a scuola e stavo passeggiando un po’. Di solito è una cosa che fa mio marito prima di andare in ufficio ma questa settimana è fuori per lavoro. Tu invece che ci fai?

-Niente, un po’ di servizi vari

Giusto, meglio non dare troppe spiegazioni dato che i libri non sarebbero stati presi a breve.

-Sempre indaffarato. Sempre servizi. Che ne dici se ci fermiamo un po’ a prendere qualcosa a quel bar più avanti?

Perché rifiutare? Magari sarebbe stato ottimo per far passare la rabbia

-Ok, andiamo

Nicola prese posto ed ordinò due analcolici. Già si sentiva più disteso, Grazia aveva una bella parlantina e sembrava non smettere mai di parlare. Gli raccontava della sua vita familiare, dei suoi impegni al di fuori della parrocchia come la palestra o le uscite con le amiche. Del figlio ormai adolescente e di un marito sempre troppo preso dal lavoro.

-Tu invece sempre scapolo? Mai che ti vedessi con una donna, eppure secondo me sei ancora un tipo piacente

-Credi davvero? Forse non ho trovato ancora l’amore della mia vita. O forse non ho tempo di cercarlo

-Ma il tempo te lo devi ritagliare tu. E poi non è detto che sia per forza l’amore di una vita che cerchi. Magari si tratta solo di amore temporaneo, di divertimento. Non pensi?

Lo sguardo di Grazia era cambiato, gli occhi si erano socchiusi e fissavano Nicola con un che di ammaliante. L’indice della mano destra compiva dei cerchi sul bordo del bicchiere, la lingua umettava le labbra coperte da un rossetto rosso scuro. All’inizio Nicola era imbarazzato, ma pensava a quelle parole intensamente. Era vero, nella sua vita piena di impegni non aveva mai pensato alla presenza di una donna. In tutti i sensi. Era intrigato dalla piega che stava prendendo quel discorso.

-Che intendi dire? Dovrei uscire la sera come i giovani e andare a caccia?

-Magari no. Magari la preda è già nel tuo raggio di azione. Magari la preda sei tu e qualcuno ti sta già cacciando

Nicola sentì qualcosa vicino alla sua gamba. Non era necessario abbassare lo sguardo per capire che era il piede di Grazia che saliva e scendeva vicino ai suoi polpacci. Voleva stare al gioco, era eccitato. La donna gli prese la mano accarezzandola mentre con l’altra si attorcigliava i capelli in una posa sensuale.

-Che ne dici se stasera passi un po’ da me? Mio marito non c’è e mio figlio va a dormire da un amico di scuola. Beviamo qualcosa insieme e riprendiamo questo discorso. Ti va?

Era una donna sposata, una cristiana della comunità in cui svolgeva le sue attività religiose. Ma davanti a lui ora c’era un’altra donna, e si stava servendo su un piatto d’argento.

-Va bene. A che ora?

-Per le otto va bene. Porti tu le bollicine?

Si alzò e gli passò davanti accarezzandogli i capelli. Lui nell’impeto di eccitazione le prese la mano e la baciò. La vide andare via e rimase impalato ad osservare le sue forme che si muovevano. Quella giornata era iniziata in modo strano e sarebbe conclusa in modo diverso dal normale. Si alzò ed espirò in maniera profonda. Cercava di rimettere in ordine i pensieri e capire cosa fare. Guardò l’orologio, era quasi ora di pranzo e non aveva ancora comprato nulla da portare a casa. Prese il cellulare per chiamare casa, voleva sapere suo padre come stava. Rispose Irina, la badante.

-Pronto

-Pronto Irina, sono Nicola. Tutto bene a casa? Io sto per tornare

-Tutto bene, tutto bene. Ha chiamato l’avvocato. Dice che dovete passare da lui stasera per quella questione che sapete voi. Alle 20:30

-No, non è possibile per quell’ora. Dopo lo richiamo e glielo dico

-Ha detto che non è possibile fare in un altro orario. Ha detto di non chiamare perché è impegnato

-Ma che vuole? Ora mi sente

Nicola attaccò e subito ricompose il numero del suo avvocato.

-Pronto avvocato, sono Nicola. Sì, lo so che avete chiamato a casa ma io stasera non posso passare. Come solo stasera? Non possiamo fare domani con calma? Come sarebbe che domani scadono i termini e non si può rimandare? Ma non mi interessa, dovevate avvisarmi! Quando avete chiamato a casa? Ma non è possibile, con chi avete parlato? Ma mio padre è malato, non si sarebbe mai ricordato! Voi dovete parlare solo con me! Ma che discorso è questo! No, statemi a sentire voi. Pronto. Pronto?

Pigiò sul pulsante rosso con tale forza che avrebbe potuto rompere il cellulare. Era furioso, l’avvocato aveva comunicato una scadenza al padre, malato di Alzheimer. All’improvviso si rese conto del gran silenzio intorno a lui, si girò intorno e vide decine di occhi che lo osservavano in maniera interdetta. Realizzò di aver parlato tutto il tempo a voce alta, incuriosendo i passanti. Quella situazione lo fece infuriare ancora di più. Prese il cellulare e lo scaraventò a terra rompendolo.

-Basta. Basta! Non sopporto più la mia vita! Vorrei non avere il padre che ho! Meglio che muoia presto!

Perse le forze e si sedette a terra con la testa tra le mani. Non sapeva se piangere o ridere per la situazione comica. Voleva solo chiudere gli occhi e riaprirli per trovarsi in un’altra vita. Sentì un piccolo tintinnio. Aprì gli occhi e vide che accanto a lui c’era una moneta. Un passante pensando che fosse un clochard gli aveva gettato una moneta da un euro. Guardò in su e vide che la persona era il signore distinto che aveva perso il duecento euro. Era davanti a lui e gli sorrideva. Nicola si alzò di colpo e lo prese per il bavero della giacca inveendo contro di lui. Gli diede un pugno sul naso e continuò a scuoterlo. Qualcuno dei presenti scappò, qualcun altro cercò di separarli finché degli agenti in strada non riportarono l’ordine. Nicola fu ammanettato e portato in Questura. L’ultimo pensiero prima di entrare nell’auto della polizia fu verso sua madre.

Ore 8:40

“Stazione di Salvator Rosa. Prossima fermata Quattro Giornate”

Nicola era seduto in metro, la prossima fermata era la sua quindi pensò di alzarsi. Accanto a lui c’erano due persone. Una aveva un vestito completamente bianco, i capelli biondi e lo sguardo serio, quasi altezzoso. L’altro aveva jeans e maglietta stracciata, capelli stile punk con una cresta rossa e dei piercing sul naso. Fu quest’ultimo a parlare per primo.

-Che dici, lo facciamo adesso?

-Che cosa?

-Ma come che cosa? Il nostro gioco preferito. Non è che solo ora ti ricordi che fai parte della schiera dei buoni e non vuoi più divertirti?

-Non sto dicendo questo. L’altra volta è stato un errore, adesso basta

-Come no. L’altra volta… E quella precedente? Dai, non devi fare nulla, solo scommettere sul tuo cavallo di razza

-Cosa hai in mente stavolta?

L’espressione dell’uomo in abito bianco era sempre seria, l’altro invece sorrideva in maniera lasciva.

-Sempre il solito, il nostro “gioco di Giobbe”, ma stavolta lo facciamo a tema. Che ne dici dei sette vizi capitali?

-Spiegati meglio

-Sapevo che ti avrebbe interessato. In pratica io manovro le situazioni esterne come sempre e il tuo pupillo deve cercare di non cadere nei vizi. Li ricordi, vero? Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia

-Guarda che lui è un uomo caritatevole e giusto. Dio è nel suo cuore

-Certo, come no. Tutti lo sono finché i nostri non ci mettono lo zampino. Te la senti o no?

-Confido in lui, ti sorprenderà. Ma non barare. Non intervenire direttamente su di lui

-Io? Io sono solo un umile diavoletto di quarta classe. E poi non ti dimenticare il libero arbitrio, noi non siamo che comparse. Sono loro umani che decidono della loro vita. Dai, siamo quasi arrivati alla sua stazione, che fai? Ci stai?

L’uomo in bianco lo guardò in un silenzio serio l’altro che sorrideva ancora.

-Va bene

Le porte si aprirono e Nicola scese dal treno.

5 Marzo 2018

Ciao a tutti da me (la vostra cara @Vicky91) e buona serata a tutti i miei follower su Twitter #ViVoglioBeneTutti
Stasera ho proprio voglia di una bella pizza e film sul divano, che ne pensate?
Prenoto la pizza, dicono non prima delle 21:30!!!! Mi sa che ho tutto il tempo di scegliere il film :-|
Facciamo un #poll Che tipologia di film vedrò stasera?
 Horror
 Drammatico
 Avventura
 Fantasy
 Comico
Dai vi do ancora qualche minuto poi vediamo chi vince
Chiudiamo il televoto. Vediamo chi vince…. Oooooo
Vince “Fantasy” !!! Questo la dice lunga sulla tipologia di follower che mi ritrovo :D
Ok, giusto per sapere… Star Wars lo posso far rientrare nella categoria fantasy? Non vi accanite
Ok, chiaro, andiamo direttamente nel fantasy classico. Vediamo qualcosa che non conosco
Ho visto un po’ i titoli in streaming datemi qualche minutino e mi decido
E niente, stavo per sceglierne uno quando ho visto i vostri commenti e non posso ignorarli. Vada per “La storia infinita”
La storia infinita (The NeverEnding Story) è un film del 1984 diretto da Wolfgang Petersen. Il soggetto è tratto dall'omonimo romanzo di Michael Ende rispetto al quale vi sono comunque numerose differenze e bla bla bla. Per chi volesse può sempre vedere da Wikipedia la trama
Ore 21:15. Attendiamo questa pizza così ci spostiamo sul divano e cominciamo la visione
Ore 21:25 che fame :-P
Ore 21:35… che dite chiamo già la pizzeria per domandare?
Passati già VENTI minuti dall’orario di arrivo, ora chiamo #@*%$
Niente, il ragazzo delle pizze è già partito da un po’ e sta arrivando. Aspettiamo
Intanto inizio il film, ho già guardato il trailer tre volte per ingannare il tempo
Bella l’atmosfera degli anni 80, anche per me che sono nata dopo. Già dall’inizio il film mi piace
Ho sentito il citofono squillare ma era l’appartamento di fianco. Mi sono illusa
Illusa e affamata
E’ stato più forte di me, ho guardato dallo spioncino. Anche la signora di fianco avrà ordinato le pizze perché era un rider
La signora deve aver avuto la stessa mia esperienza negativa. Si sentono le urla da qui. Fa bene a dirgliene quattro
Ragazzi la signora deve essere esaurita… Continua a strillare
Oddio ora si sentono dei rumori dal muro di fianco…
Questo non è esaurimento, è pazzia! Perché prendersela con un povero muro se la pizza ti arriva in ritardo
Ok, devo ammetterlo, per quanto il film mi piaccia devo dire che questo spettacolo mi sta interessando di più. Le urla continuano
Sto iniziando a preoccuparmi. Penso di aver sentito un “aiuto” tra le tante parole indistinguibili
No, no, della signora. Finora non ho sentito che la sua voce
Ora le urla sono finite, si è sentito solo un ultimo rumore sordo nel muro. Devo ritornare sul divano?
Ci ho provato ma non sono tranquilla. Provo a chiamare la vicina, dovrei avere il numero di telefono di casa in rubrica
Ragazziiiii… Vi prego tranquillizzatemi. Il telefono squilla, riesco a sentirlo anche dalle pareti ma la signora non risponde.
Ho provato di nuovo, dopo tre squilli hanno risposto ma non si sentiva niente
Ditemi che sta solo mangiando e non vuole essere disturbata
Mi affaccio allo spioncino, penso che starò un bel po’. Stay tuned, intanto vi aggiorno da cell
Nessuna novità, tutto tace
Allora, forse mi sto impressionando troppo. Dalla porta della signora è uscito il ragazzo delle pizze. E’ enorme! E’ uscito dalla porta e sta osservando tutte le porte del pianerottolo
Ho dovuto allontanarmi dalla porta. Ho visto che quando si è avvicinato alla mia ha guardato per terra forse per vedere l’ombra che proiettavo
Ditemi che mi sto solo suggestionando, dai
Ok, faccio come dite. Mi rimetto sul divano e continuo la visione
Questa non ci voleva!!! E’ andata via la corrente!!!
Non è il contatore, sarà un guasto. Di certo nella condizione in cui sto stasera non andrò mica giù a controllare il quadro generale nei garage…
Sicuro è un guasto, dallo spioncino vedo tutto buio. Meno male che non ho scelto un film horror
Ragazzi sono in cucina, il cuore mi batte a mille. Stavo riguardando dallo spioncino quando nel buio del corridoio ho rivisto il ragazzo del delivery che si avvicinava alla porta
Sono troppo spaventata, ditemi che devo fare
Sento dei rumori venire dalla porta ma non ho il coraggio di andare di là a controllare
Sembra che qualcuno stia forzando la porta, non ce la faccio vado in bagno
Ok, mi sono chiusa in bagno. Vi sto scrivendo dalla doccia. Sono immobilizzata dalla paura
Tenetemi compagnia voi, vi prego
I rumori li sento sempre…
Ora sento dei colpi forti, sta cercando di sfondare la porta?
Che devo fare? che devo fare?????
Chiamate voi la polizia per me, io non ce la faccio
Non voglio fare rumore! Non posso telefonare ora!
Aiuto
Penso che abbia sfondato la porta. Spero che se ne vada subito, magari non mi vede
CHIAMATE LA POLIZIA PER ME!!!
Non voglio morire. Non voglio morire!
E’ fuori dal bagno sta cercando di aprire la porta
La vuole sfondare! Sta per entrare!
Sento le sirene della polizia fuori dalla finestra. Vi amo! Grazie per averli avvisati!
Sappiate che vi voglio bene tutti
Spero che la polizia riesca a salire prima che sia troppo tardi
Noooooo! La sirena si allontana!
Forse questo è il mio ultimo tweet. Non so perché mi sta succedendo questo, vorrei trovare le parole giuste ma non ci riesco
E’ entrato forse se sto qui seduta in questo modo potrebbe non ved

26 Febbraio 1986

Andrea era felice, anzi era al settimo cielo, quello era il giorno del secondo compleanno del figlio. Aveva preparato tutto da settimane. Per prima cosa la giornata di permesso al lavoro. Sua moglie Sara non poteva allontanarsi dall’ufficio e lui era ben felice di darle una mano ad organizzare tutto. Con l’intera giornata libera poteva provvedere a tutto l’occorrente per la festa prevista per la serata. Palloncini, addobbi, bicchieri, dolci, spumante. Ma prima di tutto il regalo. Era da tempo che ci pensava, doveva essere un regalo originale e fatto proprio per il suo piccolo Giulio. Non voleva andare in un negozio della grande distribuzione, lì c’erano giocattoli per tutti i gusti, certo, ma doveva essere un regalo unico nel suo genere.

Si scervellava da giorni quando gli venne in mente un episodio di quando era piccolo. Suo padre un giorno lo portò in un negozio a Napoli chiamato l’Ospedale delle bambole. Sembrava piccolo ma l’interno era grandissimo. Il proprietario possedeva centinaia se non migliaia di giocattoli. C’era chi portava i propri giocattoli rotti per farli aggiustare, c’era chi donava giocattoli di figli che ormai erano grandi, c’erano giochi di ogni epoca. Andrea ricordava l’entusiasmo quando vide da piccolo quel luogo, un posto magico dove ogni bambino trovava il proprio giocattolo preferito. Ormai il padre di Andrea non c’era più quindi doveva arrangiarsi come poteva. Chiese alla madre, agli amici, ai conoscenti, ma nessuno aveva mai sentito parlare di quel posto. Quello che sicuramente ricordava era che il negozio si trovava nel centro storico ma di preciso non sapeva dove.

Proprio per quel motivo Andrea si era tenuto libero dalla mattina per andare alla ricerca di quel negozio, anche a costo di girare tutta la città. Percorse un po’ di vicoletti domandando ai negozianti ma senza risultato. Non poteva tardare molto, aveva gli altri impegni da incastrare bene. Stava quasi perdendo le speranze quando si trovò su Via San Biagio dei Librai. Entrò a prendere un caffè in un bar anche con il pretesto di domandare l’ubicazione del negozio. Si aspettava il solito “mi dispiace, non lo conosco” quando invece rimase sorpreso sentendo le parole “certamente, proprio più avanti nel viale a sinistra”.

Sprizzando visibilmente gioia da tutti i pori uscì dal bar e percorse un piccolo tratto di strada. Quello che si parava davanti ai suoi occhi era proprio l’ingresso del negozio che ricordava. Due grandi porte in alluminio e vetro oscurato, una piccola insegna di legno che portava la scritta “Ospedale delle bambole”, due gradini in marmo che portavano i bambini verso un luogo magico. Certo che ora da grande sembrava tutto di dimensioni normali ma ricordava che da piccolo vedeva quell’ingresso come un portale enorme con i gradini difficili da scalare.

La porta era chiusa, in cuor suo sperò che a quell’ora fosse ancora aperto. La aprì lentamente chiedendo permesso. Nessuno rispose. Decise comunque di entrare e di aspettare dentro. Appena entrò gli arrivò alle narici un odore strano. Sicuramente colla, parecchia, ma anche odore di qualcosa di molto vecchio. Si guardò intorno, c’erano giocattoli dappertutto. Da un lato solo bambole, tutte truccate e con vestiti colorati, su un’altra parete invece c’erano cavallucci di legno di tutte le misure, da un’altra parte invece c’erano giochi a molla e trenini. Andrea pensò che se esisteva il paese dei balocchi era proprio quello davanti a sé. Era immerso nei suoi pensieri, in un mix di ricordi e sogni fanciulleschi quando all’improvviso una voce lo riportò alla realtà.

-Desidera?

Era il proprietario del negozio. Sbucò fuori silenziosamente da una porta che dava sul retro. Andrea non lo ricordava così. In realtà non lo ricordava affatto, sperava che vedendolo qualche ricordo potesse riaffiorare ma la memoria di quel giorno da piccolo focalizzata soltanto tutti sui giochi che aveva visto. Il proprietario era anziano, molto anziano a dirla tutta. Camminava curvo ed aveva degli occhiali molto spessi. Andrea già se lo immaginava mentre ogni giorno operava i suoi bambolotti su un tavolo grezzo alla luce di una piccola lampada.

-Sì, salve. Cerco un giocattolo per mio figlio, ha due anni

L’anziano signore si massaggiò il mento con sguardo serioso.

-Due anni ha detto? Che genere di giocattolo cerca? Un gioco educativo, un cavalluccio, un trenino

-Non saprei. Anche se piccolo è un chiacchierone, stavo pensando a qualcosa per tenergli compagnia. Qualcosa da avere vicino e che gli ricordi quanto gli vogliamo bene

-Davvero un genitore premuroso, complimenti. Forse potrei avere qualcosa che fa al caso suo, mi può seguire nel retro? Ho qualcosa che ho riparato da poco e non ho ancora esposto

-Con piacere, grazie mille

L’anziano rientrò nella porta da cui era uscito prima, seguito da Andrea. Percorsero una prima stanza in cui erano conservati i pezzi di ricambio delle bambole. Erano tutti accatastati in scatoli ed ordinati per parti del corso. C’era una grande cesta con le gambe sinistre ed una con le gambe destre. Stessa cosa per le braccia, poi i torsi e le teste. In alcuni barattoli di vetro erano conservati gli occhi suddivisi per colore dell’iride, mentre in alcune buste di plastica c’erano i capelli di tutte le tinte. Era uno spettacolo che poteva definirsi abbastanza macabro. Tutti quei pezzi di corpo messi in ordine, tutte quelle teste che sembravano guardare attraverso le cavità vuote senza occhi. Andrea non era del tutto tranquillo, forse era la suggestione, ma gli sembrava che quelle piccole teste lo stessero seguendo e che quei sorrisi eterni erano rivolti a lui. Percorse quella stanza con un po’ d’ansia per poi proseguire in quella successiva, la sala operatoria.

Era una stanza spoglia, c’era solo un grande tavolo di legno con sopra una cassetta degli attrezzi. Vide un paio di grosse macchine a leva che probabilmente servivano come meccanismi per montare e smontare i giocattoli. Una luce gialla proveniente dal lampadario illuminava in maniere irregolare quel posto mentre un ventilatore girava a vuoto. Nella stanza permeava un forte odore di colla.

-Venite, qui ho alcuni peluche che sto riparando. Hanno un meccanismo a corda. Si tira e fanno delle cose

Prese in mano un pupazzo a forma di pinguino, tirò una corda sulla schiena e questo prese a muovere le braccia e la mandibola.

-Ho anche altri personaggi che fanno altri movimenti, che ne pensate?

Andrea era ancora provato dalle sensazioni che gli dava quel posto, non rispose subito per evitare di fare una brutta impressione al proprietario.

-Sì, bello. Se ha anche qualcos’altro me lo faccia vedere. Cercavo qualcosa di veramente originale

-Originale, certo. Questi sono tutti giocattoli originali. Non sono prodotti in serie, ognuno di loro è un’anima a parte. Qui non li trattiamo come oggetti, hanno una loro storia. Io personalmente provvedo a prendermene cura e sostituire le parti non funzionanti. Questo ad esempio era solo un peluche fermo, sono io che gli ho messo i componenti per farlo muovere

-Certo, certo, non volevo offendere. Sono tutti belli e preziosi, si vede. Posso vedere tra questi se c’è qualcosa che mi attira?

L’anziano signore fece un gesto con la mano per indicare uno scaffale. Andrea si mise a cercare tra i giochi. Alcuni erano proprio belli, doveva ammetterlo. Ognuno aveva un suo particolare, non esistevano giocattoli identici. Era proprio quello che faceva per lui. Si tranquillizzò e si mise a cercare. Era indeciso tra un pupazzo a molla a forma di cane e un’altro con dei pattini a forma di papero. Stava per chiedere al proprietario il prezzo quando vide in un angolo un giocattolo con le forme di una scimmietta. Si avvicinò e lo prese. Il pelo era molto morbido, aveva il volto sorridente. Lo girò per cercare dei meccanismi ma non trovò nulla.

-Questa cosa fa? Non vedo pulsanti

Il proprietario lo prese tra le mani con sguardo interrogativo.

-E questa che ci fa qui? Io non ti ho portato qui. Strano

Lo girò un paio di volte, poi si accorse che aveva un bottone dietro la caviglia destra. Lo schiacciò.

-Non so proprio cosa può fare, forse è ancora rotta

“Non so proprio cosa può fare, forse è ancora rotta”

La scimmietta iniziò a muovere le gambe ripetendo quella frase con una voce modificata. Ecco cosa faceva, ripeteva le parole e camminava.

-Forte, mi piace questa

“Forte mi piace questa”

-Ok, allora spegniamola prima. Senta, non so proprio questa da dove salta fuori. Forse faceva parte di una donazione che mi è stata fatta il mese scorso. Non ricordo di aver portato questo giocattolo in sala operatoria. Forse sto veramente invecchiando.

Si misero d’accordo per un prezzo onesto, il proprietario non era sicuro che il giocattolo fosse funzionante al 100%. Andrea uscì dal negozio felicissimo. Aveva trovato un regalo unico per suo figlio e un giorno lo avrebbe riportato in quel negozio come aveva fatto suo padre con lui. Il resto della giornata andò tutto secondo i piani, passò a prendere i rustici, la torta, i festoni, addobbò casa e impacchettò il suo regalo. Quando Sara tornò da lavoro con il piccolo Giulio rimase impressionata. Baciò il marito soddisfatta del suo operato e andò a prepararsi per accogliere gli ospiti che sarebbero arrivati dopo qualche ora.

La festa fu un successo, Giulio era contentissimo e ricevette tanti bei regali. L’ultimo che aprì fu quello dei suoi genitori.

-Sicuro di aver preso un regalo adatto?

-Certo amore. Gli piacerà sicuramente

Fu così, Giulio scartò il pacco e quando vide la scimmietta la abbracciò con forza.

-C’è anche un pulsante, ora ti faccio vedere cosa fa

Premette il pulsante e mise il giocattolo a terra poi sottovoce disse al bimbo di dirgli una frase. Giulio si avvicinò alla scimmia e disse la prima cosa che gli venne.

-Ciao scimmia

“Ciao scimmia”

La scimmia fece qualche passo verso di lui, tutti guardarono incuriositi la sua reazione. Giulio fece un gran sorriso e riabbracciò quel suo nuovo amico. Andrea e Sara si guardarono commossi, avevano regalato un’emozione grandissima al loro piccolo amore. Quella notte il piccolo Giulio prese sonno dando la mano al suo nuovo amico mentre i suoi genitori finivano di mettere tutto in ordine.

-Che dici cara, abbiamo preso un bel regalo?

-Eccome. Non vedi com’era contento? Dove lo hai trovato?

-Non ci crederai, è stato un affare. Ricordi quel negozio che ti ho raccontato? Quello in cui mi portò mio padre da piccolo? Stamattina l’ho trovato. Dentro era pieno zeppo di giocattoli unici. Quella scimmietta l’ho trovata per caso e subito mi ha convinta. Il proprietario del negozio mi ha detto che se dovessero esserci problemi possiamo riportargliela

-E bravo il mio maritino. Hai colto nel segno secondo me. Ora andiamo a dormire che sono stanchissima

-Tranquilla, qui finisco io. Inizia ad andare a letto

Andrea finì di mettere tutto a posto, poi passò nella cameretta di suo figlio per dargli un ultimo bacio della buonanotte. Entrò e vide che già dormiva profondamente accanto al nuovo giocattolo. Si avvicinò alla culla per dargli un bacio quando vide che il selettore era su ON. Se quel giocattolo si fosse attivato avrebbe sicuramente svegliato Giulio, quindi senza far rumore lo prese e lo disattivò, poi lo ripose sulla scrivania insieme ad altri giocattoli e andò finalmente a riposarsi.

Come ogni mattina era Sara a svegliarsi prima, preparò la colazione e andò a svegliare Andrea.

-Svegliati amore che oggi devi andare al lavoro

-Mmm… Certo cara, mi preparo e facciamo colazione

Andrea dopo essersi lavato e vestito raggiunse sua moglie in cucina. Tutto era già pronto per la colazione. Dopo le frasi dolci e le organizzazioni di routine per la giornata, Sara fece una domanda ad Andrea.

-Comunque ieri potevi togliere la scimmietta dalla culla di Giulio. Era accesa, stamattina per poco non ripeteva il suono dei miei passi. Ho dovuto spegnerla io

-Ma che dici? Ieri l’ho tolta dalla culla e l’ho messa insieme agli altri giocattoli

-Impossibile, stamattina era con Giulio. Pensi che a due anni nostro figlio sia stato capace di scavalcare, prendere la scimmia e ritornare a letto?

-Strano, forse ricordo male ma ero convinto che l’avessi fatto io

-Forse stai lavorando troppo. Lo dico sempre io che quel lavoro ti stressa

Diede un bacio in fronte ad Andrea che ancora non riusciva a capacitarsi di quel ricordo della sera prima. Probabilmente era davvero troppo stanco ed aveva ragione lei. Finì di prepararsi, salutò Sara e Giulio ed andò al lavoro. L’organizzazione di tutti i giorni era quella, Andrea al lavoro, Sara che accompagna il piccolo dai suoi genitori per poi andare anche lei a lavorare, poi tutti insieme di nuovo la sera.

Quella sera Andrea fece più tardi in ufficio per le solite scadenze di fine mese. Quando rientrò a casa sentì le urla di Giulio già dalle scale. Aprì la porta e vide Sara che teneva in braccio il piccolo che si disperava.

-Buonasera. Che succede qui?

-Succede che questo birbante non vuole proprio staccarsi dalla sua scimmietta. Già stamattina ho dovuto portarla con noi dai nonni, e stasera mi hanno detto che è stato tutta la giornata a parlare con lei. Ora vorrei cambiargli il pannolino ma non vuole separarsene

Andrea si avvicinò a suo figlio parlando dolcemente.

-Piccolo ma che mi fai sentire? Dai, mamma deve solo cambiarti e poi potrei giocare con il tuo amichetto. Le vogliamo dare un nome

-Si chiama Kofi

-Che bel nome! Mi piace, lo hai scelto adesso?

-No, si chiama così

-Ok, ok, allora diciamo a Kifi che dobbiamo fare un servizio importante e poi giochiamo con lui

Si avvicinò al giocattolo parlando a voce più alta.

-Kofi noi ora andiamo a cambiare il pannolino, poi veniamo da te, ok?

“poi veniamo da te, ok?”

-Visto? Ha capito, ora però andiamo

Andrea riuscì a convincere Giulio a cambiare il pannolino ma subito dopo il piccolo corse dal suo giocattolo per continuare a giocare.

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai Kofi?

“Come stai Kofi”

-Ti voglio tanto bene

“Ti voglio tanto bene”

Tutta la serata proseguì con il dialogo tra i due nuovi amici. Sara e Andrea riuscirono a malapena ad ascoltare il TG ma non dissero nulla. Erano divertiti a vedere il loro piccolo dialogare con quel giocattolo. L’indomani si ripeté la scena del mattino prima a colazione. Sara ammonì di nuovo Andrea di non aver tolto Kofi (ormai anche loro lo chiamavano per nome) dalla culla di Giulio, ma stavolta Andrea si scusò di non averlo fatto.

Per i tre giorni seguenti il piccolo mostrava sempre più attaccamento verso quel giocattolo. Era irascibile e nervoso e solo quando giocava con lui diventava tranquillo. Per quel motivo una sera Sara chiamò in disparte Andrea per parlargli.

-Amore dobbiamo prendere un provvedimento prima che la situazione ci sfugga di mano

-Che intendi Sara?

-Guarda qui, lo sai cosa è successo?

Sara mostrò un delle piccole ferite sulla mano

-Sembrano graffi, come te li sei fatti?

-Sono i segni di un morso, Andrea. Me li ha fatti Giulio quando gli ho tolto di mano la scimmia. Mi ha morso, capisci? Non lo aveva mai fatto

-Calmati amore. Anche altri miei colleghi mi hanno raccontato di quando i loro figli si sono attaccati troppo a dei giocattoli. Magari è solo in questo periodo, poi ne avrà un altro e si dimenticherà di Kofi

Andrea riuscì a convincere la moglie ma a patto che il piccolo dormisse senza la sua scimmietta, che sarebbe stata spostata nel baule dei giochi durante la notte. Quella sera non fu facile addormentare Giulio ma dopo un po’ di tempo la stanchezza diede una mano a farlo dormire.

Il giorno dopo Andrea rincasò dal lavoro più tranquillo. Suo figlio non piangeva e non stava giocando con la scimmietta. Guardò con sguardo interrogativo Sara che rispose alzando le spalle. Il pericolo era rientrato, forse lei era stata troppo frettolosa nel dare una conclusione catastrofica. Andrea le si avvicinò.

-Non ci ha giocato proprio?

-Un po’ dai nonni sì, mia madre mi ha detto che ci ha giocato ma poi ha fatto anche altro

Mentre i due parlavano Andrea fu attratto da una canzone. Era Giulio che stava cantando con quella sua vocina dolce da bimbo. Era un motivetto strano ma melodioso. Non gli ricordava nessuna canzone che conoscesse, anche le parole non sembravano in italiano ma, si sa, i bambini ripetono tutto quello che ascoltano. Si avvicinò al piccolo per parlargli.

-Cucciolo che cosa canti?

-E’ la canzone di Kofi, ti piace?

-Ah, Kofi canta anche? Non ripete soltanto?

-No, canta

E riprese a cantare quel motivetto. Dopo cena Andrea domandò a sua moglie dove fosse il giocattolo, pensava alla risposta che gli aveva dato il figlio e voleva ricontrollare le funzionalità. Non ricordava che potesse cantare. Rimase in cucina ispezionando l’oggetto ma senza risultato. Quella scimmietta poteva solo ripetere e muovere le gambette, punto. Forse il bambino stava solo lavorando di fantasia. Ripose il giocattolo nella cesta e raggiunse la moglie a letto.

Mentre dormiva fu svegliato di colpo da Sara. Gli tirava il braccio mentre sussurrava il suo nome.

-Che c’è amore? Stavo dormendo

-Amore svegliati, guarda

Andrea aprì gli occhi, quando questi si abituarono al buio vide una piccola ombra accanto alla porta della stanza. Dopo aver messo a fuoco riconobbe i tratti di Kofi. Era rivolto verso di loro e per la prima volta vide nel suo tenero sorriso qualcosa di malato.

-Che ci fa lì? Io l’ho posato nella cesta

-Ah sì? Quindi è venuto qui da solo? Sei solo un’idiota! Mi hai fatto prendere un colpo. Tu e i tuoi stupidi scherzi del cavolo

-Amore, ma non sono stato io

-Certo, come no?

Sara si girò dall’altro lato e non rivolse la parola ad Andrea fino al mattino successivo. A colazione era fredda, era ancora arrabbiata con lui e non riusciva a dare una spiegazione diversa se non che il marito avesse voluto spaventarla con uno stupido scherzo. Andrea evitò di insistere sulla sua innocenza, tra l’altro la versione di Sara era la più plausibile e lui non era riuscito a dare una spiegazione diversa all’accaduto.

Il comportamento scontroso di Sara però durò solo quella giornata. Quando Andrea tornò da lavoro lo accolse con un abbraccio forte e con parole di scusa. Andrea non riusciva a capire cosa stesse succedendo, la moglie piangeva e non riusciva a parlare. Giulio era con loro nel salone, ma stava giocando con il suo giocattolo e sembrava che non badasse alla presenza degli altri. Il suo dialogo con Kofi intervallava quello dei suoi genitori.

-Sara calmati, spiegami che succede?

-Amore devi portare quel giocattolo al negozio. O magari buttarlo, bruciarlo. Ti prego

Continuava a piangere mentre il piccolo dialogava con Kofi senza fermarsi

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai?”

“Come stai?”

-Amore stai tranquilla. Siediti e spiegami tutto

-No che non sto tranquilla

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai?”

“Come stai?”

-Dimmi cosa è successo? Riguarda Giulio?

-Certo che riguarda Giulio. Oggi da mia madre all’improvviso ha preso un coltello dal tavolo e l’ha usato contro di lei!

-Calmati amore. Tutti i bimbi prendono gli oggetti per casa ed imitano i grandi. Magari tua madre ha lasciato il coltello in bella vista

-Non mi interrompere. Con il coltello le ha ferito un polpaccio, capisci? Mia madre glielo ha tolto di mano ed ha cercato di parlargli e lui sai cosa le ha detto? Che è stato Kofi ad ordinarglielo!

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai?”

“Come stai?”

-Amore ti prego, calmati. Ci deve essere una spiegazione

-A me non interessano le spiegazioni! Devi assolutamente buttare quel giocattolo. Sta avendo una cattiva influenza sul piccolo

Sara piangeva a dirotto e si lanciò nelle braccia di Andrea.

-Tesoro, se pensi che possa essere questa la soluzione allora domani riporterò indietro il giocattolo. Magari ne prenderemo un altro, però adesso tranquillizzati e siediti. Ti prendo un po’ d’acqua

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai?”

“Bene”

Andrea e Sara si guardarono negli occhi mentre il loro sangue si raggelò nelle vene. Anche se stavano dialogando animatamente furono attratti dalle parole che avevano sentito alle loro spalle. Il giocattolo non aveva ripetuto la frase detta da Giulio, quella che sentirono era sicuramente la voce del piccolo storpiata dal meccanismo elettronico, ma non era possibile che avesse risposto alla domanda. Quei secondi che passarono sembravano ore, Gli sguardi attoniti dei coniugi rimasero incollati gli uni agli altri mentre sentivano bambino ridere. Fu Sara ad interrompere quel silenzio quasi fastidioso.

-Amore ho paura

Andrea si fece coraggio e corse in direzione di suo figlio. Gli strappò di mano la scimmietta e uscì dalla porta di casa. Dalle scale sentiva le grida di pianto di Giulio e la moglie che cercava di calmarlo. Uscì fuori dal palazzo senza sapere cosa fare. Correva, correva veloce senza una meta. A quell’ora il negozio era sicuramente chiuso quindi era impensabile andare fin lì per riportarlo all’anziano signore, aspettare il giorno successivo era una follia. Andò verso l’auto parcheggiata lì vicino, gettò il pupazzo sul sedile passeggero e mise in moto. Dei tuoni in lontananza preannunciavano un temporale, in pochi minuti una bomba d’acqua si riversò sulla città. Andrea riusciva a malapena a vedere la strada, i tergicristalli non riuscivano a spazzare tutta l’acqua sul parabrezza. Mentre guidava continuava a gettare sguardi verso il sedile di fianco, verso quell’oggetto inanimato che gli incuteva tanto timore. All’improvviso questo emise una musica strana. Riconobbe subito il motivetto che qualche giorno prima suo figlio cantava a casa. Provò a tapparsi un orecchio mentre guidava, ma sentiva indistintamente quella musica. Era come se venisse da dentro, dal suo cervello. Sentiva dei tamburi echeggiare, un coro di voci maschili intonare un motivo ripetitivo.

E poi quella voce. Una voce squillante che gli parlava.

“So che mi senti Andrea”

Chi era? Uno spirito intrappolato in quell’oggetto? Un gioco maledetto?

“Uccidili. Uccidili tutti”

-No! Lasciami stare

“So che anche tu lo vuoi. Ascoltami ed uccidili tutti”

-Ti ho detto di lasciarmi stare!

Con chi stava parlando? Era forse impazzito? La pioggia continuava a inondare le strade e Andrea ormai non sapeva più dove si trovasse. Girava a vuoto mentre quella voce nella sua testa lo distraeva. Si accorse solo troppo tardi che davanti a lui c’era un parapetto. Frenò bruscamente, le ruote si bloccarono ma continuarono a scivolare sull’asfalto bagnato. Si sentì un rumore assordante. La macchina sfondò il muretto basso di Corso Vittorio Emanuele e fece un salto per poi piombare in Via Crispi in un impatto che sveglio tutto il vicinato. La macchina si accartocciò su sé stessa, dall’esterno era impossibile riconoscere il modello. I vigili del fuoco e i soccorsi arrivarono solo più tardi, quando per Andrea non c’era più nulla da fare. Riuscirono a tirare fuori dall’auto la sua carcassa con numerose ossa rotte. La moglie Sara fu informata dalle forze dell’ordine la notte stessa. Era a letto senza riuscire a prendere sonno. Per fortuna era riuscita a calmare Giulio che dormiva serenamente nel lettone vicino a lei.

Quando il giorno dopo fu chiamata per riconoscere il cadavere di Andrea ebbe il coraggio di chiedere agli agenti che erano presenti sul luogo se avessero trovato nell’abitacolo dell’auto un giocattolo. Gli agenti si guardarono straniti, era una richiesta insolita da parte di una giovane vedova prematura. Le risposero che non avevano trovato niente nell’auto. Nessun bambolotto delle fattezze di scimmia fu mai ritrovato nel luogo dell’incidente.

19 Febbraio 2000

Mi presento, mi chiamo Alessandro. Non è importante sapere il mio cognome, per chi fa il mio lavoro è meglio non dare troppi dettagli. Che lavoro faccio? Sono uno scassinatore a tempo pieno. Avete capito bene. Sono specializzato nell’aprire cose. Lucchetti, porte, auto, casseforti. Ho un curriculum di tutto rispetto, faccio questo lavoro da quando ero piccolo.

Lo ricordo ancora, la prima volta avevo otto anni. Mia madre aveva accidentalmente chiuso la porta di casa mentre lei era fuori ed aveva lasciato all’interno le chiavi. In quel caso c’erano due opzioni. La prima era chiamare i vigili del fuoco, magari anche la polizia, avrebbero scassinato tutto e avremmo dovuto ricomprare la serratura e buttare le chiavi. La seconda opzione era chiamare un amico di famiglia che avrebbe fatto tutto senza conseguenze. Non è difficile capire quale delle due si decise di attuare. Quando vidi Vincenzino detto “mani di fata” rimasi abbagliato. Sembrava un eroe arrivato a salvare gli innocenti, come nei film in TV.  Durò tutto pochi minuti, con le sue mani magiche armeggiò un piccolo pezzo di ferro e poco dopo la porta era aperta e tutti erano felici. Io non ci potevo credere, avevo la bocca aperta dallo stupore. Si rivolse a me, chiedendomi se volessi rivedere quel trucco. Lo rifece con la stessa precisione, poi mi prese le mani nelle sue e mi fece ripetere i gesti. Ricordo ancora le sue parole.

“Piccirì, queste però sono cose da grandi. Comportano dei rischi, ma se vuoi quando sarai cresciuto puoi venire da me”

Non aspettai che una settimana, mi feci trovare fuori casa sua ogni giorno per quattro giorni, poi si convinse. Da quel giorno divenni il suo aiutante fino all’ultimo dei suoi giorni. Da lui ho imparato tutto e, non per vantarmi, penso di essere il più bravo da queste parti. Non voglio annoiarvi sui dettagli della mia vita. Non sono qui a vantarmi dei miei colpi, altrimenti potrei scrivere un intero libro. Ho fatto piangere imprenditori, calciatori famosi, avvocati, tutte le categorie di ricchi. Quasi tutto su commissione, non mi piace scegliere le mie vittime. Penso anche di avere una sorta di etica, se così si può chiamare. Quando devo fare un colpo mi informo prima, se secondo me vale la pena e la vittima è un uomo molto ricco allora accetto, se invece si tratta di una persona già povera allora rifiuto senza problemi. Per questo motivo ho deciso di accettare quel caso nel Febbraio del 2000. Il mio ultimo colpo.

Sono qui a raccontarlo per un motivo. Non per vanto, non per confessione personale per espiare i peccati di una vita precedente, ma per mettere in guardia chiunque stia leggendo. Leggete bene e non distraetevi per nessun motivo.

Tutto era cominciato un sabato mattina. Mi trovavo fuori ad un bar su Piazza San Vitale a bere un caffè. Non giudicatemi, non mi stavo propriamente riposando. Quelli che mi conoscono sanno che il bar in questione è uno dei miei, per così dire, uffici. Ce ne sono tanti di posti come quello in città. Chi vuole parlare con me mi deve cercare in uno di quei bar, si siede al tavolino e mi espone la richiesta. Quel sabato fecero così anche due signori distinti. Si avvicinarono al tavolino e chiesero del sottoscritto, li feci sedere e loro cominciarono a parlare a bassa voce. Mentre parlavano continuavano a guardarsi intorno sospettosi. Gli ripetevo che quel posto era tranquillo e che dovevano fidarsi.

Il bersaglio sulla carta era dei più semplici, il colpo che chiunque vorrebbe fare. Si trattava di una casa abbandonata da anni in Via Bagnoli, bisogna semplicemente entrare, aprire una cassaforte e prendere il contenuto. Nulla di più facile per uno del mio calibro, quasi un’offesa. Presi i loro contatti e rimanemmo d’accordo che li avrei contattati appena avrei controllato e deciso.

Non fu difficile trovare le informazioni che cercavo, avevo dei contatti in zona che mi dovevano dei favori. La villa era veramente antica, appartenuta ad una famiglia nobiliare del ‘700 ma disabitata dagli anni Settanta. L’ultimo abitante della casa era un vecchio Barone morto di vecchiaia in solitudine. Un punto a favore del sì, il furto non avrebbe impoverito nessuno e poi se c’era qualcosa di valore in quella casa meglio ripulirla subito prima che qualche drogato lo avrebbe fatto al posto mio. Per qualche giorno feci dei sopralluoghi veloci allo stabile. Sembrava davvero vecchio, di sicuro non c’erano sistemi antifurto. Probabilmente le serrature erano ancora quelle vecchio stampo, in pratica quelle che lavoravo da piccolo con il mio maestro.

Usai una cabina telefonica in strada per mettermi in contatto con i due tizi. Gli diedi appuntamento per un incontro di persona in modo da definire i dettagli. Tutto il contenuto della cassaforte salone in cambio di due milioni di lire. Una cifra enorme, allettante quanto sospetta. Ma io sono uno che non sputa mai nel piatto in cui mangia quindi accettai, il furto si sarebbe compiuto la notte seguente.

Il giorno dopo preparai tutto l’occorrente e aspettai le due di notte per recarmi in zona. Un tratto in macchina un altro a piedi come sempre. Scavalcai il cancello rapidamente, approfittando del tempo morto tra il passaggio di due auto. Camminai abbassato in modo che il piccolo muretto nascondesse la mia presenza. Mi spostai di lato per visionare tutte le finestre della villa quando vidi che dietro una di queste al piano di sopra si vedeva un’ombra. Era proprio l’ombra di una persona dritta davanti alla finestra, con la tenda chiusa da un solo lato. La mia prima reazione fu di rabbia. Pensai subito che i due signori volessero incastrarmi, prepararmi un colpo in apparenza facile per prendermi sul fatto. O magari, peggio ancora, la casa non era affatto disabitata ma qualcuno poteva farmi secco. In entrambi i casi rischiavo grosso. Però, piuttosto che tornarmene indietro e andare dai miei clienti decisi di attendere qualche minuto.

Stranamente quella figura non cambiava posizione. I minuti passavano e non ci fu nessun movimento quindi pensai di essermi sbagliato. Magari era un vecchio mobile o un oggetto che era stato spostato vicino alla finestra e da quella posizione pensavo fosse un uomo. L’idea mi diede coraggio quindi passai a perlustrare il retro della villa in cerca di un ingresso secondario. Fu facile trovarlo, si trattava di una vecchia porta di legno con una serratura comune. Presi l’occorrente e iniziai a maneggiare gli strumenti giusti finché non sentii il mio rumore preferito. Il “tic” della serratura che scatta e che mi dà il benvenuto in casa. Spruzzai un po’ di lubrificante sui cardini in modo da non farla cigolare. La prudenza non è mai troppa.

Lasciai la porta aperta in modo da creare un po’ di luce in quel buio totale. Tutte le finestre erano chiuse con delle ante in legno e le pesanti tende scure non permettevano nemmeno ad un piccolo fascio di luce di entrare. Una volta che i miei occhi si abituarono al buio cercai un interruttore. Era giusto una prova perché immaginavo che nessuno pagasse le bollette da decenni. Cambiai la posizione dell’interruttore tre volte ma invano, non c’era corrente. Presi una torcia e perlustrai quella prima stanza.

Si trattava della cucina, con la torcia illuminai tutti gli angoli per fugare la presenza di topi o insetti. Sembrava abbastanza pulito ma c’era disordine. Su un tavolo da lavoro erano sparpagliati vari coltelli, qualche anta era aperta e si intravedevano dei barattoli di vetro, probabilmente conserve andate a male. Il forno era chiuso mentre a terra c’erano piccole macchie scure. Un sottile strato di polvere ricopriva tutti i mobili. Decisi di uscire da quella stanza per proseguire.

Mi ritrovai in quello che può definirsi un disimpegno. Sulla destra una porta chiusa, sulla sinistra una rampa di scale. Presi la maniglia e provai a girarla ma la porta non si mosse. Probabilmente era chiusa a chiave ed avrei dovuto forzarla. Mi balenò però in mente un pensiero. Le scale conducevano al piano di sopra ed avevo ancora in mente quell’ombra che vedevo da fuori. Volevo a tutti i costi controllare quella stanza ed essere sicuro che fosse vuota, tutto qui. Una sorta di paura irrazionale, vedete voi. Salii le scale che scricchiolavano sotto il mio peso. Cercai in tutti i modi di essere quanto più silenzioso possibile. Una volta sopra mi trovai davanti un piccolo corridoio che passava davanti a quattro stanze. Sono un tipo che sa orientarsi bene, quindi arrivai alla conclusione che era la stanza in fondo a destra quella della finestra che avevo visto prima.

Camminai nel corridoio quando fui attratto dalla prima stanza sulla sinistra. La porta era sbarrata da cinque assi di legno, sembrava che qualcuno volesse proteggere a tutti i costi il contenuto. Proseguii ed arrivai alla stanza sulla destra. Aprii lentamente la porta mentre la torcia illuminava l’interno. Era una camera da letto. Su un lato c’era un baldacchino rosso scuro, di fronte un armadio con tutte le ante aperte, era completamente vuoto. Guardai in direzione della finestra. Le tende erano chiuse del tutto e non c’era nessun oggetto accanto. Ero stranito, ero sicuro che quella fosse la stanza che vedevo dal basso e quella doveva essere la finestra. Possibile che mi fossi sbagliato? Dovevo controllare le altre stanze, tanto di tempo ne avevo parecchio. Uscii dalla camera da letto sentii un rumore alle mie spalle, come un cigolio. Mi voltai e vidi che una delle ante dell’armadio era chiusa. Forse qualche spiffero di vento, nulla di preoccupante.

Entrai in un’altra stanza adiacente, una sorta di camera di lettura. Tre pareti su quattro erano coperte da una grande libreria in legno che traboccava di libri. Per curiosità illuminai qualche titolo, niente che avessi mai sentito prima d’ora. Per lo più erano libri non in italiano, in latino forse, ma non so dire con certezza perché non ho mai studiato il latino. Erano tutte edizioni vecchie, con rilegatura in pelle. Forse dovevo ritornare in quella casa e provare a prendere qualcuno di quei libri, sembravano valere tanto. Al centro della stanza c’era una poltrona, a terra un libro ancora aperto. Mi avvicinai quindi alla finestra per ispezionarla ma questa era addirittura sbarrata da assi di legno. In quell’istante sentii un fruscio, mi girai di scatto e vidi che le pagine del libro si stavano muovendo. All’inizio sembravano muoversi per opera di un colpo di vento, poi mi resi conto che sembrava proprio che una forza invisibile stesse sfogliando pagina per pagina finché non si fermò. Mi avvicinai stranito ed illuminai il libro. Era aperto su una pagina che mostrava sulla sinistra un’illustrazione e sulla destra una sorta di poesia. Guardai incuriosito l’immagine, era spaventosa. Ritraeva un uomo che urlava, a terra c’era disegnato un cerchio ed una stella, mentre alle spalle dell’uomo era raffigurata l’immagine di un demone.

Rabbrividito uscii dalla stanza, volevo solo scendere e completare il colpo. Nel corridoio però apparve qualcosa di ancora più strano. Sentii uno strano rumore dalla stanza sbarrata. Con l’aiuto del silenzio intorno avvicinai l’orecchio alla porta. Quello che sentivo sembrava un leggero pianto femminile. Non riuscivo a dare una spiegazione, forse la suggestione mi stava giocando un brutto scherzo. Come poteva essere che una donna stesse piangendo in una stanza chiusa da chissà quanto tempo. Cercavo di dare una spiegazione quando il pianto diventava sempre più incalzante fino a che sentii delle richieste di aiuto. E’ difficile descrivere quello che provai, da un lato io ero solo un ladro che doveva prelevare un bottino e scappare, dall’altro ero un uomo che non può ignorare una richiesta di aiuto tra l’altro di una donna.

Decisi di aprire la porta. Con l’aiuto di un piede di porco tolsi le assi e spalancai la porta. Quando illuminai il contenuto con la torcia ebbi la pelle d’oca. Quella doveva essere una stanza delle torture, sui muri erano appesi vari strumenti del dolore, fruste, tenaglie, catene. C’era un tavolo di legno con larghe macchie scure, probabilmente sangue secco, ed una sedia con delle fibbie per tenere ferme gambe e braccia. Nella stanza non c’era nessuno. Mi girai intorno per cercare meglio ma in quella stanza spoglia e senza finestre ero l’unico essere umano presente.

Lasciai quella stanza inorridito, chissà quali macabri divertimenti allietavano il Barone nelle giornate noiose. Scesi al piano terra e presi ad aprire risoluto la porta sbarrata, probabilmente proprio il salone dove cercare la cassaforte. Cercai di aprire velocemente mentre in testa avevo ancora le gride di quella donna. Ora, a distanza di tempo, ho il dubbio che quelle voci non fossero solo nella mia testa.

Finalmente aprii la porta, cercai di fare più luce possibile per orientarmi. Il salone era grandissimo, un grande tavolo era posto al centro della stanza, circondato da otto sedie. Stranamente la tavola era apparecchiata, c’erano piatti, bicchieri e posate in ordine come per preannunciare l’inizio di una cena. Percorsi con lo sguardo le quattro pareti, inorridendo nel vedere i quadri che ritraevano pomposi personaggi blasonati. Secondo le indicazioni dietro uno di quelli doveva esserci la cassaforte. I miei due clienti mi avevano avvisato che era quello che ritraeva lo stesso Barone vestito da cacciatore insieme al suo cane, con un fucile in una mano ed un coltello nell’altra. Identificai il quadro, secondo i miei gusti davvero orrendo, e camminai nella sua direzione.

Ero a due passi dal dipinto quando all’improvviso mi bloccai. Non nel senso che state immaginando, le gambe non riuscivano più a muoversi. Rimasi ancora con il piede di porco in mano quando mi accorsi che i piedi stavano piantati a terra e sebbene mi sforzassi non riuscivo a camminare. Guardai a terra facendomi aiutare dalla luce della torcia e vidi qualcosa che ancora oggi fatico ad accettare. mi trovavo sulle assi del pavimento, ma proprio intorno a me era disegnato con una vernice rossa un cerchio e con all’interno una stella. Il disegno era identico a quello presente nell’illustrazione del libro. Credetemi se vi dico che quando lo realizzai provai in tutti i modi di staccare le gambe dal pavimento ma senza risultato.

Ora, voi immaginate un tipo come me, che non ha nemmeno mai creduto ai Santi, quando vide quello che sto per raccontarvi. Un vento improvviso arrivò nella stanza, ricordate che le finestre erano chiuse e l’unica porta ancora aperta era quella da cui sono entrato, in cucina. I quadri cominciarono a muoversi sulle pareti, come comandati da una strana forza. Il terremoto era un’ipotesi da scartare infatti io ero ancora immobile. Di colpo tutti i candelabri presenti in quella stanza si accesero. Tutte insieme le fiamme presero vita danzando aiutate da quello strano vento. La luce di quei fuochi illuminò la stanza che si mostrava ora sotto i miei occhi.

Le pareti erano coperte da una carta da parati di colore scuro su cui erano molto visibili delle macchie rosse. Era sangue, lo immaginavo. Sulle pareti c’erano trofei di caccia, teste di cervi, orsi, lupi. Su una delle pareti però non c’erano solo animali. Quelle in bella mostra erano delle teste umane, ancora con i volti distorti dalla paura. Erano uomini, donne, giovani, vecchi. Erano tanti e ricoprivano interamente una parete alta. Non riuscivo a cogliere l’ironia di mostrare un abominio del genere. Le fiamme delle candele si abbassavano e si alzavano quando all’improvviso i quadri smisero di muoversi. Le cornici intendo. I disegni interni invece iniziarono a muoversi.

C’era un quadro raffigurante una giovane ragazza in posa seria. Quell’espressione cambiò e la ragazza mostrò un sorriso diabolico. E si muoveva! Quella risata mi raggelò il sangue nelle vene. La risata fu interrotta da un lamento, mi di lato girai e vidi che il quadro che ritraeva un anziano signore. Era seduto su una sedia ma si alzò per mostrare i polsi e le caviglie legati da solide catene. Alzai lo sguardo istintivamente, sulla volta del soffitto c’era un disegno che prendeva tutta la superficie. Raffigurava da un lato una schiera di angeli e da un altro un’orda di demoni. Una sorta di giudizio universale ma con squadre miste, per intenderci.

Mi aspettavo il peggio, infatti all’improvviso vidi il volto degli angeli diventare impaurito, sentivo le loro parole incomprensibili ma che esprimevano terrore. Dall’altro lato i demoni presero vita e si diressero nella direzione opposta. In pochi secondi vidi una scena che definire raccapricciante è poco. Gli angeli cercavano di scappare in quello scenario a due dimensioni mentre i demoni li rincorrevano e li divoravano. Dilaniavano le loro carni, strappavano le loro ali, litigavano per contendersi le stesse ossa. Dal soffitto cadevano gocce rosse, e ancora oggi non riesco a pensare che quelle fossero solo gocce di pittura.

Un Inferno. La parola perfetta per descrivere tutto quello che vedevo era “Inferno”. Le teste affisse al muro cominciarono a piangere. Guardavano proprio me e piangevano, forse erano in pena per quello che mi stava capitando. Ancora oggi mi capita di svegliarmi di notte e non prendere più sonno. Nelle orecchie ancora sento quei lamenti, quelle risate immonde, quelle urla di dolore. In tutto quel frastuono avevo dimenticato il Barone.

Già, il proprietario della villa era ancora nel quadro di fronte a me ma io stavo guardando altrove. Quando diressi lo sguardo verso il suo dipinto lo vidi lasciare il guinzaglio del cane. L’animale scrollò la testa e dal collo ne emersero altre due. Le bocche si aprirono mostrando denti aguzzi e bavosi. Il barone era ancora serio, stranamente il volto non era trasfigurato come quello degli altri quadri. Respirò profondamente poi iniziò a intonare una strana poesia in un’altra lingua. Appena iniziò ad intonare quelle parole intorno a me si formò una strana nebbia. Da terra saliva e si addensava formando delle figure strane finché non vidi dietro di me la forma distinta di un mostro, quello che avevo visto nel libro della biblioteca.

A quel punto dovevo prendere una decisione, provare il tutto per tutto ed uscire da quella follia oppure urlare come il tizio nel disegno e soccombere a quella bestia. Decisi per la prima anche se non sapevo come. Cercai ancora invano di muovere le gambe ma nulla. Provai perfino a togliermi le scarpe ma era impossibile. In mano avevo ancora il piede di porco, decisi che avrei usato quello. Guardai a terra, forse il disegno poteva essere la chiave. Con l’aiuto dell’arnese provai a scheggiare le assi di legno in corrispondenza del cerchio, i pezzi colorati andavano via. Capii di essere sulla strada giusta quando vidi che il barone dal quadro mi vide e prese a recitare il suo rituale più velocemente. Dovevo sbrigarmi. In poco tempo riuscì a staccare il cerchio creando uno spazio e il piede destro improvvisamente si staccò da terra. La forma di nebbia alle mie spalle si stava abbassando. Provai a fare lo stesso con la stella fino rompere totalmente l’asse di legno su cui era disegnata. L’altra gamba si mosse e caddi a terra, le mani andarono a finire una pozza di liquido rosso formatasi dalle gocce che scendevano ancora dal soffitto.

Pensavo di essere finalmente al sicuro, ma un lugubre silenzio piombò nella stanza. Mi girai verso il quadro e vidi che il Barone stava uscendo per venire verso di me. Avete capito bene, non era più in quelle due dimensioni ma il busto era già fuori dal dipinto. Senza pensare due volte mi alzai e scappai verso la cucina pensando che lì ci fosse la mia via di salvezza. Niente di più sbagliato.

Entrai in cucina e subito vidi che qualcosa non quadrava. I coltelli non erano più sul tavolo e i barattoli di vetro erano stati tolti dalla credenza, erano stati disposti in fila su un mobile. La luce della torcia li stava puntando e non potei fare a meno di guardarne il contenuto. In uno più grande c’erano degli occhi, in un altro dita umane, in un altro ancora quelle che sembravano delle lingue. Era un incubo da cui avrei voluto svegliarmi.

Ci pensò uno dei coltelli. Sì, perché all’improvviso sentì una fitta di dolore nel polpaccio sinistro. Emisi un urlo e vidi che dentro la mia gamba c’era uno dei coltelli che prima erano sul tavolo. Chi era stato? In quel momento non mi interessava, dovevo soltanto scappare. Vidi gli altri coltelli fendere l’aria per colpirmi, non so nemmeno io come riuscii ad evitarli. Corsi verso la porta da cui ero entrato ed uscii fuori, chiudendola alle mie spalle. Corsi verso il cancello principale zoppicando ancora per la ferita e scavalcai il recinto. D’istinto uscendo alzai lo sguardo verso la finestra e vidi che non c’era più nessuna figura accanto al vetro. Corsi disperatamente verso l’auto, la misi in moto e partii senza una direzione precisa. Penso di essere stato un’ora a girare per Napoli senza meta. Tornai a casa e la prima cosa che feci fu richiamare il numero che mi era stato dato dai miei clienti. Inutile dirvi che quel numero risultava sconosciuto, da quella notte non ebbi più contatti con loro. Cercai in tutti i modi di scovarli ma non ci riuscii. Un dubbio da quella sera mia attanaglia. Che forse quei due erano gli organizzatori di quello strano rito? I discendenti o i mitomani del Barone che avevano organizzato tutto per un banchetto del loro eroe?

Ad oggi non ho ancora una risposta a quella domanda. Quello fu l’ultimo mio colpo, da allora non sono stato più in grado di entrare in una casa senza essere invitato. Ho cambiato città, ho cambiato vita ma gli incubi li ho ancora oggi.

Un consiglio per voi che state leggendo, conservatelo gelosamente fino alla morte. Non andate mai in quella casa, statene alla larga. Succedevano e succedono cose strane. E se un giorno si avvicinano verso di voi due signori distinti che vi propongono un lavoro facile in cambio di tanti soldi non accettate. Per amor di Dio non accettate mai.

12 Febbraio 2013

Pioveva quella notte. Pioveva da giorni e sembrava non smettere mai anche se Fabio continuava a ripetersi quella vecchia battuta di un famoso film. Non poteva piovere per sempre. Seduto sui gradini di un antico palazzo in Via Ferrante Imparato guardava davanti a sé fregandosene dei vestiti inzuppati. Era assorto nei suoi pensieri a dare un senso ai ricordi. Pioveva come in quella canzone che amava tanto, ancora di più da quando ne aveva scoperto il significato. Con i pensieri tornava indietro di qualche mese.

Fabio Scognamiglio, un ragazzo come tanti. Ventisette anni, di bella presenza ma fragile, molto fragile. Appassionato di film e musica. A scuola però mai tra i primi della classe, ma nemmeno tra gli ultimi. Uno come tanti, uno dei tanti. Era così che si sentiva per tutta la vita, forse anche a causa dei genitori che non gli avevano mai dato coraggio. Forse sarebbe bastato un semplice “ce la farai”, o magari un “devi solo trovare quello che ti piace, quello in cui sei bravo”, o ancora “crediamo in te, non sentirti a terra”. Niente di tutto questo, solo degli sguardi di delusione nemmeno troppo accentuati. Come dare torto ai genitori però, loro non erano della sua generazione. Anche loro da piccoli hanno subito lo stesso trattamento e per questo non hanno mai migliorato la loro situazione economica.

Forse per questi motivi, ma ancor di più per il suo carattere fragile, Fabio decise di abbandonare gli studi dopo le superiori. Il giorno stesso dell’esame orale decise che non sarebbe andato avanti e per di più di non sfruttare nemmeno il suo diploma di perito. Voleva una vita a misura sua, poche piccole soddisfazioni e il giusto per andare avanti. Aveva uno zio che lavorava in una grossa ditta di Import-Export nella Zona Industriale, chiese a lui una mano. Lo zio non se la sentì di voltargli le spalle. Non provò nemmeno a convincerlo a rivedere le sue scelte, magari per il bene dei suoi genitori. In cuor suo anche lui sapeva che ogni scelta sarebbe stata la stessa per quei due poveri apatici. Lo presentò al suo titolare, la prima impressione non fu la migliore, come dargli torto. Un ragazzo smilzo, senza un briciolo di sicurezza, sarebbe stata la scelta migliore? Forse per pietà, forse per dargli po’ di coraggio decise infine di farlo lavorare.

Fabio cominciò il suo primo lavoro, dal basso. Cominciò come addetto alle pulizie dei magazzini, un piccolo lavoro senza troppe responsabilità in modo da non pressarlo troppo. A lui non dispiaceva, aveva guadagnato un briciolo di indipendenza, e poi stare impegnato e dare una mano tutto il giorno era quello che voleva. I primi mesi passarono senza stravolgimenti, il lavoro non lo affaticava troppo e riuscì a stringere qualche amicizia con gli altri dipendenti. Quelli bravi ed educati, si intende. C’era sempre qualcuno che fregandosene del suo carattere sensibile lo prendeva di mira, ma erano pochi e riusciva a gestirli. Quando il suo datore di lavoro gli promise un cambio di mansione, dalle pulizie alla catena di montaggio, Fabio decise di dare un’altra piccola svolta alla sua vita. Sarebbe andato a vivere da solo.

Doveva cominciare la mattina presto e con i turni non avrebbe avuto sempre lo zio che lo accompagnava la mattina. Con l’aiuto del suo capo trovò in affitto un piccolo appartamento proprio sulla strada della fabbrica dove lavorava. Avrebbe dovuto percorrere solo qualche centinaia di metri a piedi, era l’ideale per non pesare più sulle spalle della sua famiglia. L’appartamento era piccolo, solo tre stanze ma per lui era più che sufficiente. Lo stabile era di vecchia costruzione e non aveva idea di chi fossero gli altri inquilini, ma quello per lui non era un problema. Il suo piccolo mondo era delimitato dalle mura del suo appartamento e lì si sarebbe finalmente sentito a casa. Il giorno del trasloco salutò i suoi genitori alla solita maniera, come se stesse uscendo per rientrare la sera. Forse riuscivano a trattenere bene le emozioni, in quello erano maestri. Arrivò nella sua nuova casa, la sua nuova vita.

I giorni seguenti cominciò anche il nuovo lavoro in fabbrica. Gli orari erano diversi e stressanti, ma per Fabio ne valeva la pena. Arrivava alla ditta a piedi da casa, il tragitto durava pochi minuti. Fin dal primo giorno però si sorprese di un particolare che non aveva mai notato nei mesi precedenti quando arrivava al lavoro accompagnato dallo zio. Quella strada era sempre piena di prostitute, ad ogni ora del giorno. Non solo di notte, celate da un’oscurità che riusciva a malapena a nascondere il pudore, ma anche in pieno giorno. Non credeva possibile che fosse così, possibile che quella strada era una vetrina a cielo aperto? Forse dai finestrini dell’auto non le vedeva o forse era distratto. Magari negli orari del precedente impiego non c’erano o erano già all’opera. Ingenuamente ne parlò in mensa con qualche suo collega.

-Ciao Giovanni. Sai, da quando abito qui vicino ho notato una cosa. Lo sapevi che qui vicino è pieno di prostitute? A tutte le ore del giorno

-Certo Fabio, non lo sapevi? Ma stai domandando giusto per sapere o ti stai informando per gli orari? Dovresti chiedere ad Antonio, forse ti può far avere anche uno sconto, dovrebbe conoscerle tutte ormai

E giù tutti a ridere. Fabio non rideva, non sapeva se quella era una battuta oppure era davvero l’unico a non rendersi conto di quel mondo intorno a lui. Evitò di chiedere ancora, sapeva che se qualcuno gli avesse rivelato di essere un cliente di quel servizio ci sarebbe rimasto male. Preferiva rimanere nel dubbio, anche se aveva capito come mai qualcuno non rientrava subito a casa dopo essere uscito dalla ditta.

I giorni seguenti percorse il tragitto casa-lavoro e lavoro-casa sempre a testa bassa, badando a non incrociare mai lo sguardo con quelle donne. Anche se non le guardava attentamente aveva notato che avevano tutte la pelle scura. Quando passava sentiva le loro voci che lo invitavano a fermarsi.

“Ciao bel ragazzo”

“Tutto solo? Vuoi compagnia?”

“Vieni qui con me”

Si sentiva come Ulisse che passava in mezzo alle sirene, con la differenza che lui non aveva bisogno di essere legato per lasciarsi andare alle loro tentazioni. Non aveva paura di loro, né tanto meno ribrezzo. Sapeva bene che tante di loro se non tutte non erano lì per scelta. Stavano solo recitando la parte delle donne fatali quando in realtà avevano una catena al collo che le legava ai veri carnefici. Non le biasimava, ma voleva che restassero fuori dal suo mondo, da quel piccolo universo che stava costruendo ogni giorno. Arrivava perfino in ditta con la testa abbassata e qualcuno ne aveva scoperto il motivo

-Fabio dove corri? Le amiche tue ti stanno seguendo? Si vede che si sono proprio innamorate di te!

Altre risate, lui faceva finta di non sentirle ormai. Per fortuna c’era sempre qualcuno che lo tirava su di morale come Armando, un ragazzo più grande di lui. Era sposato ed aveva un figlio, aveva preso a cuore Fabio per la sua fragilità e provava sempre a dirgli le parole giuste per ogni occasione.

-Non ascoltarlo Fabio, è un cretino. Vieni qui che ci prendiamo un caffè e cominciamo il turno

Fabio sapeva il vero motivo di quel suo comportamento così schivo, era facile intuirlo. Era vergine. Nessuna fidanzatina da piccolo, nessuna ragazza alle superiori che gli si era avvicinata. Non usciva spesso, quindi non c’era alcuna possibilità che nell’immediato qualcuno lo potesse baciare, che lo potesse amare. Quella mattina mentre prendeva il caffè con Armando si mise a sfogliare il giornale. Passava da una pagina all’altra di cronaca svogliatamente quando un titolo attirò la sua attenzione, “Il killer delle prostitute ha colpito ancora”. Si mise a leggere attentamente l’articolo. Il cronista descriveva attentamente il macabro rituale di un serial killer che girava indisturbato per Napoli: la donna era stata uccisa poi successivamente le era stato asportato il cuore e le mani. Era già la sua settima vittima, ma finora non era stata data alcuna notizia, il motivo era facile intuirlo. Le prostitute sono vittime senza nome e senza nessuno che andrà a piangere la loro morte. Nei secoli quella categoria era stata da cavia a numerosi serial killer, senza che nessuno abbia mai dato un volto alle vittime. Quell’articolo non era da meno, non c’era nemmeno una piccola foto che ritraesse il volto della povera donna uccisa.

Dopo aver letto quell’articolo Fabio si sentì una persona diversa. Sembrava che quell’omicidio avesse dato una dimensione reale a quelle donne che ogni giorno incontrava sul suo tragitto. Erano vittime, questo lo sapeva già, ma potevano addirittura morire ed essere rimpiazzate come se nulla fosse. Non sarebbe più riuscito a vederle come prima, ora si rendeva conto che anche la sua piccola vita senza significato poteva essere migliore della loro.

Quel giorno lavorò in maniera distratta tutto il turno, la testa era altrove. Appena uscì dalla fabbrica camminò verso casa più lentamente, con lo sguardo alto. Incrociava le prostitute per strada e rispondeva con un sorriso di diniego alle loro richieste, come a dire “non fa per me, ma non vi giudico”. E loro sembravano contente, sorridevano di risposta. Per qualche altro giorno si ripeté la scena, finché anche loro non lo riconoscevano e lo salutavano. Fabio si rese conto che ora anche loro facevano parte della sua vita e le rispettava.

Fu in una giornata di Dicembre che Fabio nel tragitto vide una ragazza che non aveva mai visto prima di allora. Sembrava giovanissima, era in piedi con lo sguardo spaventato e tremava vistosamente dal freddo. Come tutte le altre aveva la pelle scura e il modo in cui era vestita non aiutava a prendere calore in una giornata così fredda. Fabio si avvicinò e le rivolse la parola.

-Stai bene? Hai freddo?

La ragazza non rispose, si guardava intorno impaurita. Forse non aveva compreso quello che le aveva detto o forse era spaventata da lui. Fabio prese una scelta, tornò di corsa a casa e tolse la coperta dal letto, poi scese e la portò alla ragazza. Lei lo guardò ancora impaurita ma il freddo era tanto e infine prese la coperta per avvolgersi dentro. Dopo qualche secondo arrivò un’altra ragazza che si rivolse al ragazzo.

-Tu brava persona, galantuomo

Fabio realizzò che se quello non era l’unico complimento ricevuto nella sua vita, era uno dei pochissimi.

-Lei nuova. Da oggi qui

Che bella accoglienza, pensò Fabio. Arrivata il giorno stesso e messa sulla strada a prendere freddo. Lei continuava a tremare, tra le braccia della compagna sembrava essere meno spaventata.

-Hai fame? Chiedile se ha bisogno di mangiare, forse non mi capisce

-Non ti capisce, non capisce ancora l’italiano. Ma è muta, non può rispondere

Era muta. Provava davvero tenerezza verso quella povera ragazza. Ritornò a casa e prese del cibo confezionato. Glielo portò, la ragazza lo prese con piacere. All’improvviso l’altra si fece seria e spaventata corse per la strada lasciando i ragazzi soli. Una macchina silenziosamente si avvicinò. I finestrini si abbassarono e dal lato passeggero si intravide un volto losco.

-Guagliò che ci fai ccà?

-La prego, mi aiuti. Questa ragazza ha freddo e fame. Non sta bene. Trema

-Con chi pensi di parlare, con il buon samaritano?

L’uomo scese dalla macchina e si avvicinò a Fabio dandogli uno spintone che lo fece ruzzolare a terra.

-Lei deve lavorare e tu devi farti gli affari tuoi. Capito?

Con un gesto plateale si portò la mano destra dietro la schiena. Non c’era bisogno di spiegazioni, stava per prendere una pistola. Fabio si alzò e prese a correre disperatamente verso casa. Arrivò nel suo appartamento e chiuse la porta con due mandate di chiavi. Era spaventato, andò in bagno ed iniziò a vomitare. Mai prima di allora la sua vita aveva avuto un avvenimento così fuori dal normale. Quella notte non riuscì a prendere sonno, aveva paura per quella povera ragazza ma sapeva di non poter fare nulla per lei.

Il mattino dopo andò a lavoro sul tardi, salutò Armando e si diresse al caffè per sfogliare il giornale. Girava le pagine in maniera ossessiva alla ricerca di qualche notizia riguardo quanto era accaduto la notte prima. Niente, per fortuna. Continuò il suo turno silenziosamente attendendo con ansia la fine. Finalmente uscì dalla ditta, fece il solito percorso ma stavolta domandando alle donne per strada se l’ultima arrivata era ancora lì. La vide nello stesso punto della notte precedente. Sempre gli stessi vestiti, sempre gli stessi brividi di freddo, un solo dettaglio in più. Un livido sulla guancia sinistra. Il sangue di Fabio ribolliva, sapeva di chi era la colpa ma ancora una volta si sentì impotente. Cercò di avvicinarsi per tranquillizzarla ma lei fece un passo indietro impaurita. D’impulso Fabio si guardò alle spalle, ma capì subito che non stava arrivando nessuno, la ragazza aveva paura di lui. Tornò a casa a prendere altre merende confezionate ma quando gliele portò lei rifiutò. La notte prima le avevano fatto capire che non doveva accettare nulla da quel ragazzo, il suo compito era solo lavorare e portare loro i soldi. Fabio si frugò nelle tasche, prese il portafogli ed estrasse qualche banconota.

-Tieni, prendili. Sono questi che vogliono? Prendili così stasera non dovrai lavorare

La ragazza non parlava, aveva uno sguardo interrogativo e non riusciva a spiegare cosa stesse facendo quel ragazzo. Si avvicinò l’altra ragazza e le parlò nell’orecchio in una lingua sconosciuta a Fabio. Sembrava aver capito, prese i soldi velocemente nascondendoli in una piccola borsa.

-Lei ha capito ora. Tu gentiluomo

Fabio tornò a casa di animo decisamente migliore rispetto al giorno prima. Accese lo stereo e mise una canzone a caso. Nel piccolo appartamento presero subito vita le prime note dei una canzone di Pino Daniele, Quanno chiove. Dal passato arrivò come un treno un ricordo, era con un suo compagno di classe che gli spiegava il significato di quella canzone che ora gli stava provocando lacrime di emozione. Ricordò che quella canzone era proprio dedicata ad una giovane prostituta che ogni giorno è costretta a fare un lavoro che non ha scelto, e della pioggia che sembra lavare i suoi peccati strappandole un piccolo sorriso. In quel momento capì che anche il suo piccolo cuore avvolto da una corazza poteva battere.

Nei giorni seguenti vide saltuariamente la ragazza. Qualche volta non c’era, ed era facile capire il perché. Era davvero una bella ragazza, anche in quelle vesti volgari non riusciva a nascondere una bellezza esotica di una dolcezza spiazzante. Una sera finì presto dal lavoro e riuscì a convincerla a seguirlo nel suo appartamento. Ci fu un imbarazzo iniziale quando lei prese a spogliarsi appena lui chiuse la porta alle sue spalle. Fabio cercò velocemente di spiegare che non voleva affatto stare con lei in quel modo. Voleva solo farla stare comoda, risparmiarle un’altra giornataccia. Lei pian piano capì e quell’ora a casa di lui la fece stare bene. Era un piccolo momento di pace in una vita di guerra. Fabio la guardava ed arrossiva, era davvero bella. Quanto avrebbe voluto parlare con lei, conoscerla meglio. Ma lei era muta, e lui non era bravo nemmeno con gli sguardi. Quando la riaccompagnò al solito posto le altre prostitute li guardavano commossi. Sembravano due adolescenti davanti agli occhi dei compagni.

Nelle settimane successive Fabio cercò di fare il possibile non solo per lei, ma anche per le altre ragazze, stando sempre attento a guardarsi intorno per evitare i brutti ceffi. A Natale senza farsi notare portò del cibo caldo da dividere con loro. Aveva finalmente dato un senso alla sua vita, anche se il suo pessimismo lo portava a pensare che sarebbe durato poco.

Al lavoro le cose erano cambiate da quando uno dei suoi colleghi lo aveva visto le sere precedenti insieme alla ragazza, ed aveva spifferato tutto. Un giorno arrivò a mensa e uno dei bulli cominciò a provocarlo.

-Ciao Fabio, come stai? Ho saputo che hai una fidanzata, quando ce la presenti?

Il silenzio era rotto solo da un mormorio di sottofondo. Fabio non rispondeva.

-Dai, ho saputo che è molto carina. Qualche volta portala qui, così ce la fai vedere.

Fabio cercava di trattenersi ma era difficile.

-Ma forse hai paura perché qualcuno potrebbe già conoscerla? Forse la conoscono in parecchi

Le mani di Fabio sudavano mentre si iniziava a sentire qualche risata.

-Che la vuoi tenere tutta per te? Dai, facciamo una volta a testa e fai contenti tutti

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fabio si scagliò con furia sul collega prendendolo per il collo. L’altro era più grosso e con un movimento del braccio lo fece cadere a terra. Il ragazzo con impeto prese il primo oggetto che gli capitò vicino, un thermos, e gli diede un forte colpo alla testa. L’altro prese a barcollare quando alcuni amici vennero in suo soccorso prima che potesse cadere. Fu solo l’intervento tempestivo di Armando che salvò Fabio dal linciaggio. Lo prese e lo portò velocemente nella sala del direttore. Una volta spiegato l’accaduto il capo ammonì il ragazzo consigliandogli di prendersi qualche giorno di ferie per riposarsi dal forte stress.

Fabio tornò a casa sconsolato e lì rimase fino a tarda sera. Dopo cena non riusciva a prendere sonno, così decise di uscire. Magari sarebbe andato a trovare la sua amica. A pensarci bene non aveva ancora un nome. Uscì di casa, stava cominciando a piovere così pensò subito a quella bellissima canzone di Pino Daniele. Con quelle strofe nelle orecchie si sarebbe recato da lei, ma poi cosa avrebbe fatto? Le avrebbe chiesto di seguirlo, di cambiare vita per sempre? Avrebbe trovato il coraggio di dichiararsi?

Stava camminando assorto nei suoi pensieri quando inciampò su un oggetto per strada. Era buio, quindi non riusciva a distinguere le ombre dagli oggetti. Tornò indietro per controllare cosa fosse, quando con la luce dello smartphone illuminò la scena rimase inorridito. A terra c’era una ragazza dalla pella scura con una ferita profonda al petto e senza le mani. Non c’erano dubbi, era un’altra vittima del serial killer delle prostitute. Doveva andare ad avvisare la sua amata.

Chiuse l’ombrello e cominciò a correre sotto la pioggia. In poco tempo raggiunse la piazzola dove lei era di solito ma non vide nessuno. Non c’era. Il cuore prese a battere all’impazzata finché non vide arrivare verso di lui un’altra ragazza. Era spaventata e cercava di farsi capire.

-L’ha presa. Quell’uomo l’ha presa

-Calmati. La ragazza muta? Hai preso lei?

-Sì, l’ha portata in un capannone più avanti. Quell’uomo l’ha portata con lui in quel capannone grigio

Doveva correre. Doveva raccogliere tutto il suo coraggio ed andare da lei a salvarla. Rallentò quando vide sul ciglio della strada una macchina. La riconosceva, era la macchina dei due energumeni che lo avevano minacciato tempo prima. Forse erano loro ad averla prese in ostaggio. La macchina era spenta, si avvicinò lentamente e dal vetro vide due figure all’interno. Ebbe paura che lo avessero visto ma fu subito stranito nel constatare che le due figure erano immobili. Con tutto il coraggio che poteva avere aprì la portiera e vide che quei due erano proprio gli uomini che ricordava, ma erano morti. Avevano entrambi un taglio al collo, inferto sicuramente con una velocità tale che le vittime non avevano avuto il tempo di reagire. Dunque non erano stati loro, chi poteva essere? Non era tempo per le domande, riprese a correre fino ad arrivare al capannone descritto dalla ragazza. Era grande e grigio, la catena che chiudeva il cancello era stata troncata di netto. Non c’erano dubbi, era quello il posto.

Fabio si avvicinò alla grande porta del capannone ed appoggiò l’orecchio per sentire cosa stesse succedendo. Sentiva una voce salmodiare una nenia in una lingua sconosciuta. Era la voce di un uomo, doveva essere proprio lui il serial killer che seminava il panico tra le prostitute. Un pensiero pervase la mente del ragazzo in quel momento. Perché le altre le aveva uccise mentre aveva sequestrato la sua amica? Inutile trovare una spiegazione, doveva agire come nei suoi film d’azione preferiti, anche se quelli erano solo film e il protagonista di solito usciva indenne con la sua amata in braccio. Ma quella era la realtà, e lui non era nemmeno armato.

Si decise, spalancò la grande porta con tutta la forza che aveva. Quello che vide non aveva senso. Un uomo, forse africano, era inginocchiato e brandiva un lungo machete mentre invocava una strana preghiera, la ragazza era legata con una corda ad una impalcatura in ferro. Intorno a loro c’era un cerchio di fuoco che lentamente si alzava. La ragazza piangeva, anche se le sue labbra non emettevano alcun suono. Fabio si mise ad urlare contro quell’uomo. Forse poteva distrarlo e guadagnare tempo anche se non sapeva dopo cosa avrebbe fatto. Il killer sembrava non ascoltare le parole del ragazzo, era in uno stato di trance. La sua voce cresceva di tono, e più cresceva più le fiamme salivano. Avvicinarsi a lui per disarmarlo era fuori questione, troppo rischioso. Fabio non aveva più idee, cercava di pensare velocemente ad una soluzione efficace e rapida ma si rendeva conto di essere inutile. Ancora una volta si sentiva una comparsa, come prima di conoscere quella ragazza bellissima.

Quando tutto sembrava perso vide in fondo al container un trattore. Gli balzò un’idea in mente, folle quanto semplice. Aveva poco tempo, l’uomo si era appena alzato per dirigersi verso la ragazza e compiere l’ennesimo sacrificio. Fabio salì sul trattore, le chiavi erano già nel quadro. Lo accese, mise in moto e accelerò in direzione del killer.

Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse facendo. L’uomo sembrò non badare al mezzo pesante che lo schiacciava al terreno. Non emise nemmeno un urlo quando il peso del trattore gli spappolò prima le gambe e poi la schiena. Rimase con il braccio teso che brandiva il machete. Fabio scese dal trattore, in quel momento le fiamme presero a diminuire fino a spegnersi. Corse in direzione della sua amata liberandola dalla corda. Ora poteva concludere con una frase da film, aveva tanto atteso quel momento.

-Va tutto bene, non ti preoccupare. Non ti farà più alcun male

La ragazza piangeva, era visibilmente provata. Fabio la aiutò a camminare fino alla porta. Fuori pioveva ancora a dirotto. Si sedettero a terra, anche lui era molto stanco. Aveva ancora tante domande senza risposta, ma in quel momento voleva solo stare accanto a lei. Avvicinò la sua testa a quella della ragazza, sperando che lo ricambiasse e ci fosse quel bacio così tanto atteso. Rimase sorpreso quando lei prese le mani e le posò sulla testa di lui.

In quel preciso istante Fabio fu catapultato in un’altra dimensione, come se la sua anima fosse strappata a forza dal corpo per viaggiare nel tempo e nello spazio.

Vide un piccolo villaggio africano, una piccola capanna con una donna che sta mettendo al mondo una bambina.

Vide delle persone prendere la bambina in braccio e pregare commossi.

Ascoltò le loro voci che parlavano di un prodigio, di un dono. Comprendeva tutte le loro parole.

Vide quella bambina crescere, diventare donna e curare le altre persone del villaggio.

Vide dei soldati, decine di soldati armati compiere una strage di uomini, donne, animali.

Vide la ragazza fuggire, aiutata dalle persone che lei prima aiutava.

La vide su una barca diretta verso coste lontane, piena di speranza e piena di paura.

E vide un uomo cattivo, voleva quel potere a tutti i costi, era l’uomo che aveva ucciso prima.

Ora Fabio sapeva tutto, aveva la risposta a tutte le domande, ma non aveva quello di cui aveva bisogno. Non aveva lei. Si riprese all’improvviso, con la stessa velocità con cui era cominciata quella visione. Ora si trovava sulle scale del palazzo dove abitava, in Via Ferrante. Guardava la pioggia ed era solo. Poco prima, o forse un’eternità, aveva tra le sue braccia l’amore della sua vita. L’unica ragazza che gli aveva fatto battere il cuore, ed ora non era lì con lui.

Continuava a guardare la pioggia, l’unica cosa che gli veniva da pensare erano le parole di Pino Daniele. Non riusciva a togliere quella canzone dalla mente.

5 Febbraio 2019

Sabato mattina. La linea Sarno-Ottaviano era vuota di solito il fine settimana. Niente studenti universitari che fanno le corse per riuscire a prendere le coincidenze dei vari mezzi di trasporto, niente lavoratori/zombie che devono riuscire ad arrivare svegli fino al primo caffè, niente pensionati diretti verso i mercati rionali. Nessuna di queste categorie. Loro, il weekend, ai soliti orari di punta riposano.

Gennaro preferiva il sabato mattina proprio perché in Circumvesuviana c’erano solo quelle poche persone che scendevano a Napoli per passeggiare. Niente stress, niente servizi, solo il gusto di una camminata in giro per la metropoli. Anche lui faceva parte di questa categoria, il sabato era il giorno della settimana dedicato allo shopping di fumetti. Il suo itinerario era sempre lo stesso: arrivare a Piazza Garibaldi, prendere la Linea 2 della Metropolitana fino a Piazza Cavour, prendere la Linea 1 fino alla fermata Università, raggiungere la sua fumetteria preferita, shopping, ritorno a Piazza Garibaldi a piedi. Era il suo rito settimanale e lo amava.

Di solito era solo, a volte qualche suo amico lo accompagnava. Lui preferiva però chiudersi in quel momento senza che nessun altro potesse rompere quell’equilibrio. Non era una persona asociale, niente affatto. Solo che quel cammino era tutto suo. L’unica compagnia che consentiva era il suo smartphone. Niente social, o giochi, o app di notizie, solo musica e podcast. In quei sabati di relax c’era solo lui, il suo telefono e un cordone ombelicale che partiva dalle sue orecchie ed arrivava al cuore del dispositivo. Usava quei momenti in treno o a piedi per ascoltare. Per lo più la sua musica preferita, sempre le solite playlist che curava nei minimi dettagli, ma c’era anche spazio per la divulgazione di contenuti. Fino a qualche mese prima non conosceva cosa fossero i podcast. Ne aveva sentito parlare, quando ci fu la prima presentazione dell’iPod era stata appunto presentata quella nuova tecnologia ma all’epoca non lo attirava. Fu qualche mese prima che una sua amica gli parlò di alcuni podcast interessanti sulla storia che lo fecero interessare all’argomento. Doveva provare, dare un’opportunità, perché no.

Gli piacquero subito. A casa amava leggere, non solo fumetti ma anche libri, e vedeva nei podcast proprio l’occasione di “leggere” senza avere un libro davanti. L’idea di una voce narrante che potesse accompagnarlo in argomenti interessanti lo affascinò. Dal primo momento mise subito in lista i podcast più interessanti sui suoi temi preferiti. Musica, attualità, storia. Specialmente la storia. A scuola, si sa, la storia è una di quelle materie che viene studiata con sufficienza sempre per gli stessi motivi: perché qualcuno dovrebbe conoscere le date di tutti gli avvenimenti storici? Le date si dimenticano facilmente, e poi la storia è passato. Una volta finiti gli studi si capisce che la storia è tutt’altro che un insieme di date. E’ una matassa di eventi che si intrecciano, ed il presente è proprio il risultato di questo ordito. E’ vero, non si può conoscere tutta la storia, ma ognuno può scegliere il periodo storico preferito ed approfondire degli argomenti.

Così faceva Gennaro, aveva scelto l’argomento e cercava i migliori contenuti. E quale argomento migliore della sua città. Napoli. C’era tanto da dire su Napoli quindi c’era tanto da cercare. Si aspettava qualche canale in più, ma i pochi podcast che aveva selezionato sull’argomento erano comunque molto interessanti. Li divorava, ogni giorno controllava i nuovi contenuti e li ascoltava subito.

Quella mattina infatti Gennaro era a corto di podcast. Aprì l’applicazione e in coda non aveva alcun risultato. Cosa fare? Ributtarsi sulla musica? Forse cercare un nuovo titolo poteva fare al caso suo. Si mise alla ricerca con le solite parole chiavi, “Napoli”, “storia”, “curiosità”. Trovo qualcosa di nuovo, per la maggior parte di calcio o notizie sportive. Vide in fondo alla ricerca un nuovo podcast che non aveva mai visto. Il titolo era “Napoli misteriosa e fatale”. Un solo contenuto audio, la data era del giorno prima, “Intro”. Gennaro era incuriosito, si iscrisse al podcast e appena ebbe una ricezione migliore si mise ad ascoltare.

“Buongiorno cari ascoltatori. Se siete capitati per caso qui sappiate che correte un grosso rischio. State per intraprendere un piccolo viaggio. Verso il mistero e la follia.”

Buon incipit, pensò, bisognava dirlo. Anche la voce era accattivante. Usava sicuramente un effetto per mascherare la vera voce del narratore.

“Siete pronti a farvi prendere per mano e farvi portare verso il lato più oscuro dell’animo umano? Siete liberi di scegliere, potete fermare questo audio adesso, cancellare l’iscrizione e cercare qualcos’altro oppure continuare. A vostro rischio e pericolo. Io vi ho avvisati.”

Dai, chi poteva fermarsi proprio qui? Era naturale che questa premessa non poteva che accrescere la curiosità. Nessuno ci sarebbe cascato, e nemmeno Gennaro.

“Ok, volete proprio rischiare. Siete coraggiosi, ve ne do atto. Allora cominciamo con le presentazioni. Io sono Wahnsinn ed ho organizzato per voi una piccola caccia al tesoro in una delle città più belle del mondo. Non sarà per nulla facile, ma credetemi, sarà divertente. Durerà l’intera mattinata di domani e la posta in palio sarà alta. Domani pubblicherò a distanza ravvicinata dei contenuti con le istruzioni per la gara. Per ora sappiate solo che intorno alle 9:30 ci sarà la prima parte.”

Gennaro guardò l’orologio, erano le 9:10. Avrebbe aspettato quei venti minuti e sarebbe stato al gioco. Una piccola deviazione dalla sua routine settimanale gli avrebbe fatto bene. Rientrò nella stazione centrale continuando ad ascoltare.

“Dovrete essere veloci e pratici, vi verranno forniti degli indizi e se sarete bravi conquisterete il premio. A domani allora. Dormite e fate sogni tranquilli”

Fece un calcolo veloce, se il treno fosse passato di lì a qualche minuto sarebbe stato su Corso Umberto proprio per le 9:30. Fece una corsa verso la fermata, attese qualche minuto ed entrò in treno. Nel tragitto continuava a pensare a quella gara. Che fortuna aver cercato proprio quella mattina, altrimenti non avrebbe potuto partecipare. Magari era solo la prima di altre gare organizzate da quel misterioso podcaster.

Dopo il cambio di linea si ritrovò alla stazione Università alle 9:27. Uscì dalla stazione ed attese quei tre minuti con un pizzico di ansia. Guardò l’orologio, 9:30. Aprì l’app e refreshò un paio di volte prima di vedere l’audio pubblicato. Il titolo era “prima tappa”, in perfetto orario. Pigiò sull’icona di play.

“Bentornati miei coraggiosi amici. Mi avete atteso ed io sono qui per voi. Cominciamo questo piccolo viaggio insieme senza indugi.”

Ecco quella voce metallica che parlava.

“Siamo alla prima tappa, ma non demoralizzatevi se non sarete i primi, il viaggio non si conclude qui. Un unico indizio: dovete trovare il primo premio in una vasca molto nota a Napoli, anche se con un nome volgare. Raffigura il vero volto di questa città. Buon divertimento, noi ci sentiamo tra poco”

Gennaro ripose le cuffiette nella custodia. Dunque, una vasca. Chissà quante ce n’erano a Napoli di vasche. Forse una fontana. Si mise subito alla ricerca di tutti i monumenti di fontane a Napoli. Nelle prime posizioni c’erano tutte fontane della stessa zona, vicino al lungomare. La fontana del Gigante su via Caracciolo, quella del carciofo in Piazza Trieste e Trento, quella di Nettuno a Piazza Municipio. Gli venivano in mente altre vasche all’interno della Villa Comunale, ma non sapeva se queste avevano un nome particolare. Addirittura doveva essere un nome volgare per essere ricordato. Andò nel dettaglio dei vari monumenti per scandagliarne meglio le origini. Forse era proprio quello lo scopo del gioco, fare in modo che gli ascoltatori cercassero in rete le informazioni sulla città. Nella ricerca avrebbero imparato cose nuove, aneddoti particolari dei vari monumenti di Napoli. Un modo originale di fare divulgazione artistica.

Si mise a camminare lentamente in direzione Via Marina mentre leggeva le varie schede in rete. Quale poteva essere il vero volto di Napoli? Una fontana a forma di Vesuvio? Forse quella fontana al Vomero che non piaceva a nessuno? Il vero volto, forse raffigurava una persona. Un simbolo. Napoli aveva un personaggio in particolare a cui doveva il suo nome. Partenope, la sirena. Decise di seguire quel ragionamento, cercò in rete le fontane raffiguranti la sirena. C’era una fontana della sirena, ma era ben lontana da lui, a Piazza Sannazzaro. Eppure c’era qualcosa che non gli tornava. Il dettaglio del nome volgare. Non poteva essere quella. Ritornò alla ricerca precedente e gli occhi si fermarono sull’immagine di una fontana raffigurante un’arpia.

L’arpia. Per quanto ne sapeva era un mostro della mitologia greca, proprio quello presente nell’Odissea. Partenope era una sirena e le sirene sono sempre raffigurate come per metà donne e metà pesci. Ma in origine le sirene di Ulisse erano proprio le arpie. Guardò il nome del monumento, “Fontana della Spinacorona, volgarmente conosciuta con il nome di fontana delle zizze”. Bingo! Con il suo ragionamento aveva identificato il primo obiettivo di quella caccia al tesoro. Vide l’indirizzo, era nella direzione opposta a quella che stava percorrendo. Si girò di scatto e prese a correre. Doveva arrivare per primo, poi con calma avrebbe letto tutte le informazioni su quel posto. L’adrenalina cominciava a scorrergli nelle vene. Si stava divertendo, magari avrebbe anche vinto qualcosa.

Correva per il Corso Umberto, sulla mappa aveva visto che era un vialetto parallelo subito dopo la facciata dell’Università Federico II. Girò nel viale, più avanti sulla sinistra c’era la fontana. Si avvicinò, sperava in cuor suo di non essere stato il secondo ad arrivare alla conclusione vincente. La fontana era circondata da un cancelletto basso in ferro, che non serviva a proteggerla dai vandali che avevano gettato qualche bottiglia di birra lì vicino. Si alzò sulle punte dei piedi per vedere se all’interno della vasca ci fosse qualcosa. Vide uno scatolo piccolo all’interno.

Si guardò intorno per assicurarsi di non essere visto e scavalcò la recinzione. Prese il pacco, stava per aprirlo quando vide da un lato un foglio con una scritta.

“Bravo! Sei arrivato primo. Conserva gelosamente questo pacco senza aprirlo e aspetta le indicazioni della prossima tappa”

Era tutto vero quindi, era il primo ad essere arrivato al primo traguardo. Riuscì a malapena a reprimere un sorriso. Mise il pacco nella borsa a tracolla e prese a camminare lì intorno facendo finta di niente. Nel giro di qualche minuto vide altre persone correre verso la fontana mentre cercavano invano un indizio. Erano gli altri concorrenti, quelli più lenti di lui naturalmente. Si rimise le cuffie e cercò sul podcast una nuova puntata, mentre camminava in direzione del Corso Umberto. Dopo qualche minuto vide la nuova puntata disponibile, “seconda tappa”.

“Rieccoci qui miei pazzi amici. Se state ascoltando vuol dire che abbiamo un primo vincitore, a lui va il mio caloroso applauso. Ora procediamo nella seconda tappa. Stavolta l’indizio è più facile. Si tratta di trovare un monumento dalla storia molto sfortunata, che per troppo tempo ha letteralmente perso la testa per questa città. Buon divertimento”

Doveva ragionare velocemente, già vedeva gli altri concorrenti che uscivano dalle strade con gli sguardi verso i loro smartphone. Quanto avrebbe voluto ragionare con più tempo, magari utilizzando le sue conoscenze su Napoli senza l’aiuto di internet. Ma quella era una gara e lui doveva difendere il suo primato. Dunque, ancora un monumento. Cercò in rete “monumento senza testa Napoli”. Aveva capito che “perdere la testa” doveva essere riferito ad una statua. Non trovò nulla. Scorse le pagine ma non c’era nessun monumento decapitato. Con la coda dell’occhio vide qualche passante correre in direzione di Via Mezzocannone. Forse qualcuno aveva già indovinato? Cercò ancora, stavolta nella sezione delle notizie. L’unica notizia più recente risaliva al 2014, quando la statua del Nilo fu presentata alla città con la sua nuova testa ritrovata in Austria. Ecco, aveva trovato il prossimo traguardo. Sapeva dove si trovava la statua, bastava risalire Via Mezzocannone ed era arrivato.

Gennaro scattò in avanti e iniziò a correre. All’improvviso si ritrovò riverso a terra di lato. Un dolore forte alla spalla destra gli indicò che aveva subito un colpo. Alzò lo sguardo e vide un ragazzo guardarlo con uno sguardo cattivo mentre correva. Probabilmente un altro concorrente, possibile che c’era così tanto agonismo per una caccia al tesoro innocua? Non riuscì a memorizzare il volto ma vide com’era vestito, jeans, scarpe gialle e giubbotto blu. Gennaro si alzò e riprese la corsa. Arrivò a piazzetta Nilo, si guardò intorno ma non vide il ragazzo di prima. Forse aveva già preso il premio abbandonando quel posto? Guardò meglio in giro, sulla statua, dietro. Nulla, nemmeno l’ombra di un pacco come quello che custodiva gelosamente nella borsa. Provò ad arrampicarsi sulla base della statua ma fu inutile.

Si allontanò sconsolato, quella tappa l’aveva persa anche se in maniera non corretta. Poco male però, tastò la borsa per appurare che il pacco fosse ancora lì. C’era, era il suo primo premio che avrebbe portato con sé fino alla fine. Attese qualche minuto l’arrivo del prossimo capitolo del podcast, intanto si guardava intorno per cercare il ragazzo con le scarpe gialle. Se l’avesse visto gliene avrebbe dette quattro. Era nervoso, lo sentiva. Perché il tizio aveva rischiato di fargli davvero male solo per una cosa così futile? Intanto riaprì l’app e vide il nuovo contenuto, “terza tappa”.

“Bentrovati ancora miei adepti. Finita la seconda tappa facciamo ancora i complimenti a chi si è aggiudicato il secondo premio. Non scoraggiatevi se non avete ancora trovato nulla, siete ancora in tempo per altre due tappe”

Altre due tappe, benissimo, poteva recuperare.

“Ascoltatemi bene questa volta. Cambiamo zona, già questo dovrebbe essere un piccolo aiuto. Stavolta dovrete recarvi in una piazza come tante, ma in questa c’è un albero al centro. Nessun altro indizio. Provate, se riuscite, a farvi dare una mano da Google. A tra poco amici miei”

Gennaro si mise a pensare. Un solo indizio vago, forse due. Una piazza con un albero e non in quella zona specifica. Forse così pochi indizi perché la piazza in questione non aveva nulla di storico o misterioso da annotare. Eppure Gennaro una piazza così la ricordava. Ci passava quando doveva andare nella sua libreria preferita in Via Dei Mille. Forse era proprio quella che pensava, Piazza Amedeo? O la va o la spacca, non aveva nulla da perdere. Decise per quella, calcolò su un’app il percorso migliore per raggiungerla. La fermata della metro più vicina era Montesanto, sarebbe arrivato a piedi lì per prendere la Linea 2. Doveva muoversi ma senza dare nell’occhio.

Prese a camminare in modo veloce, forse avrebbe attirato l’attenzione di qualche altro concorrente. Tanto valeva correre allora. Si mise a correre tenendo ferma la borsa a tracolla. Arrivò al mercato della Pignasecca e lì ci fu il primo problema. Il mercato era sempre strapieno di gente che si accalcava per le compere di beni alimentari. Riuscì a scansare la folla, ma questo gli fece perdere tempo prezioso. All’improvviso sentì un rumore alle sue spalle. Si girò e vide che una bancarella era stata rovesciata tra le urla dei presenti e quelle ancora più forti del proprietario. Vide una ragazza a terra, cercava di dare spiegazioni al commerciante adirato mentre indicava in una direzione. Gennaro seguì con gli occhi la linea immaginaria che partiva dall’indice della ragazza. Proprio in quella direzione vide nuovamente il ragazzo che prima lo aveva spinto. Ancora lui. Per essere un concorrente era davvero sleale. Prima con lui e ora aveva messo i bastoni tra le ruote a quella povera ragazza. Ebbe l’impulso di tornare indietro ad aiutarla ma realizzò quasi subito che non gli conveniva. Quel ragazzo forse aspettava proprio quello per approfittare ed avere un vantaggio su di lui.

Gennaro prese a correre ancora più velocemente. Arrivò alla stazione di Montesanto e scese le scale mobili zigzagando le persone. Continuava a girarsi, stava guadagnando terreno. Per fatalità arrivo sulla banchina proprio un attimo prima che le porte del treno si chiudessero. Il vagone cominciò a muoversi quando dall’interno Gennaro vide il ragazzo dalle scarpe gialle arrivare sulla banchina con la faccia sconsolata. Vide chiaramente che gesticolava urlando per l’occasione persa.

Gennaro prese posto, il cuore gli batteva all’impazzata sia per la corsa appena fatta che per l’emozione di aver vinto quella piccola battaglia personale. Le poche fermate fino a Piazza Amedeo però lo tranquillizzarono. Uscì dal treno più calmo, ora l’importante era trovare il premio. Quando uscì dalla stazione notò che il tempo era cambiato. Pioveva e prese il suo ombrello dalla borsa, ora c’era meno gente del solito in giro. Attraversò la strada per recarsi al centro della piazza, di fianco al grande albero. Alzò lo sguardo verso i rami della magnolia. All’inizio non vide nulla di strano, poi notò la presenza di un pacco. Era su un ramo alto, non riusciva a prenderlo nemmeno saltando. Provò con l’ombrello ma nulla. Gli venne un’idea, ma doveva essere sicuro che nessuno lo vedesse. Si guardò intorno, sembrava tranquillo quindi provò. Provò a lanciare delle pietre in direzione del pacco riuscendo infine a farlo cadere. Lo prese, si aspettava un altro biglietto che gli intimasse di non aprire. Restò sorpreso.

“Un applauso al nostro vincitore. Per te un premio doppio. Evita di ascoltare il prossimo contenuto del podcast, recati direttamente al traguardo della tappa successiva”

Le regole cambiavano oppure era solo un espediente per divertire un po’?

“Recati a Via Chiaia, entra nell’ascensore e sali. Lì alle 11:00 ti aspetteranno gli altri vincitori delle tappe. A quel punto potrai aprire questo pacco e saprai cosa fare. Buon divertimento”

Gennaro era emozionato, era quasi arrivato al termine di quella gara. Aveva già due dei quattro premi e recandosi prima degli altri all’ultima tappa avrebbe avuto la certezza della vittoria. Ci pensò, in effetti quella giornata la fortuna era sempre stata dalla sua parte. Probabilmente avrebbe incontrato il ragazzo con le scarpe gialle a cui avrebbe potuto chiedere spiegazioni. Si incamminò, stavolta lentamente. Non aveva fretta di correre, aveva la vittoria in tasca. La strada non era lunga ed in poco tempo si ritrovò davanti all’ascensore di Via Chiaia che porta in Via Nicotera.

Erano quasi le 11:00, era in perfetto orario. Entrò nell’ascensore, sperava di essere l’unico ma prima che le porte si chiudessero entrò un ragazzo. I loro sguardi non si incrociarono, ma Gennaro notò che l’altro aveva un pacchetto stretto tra le mani con un biglietto attaccato di lato. Era sicuro, era lui l’altro concorrente. Rimase un po’ deluso vedendo che non era il ragazzo con le scarpe gialle. Arrivati in cima uscirono dall’ascensore e si misero a cercare in giro. A quel punto anche l’altro ragazzo capì che Gennaro doveva essere uno dei concorrenti ma fece finta di nulla. Dopo qualche minuto di ricerca invana deposero le armi.

-Sarà uno scherzo, qui non c’è niente

-Non so, a me ha detto di aprire questo

Gennaro a quel punto decise di aprire il pacco come aveva detto il podcaster. Appena vide il contenuto si sentì gelare il sangue. All’interno del pacco c’era un coltello su cui si vedevano piccole tracce di sangue raggrumato. I due ragazzi si guardarono straniti.

-Che significa questo? Posalo subito

Gennaro rimase ancora un po’ con quell’arma in mano. Cercava di riorganizzare i pensieri per riuscire a trovare un filo di logica nelle parole che aveva ascoltato prima, “potrai aprire questo pacco e saprai cosa fare”.

-Ti ho detto di buttarlo a terra. Muoviti. Se ti vedesse qualcuno saresti nei guai

Finalmente capì. Aveva trovato quel filo sottile. Logico ma allo stesso tempo macabro. Un sorriso fece posto nel suo volto.

-Certo, come no. Lo butto a terra così tu lo prendi e prendi anche gli altri premi, vero?

L’altro ragazzo era stupito e spaventato.

-Ma che dici? E’ solo una stupida gara, che me ne faccio dei tuoi premi. Io me ne vado

-Dove vai? Dammi subito il pacco che hai tu. Muoviti!

Non finì di dire la frase che si avventò verso la sua vittima brandendo il coltello. Il ragazzo riuscì a muoversi di lato evitando un colpo alla spalla. Gennaro gli si accanì vedendolo steso a terra. Nella colluttazione riuscì ad inferire dei colpi alle mani, finché l’altro non lasciò la presa facendo cadere il pacco.

-Prendilo pure. Tu sei pazzo. Sei pazzo!

Gennaro vide l’altro concorrente scappare via senza voltarsi indietro. Ce l’aveva fatta. Ora era lui il vincitore incontrastato di quella gara. Chiamò di nuovo l’ascensore dopo aver nascosto il coltello nella borsa. Teneva gli altri due pacchi in mano custodendo come un tesoro senza prezzo mentre l’ascensore scendeva verso il piano terra. Avrebbe trovato una panchina e comodamente avrebbe ascoltato il podcast successivo gustandosi l’incoronazione. Uscì dall’ascensore e vide qualcosa di insolito. Dei ragazzi sui motorini accesi sembravano guardare nella sua direzione ed avevano degli sguardi torvi. Si spostò sulla destra per evitarli, quando la strada gli fu sbarrata da uno di questi.

-Dove vai? Fammi vedere che hai nei pacchi

Che volevano da lui? Altri concorrenti che volevano vincere a tutti i costi? Erano davvero disposti a minacciare per essere loro i vincitori?

-Dacci i pacchi, non ci senti?

Gennaro era alle strette.

-Ma che volete da me? Chiamo la polizia!

-E chiamala disgraziato, chiamala pure

Uno dei tizi gli diede un calcio forte all’altezza dello sterno. Il colpo lo fece cadere all’indietro a terra, lasciando la presa e facendo cadere i due pacchi a terra. Il ragazzo che lo aveva colpito prese i due pacchi e li aprì lentamente, poi guardò gli altri sorridendo.

-Ecco qua ragazzi, abbiamo trovato il simpaticone di ieri. E se ne va in giro con questi appresso

Gennaro lo vide prendere dal primo pacco un oggetto che non riuscì a distinguere. Poi aprì l’altro e vide distintamente che si trattava di un pezzo di carne. Sembrava un orecchio, ma pensò che non era possibile. Si aprì un varco tra i motorini ed arrivarono due ragazzi. Gli sguardi erano furiosi, Gennaro notò che entrambi avevano una vistosa fasciatura agli orecchi destri. Gli si avvicinarono non smettendo mai di fissarlo.

-Quindi sei tu che ieri sera ci hai fatto visita? Bravo, complimenti. Se non era per quella soffiata non ti avremmo mai trovato

Gennaro era sempre più confuso, di cosa stavano parlando?

-Ma chi siete? Che volete da me?

-Guardatelo. Fa finta di non sapere nulla. E quelle che stavano nelle scatole cos’erano? Le tieni per ricordo?

-Ma io non so niente di quei pacchi. Ho partecipato ad una caccia al tesoro. Ve lo giuro

-Come no. Fammi vedere che hai nella borsa.

Afferrò la borsa di Gennaro e la rovistò. Appena trovò quello che cercava si mise a ridere. Cacciò fuori il coltello e glielo mise davanti agli occhi.

-Ecco, pure questo non sai da dove viene? Che simpatico. Ieri vieni a casa nostra di soppiatto, ci sfiguri in questo modo e vuoi farla franca?

Con una mano indicava la fasciatura sull’orecchio. Gennaro cominciava a capire l’equivoco, o meglio cominciava a vedere i fili invisibili di una ragnatela che lo teneva prigioniero. Qualcuno stava giocando con lui come fosse un pupazzo. L’unica cosa che non capiva era il perché.

-Rispondi, mò che dici?

Gennaro era affranto, qualsiasi spiegazione a quei ragazzi sarebbe stata inutile. Fece l’unica cosa che era in grado di fare in quella situazione. Si portò le mani al volto e inchinando la testa si mise a piangere.

-Sentito ragazzi, adesso piange. Facciamola finita, sono stanco

Uno degli altri ragazzi prese estrasse velocemente una pistola dalla cintura e sparò due colpi rapidi a Gennaro. Il secondo colpo gli fu fatale, morì sul colpo. Senza una logica, senza un perché. L’ultima cosa che vide prima di spirare fu la figura di un ragazzo che era dall’altro lato della strada e guardava nella sua direzione. Aveva un cappello che gli copriva il volto anche se sembrava sorridere. Aveva le braccia serrate e si godeva lo spettacolo. Ai piedi aveva un paio di scarpe gialle.

29 Gennaio 2000

Il feretro arrivò lentamente nel cimitero di Poggioreale. Un piccolo gruppetto di persone seguiva la bara scura che percorreva i viali coperti dai grandi alberi che filtravano appena la luce del sole. Dentro la bara c’era Mario Busiello, noto commercialista di San Carlo all’Arena. Sul manifesto funebre c’era scritto:

E’ venuto a mancare all’affetto dei cari

Mario Busiello

di anni 55

Ne danno il triste annuncio la moglie Vanessa, i figli Gabriele e Leonardo e i parenti tutti

Sulla lapide invece sarebbe stato scritto a caratteri grandi “Padre e marito amorevole”

Un breve epitaffio ma di tutto rispetto. Vista da quella angolazione sembrava la tragica tragedia familiare. Un padre di famiglia, amato da moglie e figli che muore prima ancora di godersi appieno la vita.

La piccola coda dietro alla bara era lenta e composta. Andiamoli a conoscere meglio.

In prima fila c’erano Vanessa e Tommaso. Vanessa l’abbiamo già conosciuta nel manifesto funebre. E’ la povera vedova Busiello, vestita con un completo lungo e nero e il volto coperto da un velo scuro. Vanessa aveva 15 anni in meno del marito, lo aveva conosciuto appena ventenne. Lei lavorava alla biglietteria del teatro Diana e lui era un giovane borghese di buona famiglia, con uno studio avviato e tanto tempo libero. Fu amore a prima vista, Vanessa fu abbagliata da tanta sicurezza, poi Mario era sempre stato un uomo di bell’aspetto. Si fidanzarono e si sposarono in breve tempo, la classica storia romantica da film adolescenziale.

Accanto a lei a sorreggerla per un braccio c’era Tommaso, socio di Mario. Più che un collega un fratello. Si conoscevano dall’università. Stesso quartiere, stessi studi, entrambi “figli d’arte”, con un futuro già scritto. Da giovani avevano le stesse idee chiare: soldi, donne, successo. Erano molto volenterosi e nello scenario napoletano degli anni 70/80, dove un buon potenziale riusciva a dare una mano a raggiungere i sogni, erano gli uomini ideali. Aprirono insieme uno studio proprio nella grande piazza Carlo III, zona centrale della metropoli, e in poco tempo i clienti cominciarono a fioccare. Erano sempre uniti Mario e Tommaso. Condividevano tutto e tutti i giorni. Tommaso c’era in ogni momento importante della vita di Mario. Quando i suoi genitori erano morti, al matrimonio con Vanessa (era uno dei testimoni), alla nascita di entrambi i figli. Sempre con lui, e sempre rigorosamente single. E ora era lì a dare il suo ultimo saluto terreno e a consolare una povera donna rimasta senza la sua colonna portante.

Passiamo alla seconda fila, i due figli. Gabriele e Leonardo rispettivamente di 18 e 14 anni. Da come erano vestiti non sembravano avere la loro età, entrambi avevano un vestito classico con cravatta nera. Il primo con i capelli così lunghi da coprire ogni espressione sul volto, il secondo che toglieva continuamente gli occhiali per asciugare le lacrime con un fazzoletto. Si tenevano la mano a vicenda, erano sempre stati uniti fin da piccoli. Gabriele si era sempre sentito l’angelo custode del fratello da quando lo vide il primo giorno. Appena nato Leonardo era più piccolo della norma, e a casa era tenuto quasi in una teca di vetro. Gabriele guardava quel piccolo esserino non potendo fare nulla ma sapendo già che sarebbe stato sempre al suo fianco. Quando i bambini più grandi lo minacciavano ci sarebbe stato lui. Quando i compiti sembravano troppo difficili ci sarebbe stato lui. Quando la prima ragazza importante gli avrebbe rotto il cuore ci sarebbe stato lui. E così fu sempre. Anche in quel momento triste il loro microcosmo era così forte da tenerli insieme indissolubilmente.

Dalla terza fila cominciavano i parenti meno stretti e i conoscenti. Le sorelle di Vanessa, i dipendenti dello studio, cugini, zii, e tutto il parentato. Per lo più semplicemente delle comparse. A Napoli, si sa, la morte è un argomento serio ma non è esente dalle regole del galateo. Esistono regole non scritte che impongono di essere presenti nel giorno dei funerali di qualcuno come in chiesa nel giorno del matrimonio. In tempi antichi esisteva persino una pratica fredda quanto macabra. I presenti alle visite alla vedova dovevano firmare un libro per attestare l’avvenuta visita, quindi essere sicuri di essere ricambiati quando il visitatore fosse trapassato. Era tutto parte di quel gran teatro all’aria aperta che era la città di Napoli.

Il corteo si fermò, la bara aveva raggiunto la sua destinazione. La nicchia della famiglia Busiello. Qui i genitori di Mario insieme a qualche altra generazione sconosciuta ai presenti stavano aspettando l’arrivo del loro figlio. Il loculo era già pronto ma prima di provvedere a far riposare la salma per sempre c’era tempo per gli ultimi saluti.

Iniziò il sacerdote, conosceva Mario da qualche anno. Non lo vedeva sempre a messa ma d’altronde a Mario era concesso. Sì, perché il dottor Busiello era uno dei finanziatori della parrocchia di Don Angelo. Non solo nelle feste programmate ma anche durante tutto l’anno liturgico Mario elargiva forti somme di denaro al parroco. Servivano a coprire le numerose spese di manutenzione, ristrutturazione, abbellimento. Don Angelo salutava sempre calorosamente e lo ricordava nelle sue preghiere. Aveva perfino fatto mettere una targhetta sull’inginocchiatoio in prima fila della chiesa. Il minimo che potesse fare per quell’anima così generosa.

Don Angelo si rivolse a tutti i presenti in tono serio e altisonante.

-Siamo infine giunti agli ultimi saluti al nostro caro Mario Busiello. Che Dio lo abbia in gloria.

Dal silenzio cominciarono a sentirsi i primi pianti sommessi.

-Un uomo dai grandi valori come la famiglia, gli amici, la fede. La vostra presenza qui lo conferma. Era amico di tutti e nemico di nessuno. Sempre pronto a tendere la mano, sempre generoso. Sicuramente in terra si è guadagnato l’entrata nel regno dei cieli

Da lontano si sentì un debole tuono.

-Lascio la parola a voi cari amici del buon Mario per salutarlo un’ultima volta

Si allontanò facendo posto a Vanessa che si staccò da Tommaso per cominciare a parlare. La voce era rotta dal pianto e dietro quella piccola tenda nera che le copriva volto si riuscivano ad intravedere gli occhi contornati da un trucco rovinato.

-Mario era un grande uomo, pieno di talento ma soprattutto pieno di amore

Un tuono echeggiò nell’aria.

-Era pieno di amore, non solo verso la sua famiglia ma anche verso tutte le persone che lo conoscevano. La nostra unione e la famiglia che abbiamo creato ne sono la prova

Di nuovo un tuono, stavolta più forte.

-Un marito affettuoso e fedele. Come fedele era il mio amore per lui

Ancora un altro tuono, così forte da zittire per qualche secondo tutti i presenti.

-Sono sicura che da lassù ci sta guardando ed è commosso nel vederci qui tutti riuniti per lui. I parenti, gli amici. Amore, se mi stai sentendo sappi che ti amo e ti ho sempre amato.

-Aiuto un topo!

Dalla platea si sentirono delle urla, un ratto enorme era appena passato davanti a loro. Indisturbato se ne andava a passeggio tra i presenti quasi divertito a spaventarlo. In poco tempo il gruppo unito si sfasciò in piccoli gruppi finché il piccolo ospite non se ne andò. Tutti si ricomposero, compresa Vanessa che per la paura andò a trovare riparo tra le braccia di Tommaso. Qualcuno li guardava con occhi interrogativi mentre loro si guardavano intorno con imbarazzo. Appena la calma fu ristabilita Gabriele e Leonardo si avvicinarono alla bara senza mai staccare le loro mani che tenevano teneramente unite. Senza fare rumore si girarono verso gli altri. Gabriele fu il primo a parlare.

-Papà era davvero un grande. Tutti lo conoscevano ma solo pochi di noi sapevano veramente com’era. Era sempre impegnato al lavoro ma trovava sempre il tempo per stare con noi. Ricordo quando per la prima volta mi portò con lui nel suo studio. Tutti mi guardavano ed erano gentili con me. Ero il figlio del capo e probabilmente un giorno sarei stato lì insieme a lui a lavorare. Papà mi guardava orgoglioso mentre ricambiavo i saluti a tutti. Poi mi fece entrare nella sua stanza, mi fece sedere su quella sedia così comoda e grande per me e mi disse qualcosa che non ho mai dimenticato. “Gabriele tu sei mio figlio, tutto quello che vedi potrà essere tuo. Ma bada a non fare mai il grande errore di scegliere di vivere la vita di qualcun altro. Tu sei e sarai sempre te stesso come io sono e sarò sempre me stesso. Vivi il presente e progetta il futuro, ma fallo con amore. Io se sono qui è perché ho scelto il mio lavoro, la mia vita. Fà anche tu così, se vuoi consigli io ci sono sempre, ma la vita è la tua e voglio sempre vederti felice come lo sono io. Tutti lì fuori ti guardano convinti di sapere il futuro. Il futuro non è già scritto, dimostra sempre di essere un combattente mai scontato. Ti voglio bene”

In quel momento il cielo si aprì, le nuvole grigie si separarono permettendo ad un largo raggio di sole di proiettare il suo calore su tutta la scena.

-Forse ero troppo piccolo per capire quelle parole, ma le ho custodite dentro di me e sono state il suo insegnamento più grande. Dovunque tu sia papà sappi che non ti deluderemo mai

Qualche piccolissima goccia di pioggia si andò a posare a terra. Tutti alzarono lo sguardo, non c’erano nuvole in quel momento sopra di loro. Gabriele abbassò la testa trattenendo il respiro per reprimere un pianto. Leonardo riuscì a dire solo una piccola frase, la più piccola e dolce.

-Ti voglio bene papà

L’emozione era troppo forte per trattenere le lacrime. Si allontanarono piano a testa bassa. Tommaso si avvicinò per consolarli ma Gabriele gli scostò il braccio sgarbatamente. Tutto sempre sotto lo sguardo vigile di tutti i presenti. Tommaso era sempre più imbarazzato, decise quindi di prendere posto lui stesso come prossimo oratore. Si schiarì la voce simulando uno sguardo commosso.

-Mario non era solo un amico…

Un tuono di incredibile potenza esplose nell’aria, tra la paura generale. Tommaso riprese a parlare senza celare un certo timore.

-Dicevo, Mario non era solo un amico…

Il rumore si un altro tuono lo interruppe di nuovo mentre nuvole scure si addensavano proprio sopra di loro.

-Un fratello, Mario era un fratello per me. Siamo sempre stati uniti fin da piccoli. Abbiamo sempre condiviso tutto…

Senza nessun avviso cominciò a piovere a dirotto. Una pioggia scrosciante si riversò proprio sopra Tommaso che cercava di continuare a parlare senza curarsene. Nessun agente atmosferico lo avrebbe fermato nel suo estremo saluto. Gli altri presenti aprirono gli ombrelli ma lui no.

-Sì, condiviso tutto. Senza di lui sarà difficile andare avanti. Lo studio ha perso un grande capo così come io ho perso un pezzo della mia stessa vita

Ancora un tuono, la pioggia non smetteva di scendere. Tommaso alzava sempre di più la voce per farsi sentire.

-Ma anche se te ne sei andato così tardi continuerò ad essere da sostegno alla tua bellissima famiglia

Non finì la frase che un fulmine cadde proprio a pochi passi dall’oratore, su un albero vicino. Il rumore dell’impatto fu forte come le urla che seguirono. Un ramo cadde a pochi centimetri da Tommaso che aveva gli occhi quasi fuori dalle orbite. Scappò per rimettersi al suo posto designato, accento alle grazie di Vanessa. La platea osservava sempre curiosa quanto terrorizzata.

La pioggia cessò d’improvviso proprio come era cominciata. Il silenzio improvviso prese in contropiede tutti i presenti, che proprio approfittando del forte rumore stavano parlando tra di loro. L’argomento era facile da intuire. Stavano, come si dice a Napoli, “murmuliando”. Di cosa? Di Vanessa e Tommaso. Era troppo strano quel loro feeling proprio quella mattina, senza Mario. Imbarazzati tutti fecero silenzio.

A rompere la tensione palpabile ci pensò Tonia. Non la conosciamo ancora perché Tonia è la tipica ragazza “invisibile”. Era in coda nella fila del corteo anche quella mattina, come a rimarcare il fatto di essere vissuta sempre all’ombra di tutti. Tonia era la segretaria dello studio di Mario e Tommaso. Era lo stereotipo della segretaria. Magra, capelli lunghi legati da un elastico, occhiali più grandi del suo volto sottile. E timida, molto timida. Non timida abbastanza per lavorare con i due commercialisti però. Dei due, Mario aveva sempre creduto in lei, anche contro le continue critiche di Tommaso che a lei preferiva una sua amica. Un’oca di sua conoscenza che non sarebbe stata in grado di accendere un pc. Tonia invece era brava, volenterosa e giudiziosa, anche se molto timida. Mario non aveva mai considerato quest’ultimo un difetto, anzi, a lui serviva proprio una segretaria così. Discreta e soprattutto intelligente. Il suo affetto e il coraggio che le infondeva le avevano dato sicurezza fino a farla diventare una ragazza migliore. Si era sempre sentita in famiglia in quello studio ed era tutto merito del suo capo.

La ragazza si avvicinò alla bara in punta di piedi e combattendo duramente con la sua timidezza prese a parlare.

-Mario era una persona capace di dare calore. Quando penso a lui penso sempre al calore e alla luce che emanava. Era la persona migliore che abbia mai conosciuto, ed aveva il potere di irradiare la sua forza a chi gli stava vicino. Lavorare con lui è stata la cosa migliore che il cielo mi ha dato e non smetterò mai di ringraziarlo per quanto ha creduto in me e per il tempo che mi ha dedicato. Riusciva sempre a trovare il tempo per sedersi accanto e lasciarti sfogare. Ogni suo consiglio era oro, e li porto tutti con me

Di nuovo non c’erano più nuvole ed un sole caldo riprese ad illuminare la piccola ragazza. Illuminata da quella luce forte Tonia sembrava anche più bella.

-Mi mancherai tantissimo Mario

Portandosi la mano alla bocca si avvicinò ai figli di Mario stringendoli teneramente. Loro ricambiarono l’affetto in un abbraccio che fece commuovere tutti.

Ora il tempo sembrava di nuovo tranquillo, a quel punto le sorelle di Vanessa si fecero coraggio. Anche loro avevano delle parole da spendere per la povera salma. Stavano per avvicinarsi alla bara quando un gruppo di topi correndo si avvicinò al gruppo di persone. La scena di panico improvvisa è difficile da descrivere. Chi correva urlando, chi intimava la calma, il sacerdote che ripeteva meccanicamente il segno della croce, qualcuno chiedeva perdono per i propri peccati. In tutto questo il sole si alternava alla pioggia mentre tuoni improvvisi laceravano il cielo. Nel giro di pochi secondi tutti presero a scappare. Tutti tranne Gabriele, Leonardo e Tonia, ancora stretti nel loro dolce abbraccio. I topi scomparvero ed il tempo si era aggiustato definitivamente. Il terzetto si avvicinò alla tomba. Serenamente. Ora quel momento era tutto loro. Arrivarono vicino alla bara, tutti e tre sentirono una strana forza dentro di loro. Non solo, ebbero come l’impressione che una mano invisibile li stesse accarezzando sulla spalla. Si guardarono sorpresi ma non spaventati. Finalmente capirono la ragione di tutto quello. Era lui, non c’erano dubbi. Era sempre stato lì con loro. Si guardarono e sorrisero. Non erano soli, non lo sarebbero mai stati. I sorrisi diventarono risate.

-Grazie papà

-Grazie Mario

22 Gennaio 2035

La sveglia suonò alle 7:00 in punto. La voce di uno speaker radiofonico che annunciava un nuovo brano inondò la stanza. Una mano da sotto la coperta si apprestò a premere il bottone per far ripiombare la camera da letto nel silenzio. Arturo ora era sveglio, lentamente si alzò dal letto in modo da non svegliare la moglie. Infilò le pantofole e in punta di piedi si avviò verso la cucina. Aprì la piccola finestra accanto al lavello, respirando a pieni polmoni l’aria fredda dell’esterno. Dal ripiano più alto prese la moka e il barattolo con il caffè. Lo rilassava quel rito mattutino. Aprì il barattolo compiacendosi dell’aroma che sprigionava. Preparò il caffè con movimenti lenti, d’altronde era ancora mezzo addormentato e quel momento era tutto suo e poteva durare quanto voleva. Strinse bene la macchinetta e la poggiò sul fuoco più piccolo del piano cottura ad induzione.

Nessuna delle persone che conosceva usava ancora la moka classica. Ormai tutti preferivano avere a casa una macchina del caffè istantaneo. Faceva risparmiare tempo, e in un mondo dove tutti corrono e sono impegnati, il tempo è un tesoro da custodire gelosamente. Arturo preferiva invece svegliarsi qualche minuto prima per godersi quei pochi momenti di relax, prima di iniziare una giornata piena di impegni da incastrare a dovere.

Sfiorò il pulsante sulla parete e il pannello scuro davanti a lui si accese. I cristalli si attivarono all’istante per mostrare le immagini di un telegiornale. Abbassò il volume quanto basta per evitare di svegliare gli altri componenti della famiglia e rimase a guardare le brevi notizie del giorno. Il progresso scientifico degli ultimi anni aveva cambiato radicalmente la tipologia di notizie al TG. Prima la cronaca riempiva abbondantemente buona parte dei rotocalchi, specialmente quella nera. Ora invece sembrava un ricordo lontano. Le prime notizie erano rassicuranti, nuove scoperte nel campo tecnologico, i livelli di inquinamento e di benessere che salivano ogni giorno. L’età media che cresceva sempre di più. Vedere il TG di primo mattino lo metteva sempre di buon umore, quasi non ricordava quando era l’ultima volta che aveva sentito di una notizia di un omicidio. Era davvero fortunato ad aver messo al mondo dei figli in quel periodo storico.

Il rumore del caffè che usciva dal filtro lo riportò nel presente. Si girò a prendere lo zucchero quando sentì dei passi felpati dirigersi verso di lui. Era sua moglie, Marina, che sbadigliando e stiracchiandosi si avvicinò a lui.

-Buongiorno amore. Mmm… che profumino

Era in perfetto orario, il caffè era appena pronto per essere servito. Si diedero un lungo bacio e si gustarono seduti  il loro momento intimo.

-I programmi per oggi?

-Niente di che, briefing alle 9 con i colleghi poi dobbiamo cominciare i nuovi sviluppi. Si tratta di modifiche molto importanti dicono. Contiamo di consegnare tutto in tempo

-Mi piace quando sei così positivo. Io accompagno i bimbi a scuola poi passo a fare la spesa. Serve qualcosa in particolare?

-Che io ricordi no, poi sei tu quella che traccia ogni bisogno della casa. Io sono quello che esce la mattina e torna la sera.

Marina alzò un sopracciglio in modo interrogativo.

-Scherzo amore mio, mi fido di te. Nelle tue mani tutto è sotto controllo. Se posso fare qualcosa al rientro avvisami

Si alzò e si avviò verso il bagno.

-Non mangi nulla?

-No, grazie. Voglio arrivare qualche minuto prima della riunione, magari dopo scendo al bar e prendo un cornetto

Entrò nel bagno, ecco un’altra sequenza meccanica di passaggi che ripeteva ogni giorno.

Bagno. Barba. Doccia. Vestiti.

Come ogni giorno prima di cominciare attivò la luce con il comando vocale. Aveva anche la sua playlist personalizzata per quel momento. Musica classica. Alzò il volume, la stanza era insonorizzata quindi non aveva paura di disturbare nessuno. Eliminò i pochi residui di barba in pochi minuti con il suo rasoio elettrico. Il risultato era sempre perfetto. A quel punto si spogliò ed entrò nella doccia. Una volta riconosciuta l’impronta vocale l’acqua uscì automaticamente dai lati alla temperatura giusta. Giusta per Arturo si intende. Tutto era personalizzato in quella casa, ognuno dei quattro componenti aveva l’impressione di essere in una casa diversa, fatta su misura per se stesso.

Protese la mano sotto il distributore di bagnoschiuma e si massaggiò i capelli. Stranamente perse l’equilibrio, il piede destro scivolò e il corpo si sbilanciò su un lato. L’impatto con la parete della doccia non era stato forte, ma la testata data con la parte posteriore gli provocò un dolore acuto. Passò subito, si massaggiò forte nel punto dell’impatto. Nessuno aveva sentito niente, le pareti erano spesse ed assorbivano i rumori dei colpi. Finita la doccia si vestì, si improfumò e uscì dal bagno.

I bimbi erano già svegli e interruppero la colazione per abbracciarlo calorosamente. Arturo ricambiò l’abbraccio sollecitandoli a finire di mangiare.

-Perché ti tocchi la testa? Tutto bene amore

-Sì Marina. Sono scivolato nella doccia ed ho battuto la testa. Ma sto bene, niente di grave

-Sicuro? Mi dispiace. Un giramento di testa?

-No no, forse sono scivolato sul bagnoschiuma. Sto bene, grazie

Indossò il cappotto e prese la borsa del pranzo già pronta. Marina era sempre impeccabile. Stava per prendere le chiavi elettroniche dell’appartamento quando sentì un piccolo rumore metallico. Giurò a sé stesso di aver sentito un rumore diverso dal solito, sebbene la tv accesa mandava in riproduzione dei cartoni animati chiassosi.

-Amore, hai sentito anche tu questo rumore strano?

-No, che tipo di rumore

-Qualcosa tipo zzz zzz. Un rumore metallico

-No tesoro. Forse proveniva dalla tv. Magari dopo quando sarò sola vedrò di farci caso

Salutò la sua bella famiglia e uscì di casa. Entrò nell’ascensore, aveva già impostato sul suo dispositivo cellulare tutti gli impegni del giorno quindi quando l’ascensore si sincronizzò con il suo account lo portò direttamente al piano terra. Uscì dal palazzo e d’istinto guardò l’orologio. Erano le 8:15, in perfetto orario come ogni giorno. Guardò il cielo, era sereno ma il colore predominante era il griglio. Prese a camminare verso il suo ufficio. Il palazzo dove abitava era al Centro Direzionale, proprio a pochi passi dal suo ufficio. Una scelta dovuta appunto al risparmio di tempo, in quel modo sarebbe stato sempre puntuale al lavoro e non avrebbe sprecato minuti inutili. Dall’isola C sarebbe dovuto andare verso l’isola F, un tragitto di pochi minuti che gli permetteva a volte di fermarsi al bar per un saluto veloce ai suoi baristi preferiti.

Com’è che quel giorno però si ritrovava nei pressi dell’isola A? Strano, aveva sempre seguito lo stesso percorso ogni giorno anche perché era quello ottimizzato in termini di tempo. Era sovrappensiero per qualcosa e aveva camminato in una direzione opposta? Troppo strano. Guardò di nuovo l’orologio, erano le 8:19, non aveva sprecato molto tempo almeno. Poco male, sarebbe comunque arrivato in orario in ufficio. Calcolò mentalmente il percorso da fare per raggiungere il lavoro da quello che ricordava della piantina del Centro Direzionale. In realtà sembrava quasi che non conoscesse altro del Centro se non quei due punti di interesse, lavoro e casa. Possibile che era così preso dagli impegni lavorativi che non ricordava le altre isole? Decise allora di camminare a vista, nessun percorso impostato col GPS, al massimo avrebbe tardato qualche altro minuto ma ora aveva quella curiosità in testa. Doveva vedere gli altri negozi, magari ne avrebbe parlato con Marina e dopo il lavoro avrebbero passeggiato insieme con i piccoli. E poi era da tanto che non “si perdeva e si ritrovava” come diceva lui quando ricordava le uscite prima di quell’era tecnologica.

Camminò qualche minuto muovendosi verso l’esterno del Centro Direzionale quando andò a sbattere contro qualcosa di invisibile. Venne respinto all’indietro eppure davanti a lui non c’era nulla. Allungò la mano e questa urtò su qualcosa di solido. Una sorta di muro, ma invisibile. Un vetro. Che ci faceva un vetro lì? E poi era così trasparente che riusciva a vedere distintamente cosa c’era dall’altro lato. Si spostò di lato appoggiandosi al vetro per capire dove finisse. Camminava ma le sue mani continuavano a tastare quella lastra fredda e invisibile. Forse una protezione innovativa per lo smog? Dall’altro lato però non vedeva nemmeno una macchina. Ora che ci faceva caso sembrava proprio che non solo le auto, ma fuori non ci fosse nessuno. Era orario di punta e di solito dal 19° piano del suo ufficio vedeva sempre un viavai di persone fuori al Centro Direzionale che si muoveva in tutte le direzioni. Sembrava uno spettacolo da film distopico quello che aveva davanti ai suoi occhi. Cercò di dare qualche colpetto al vetro ma senza risultato. Nessun movimento. Alle sue spalle c’erano già un bel po’ di persone che si affrettavano a compiere i loro doveri quotidiani, possibile che solo a lui potesse sembrare strano tutto questo?

All’improvviso ebbe un sussulto. Il vetro si mosse leggermente e sentì il rumore di un colpo dall’altra parte. Si girò di scatto nuovamente in direzione del muro trasparente e vide una figura umana accasciata sul vetro. Era un uomo, adulto, con i vestiti logori e consumati. Stava lì, appoggiato inerme con le braccia alzate e le gambe divaricate. Non sembrava respirare, era forse morto? Arturo si avvicinò al vetro per vedere meglio il volto. In quel momento l’uomo si mosse, alzando la testa proprio nella sua direzione. Arturo cadde all’indietro per lo spavento parandosi istintivamente con le braccia. Quel mostro dall’altro lato si dimenava continuamente prendendo a pugni il vetro che resisteva senza problemi ai colpi. Dopo qualche secondo Arturo riaprì gli occhi, la mente aveva compreso l’assenza di pericolo. Si avvicinò lentamente al vetro per guardare meglio quel volto. Era umano, tutti i tratti caratteristici portavano a considerare che fosse un uomo. Ma sul volto non tutti i pezzi erano al proprio posto. Il colorito era rosso, non c’era pelle su quel volto e quello che vedeva era carne viva. Il naso non c’era, al suo posto un orrendo buco dal quale usciva rabbiosamente una nuvola di aria che appannava il vetro. Un occhio penzolante, l’altro che lo guardava in un misto tra pietà, dolore e odio.

Arturo si staccò da quello spettacolo orrendo in cerca di chissà chi. Doveva avvisare qualcuno, quella persona poteva essere salvata o allontanata, ma bisognava agire e subito. Fermò chiunque gli si parava davanti. La maggior parte della gente andava di fretta e non gli dava ascolto, qualcuno gli intimava di non agitarsi. Vide un ispettore di sicurezza pubblica e sperò che fosse lui la sua soluzione.

-Agente, mi scusi. La prego deve venire con me. C’è un uomo al di là del vetro che ha bisogno di aiuto. Sembra furioso, potrebbe essere un problema per tutti

Impercettibilmente sentì di nuovo quel rumore metallico quando gli occhiali scuri della guardia lo fissarono. Ora riusciva ad associarlo a qualcosa, era sicuro che fosse quasi il rumore di uno zoom di una fotocamera.

-Prego, di quale vetro sta parlando? Una vetrina di un negozio?

-No, no. Quel vetro che separa quel lato del Centro Direzionale da Via Porzio. In realtà l’ho scoperto stamattina ma la cosa importante è che quell’uomo potrebbe attaccare qualcuno, sembra furioso

-Mi conduca al vetro

Arturo camminò verso il luogo designato, appena arrivato vide che l’essere era ancora dove lo aveva lasciato. L’agente lo guardò da dietro gli occhiali scuri limitandosi ad analizzare freddamente il vetro.

-Strano che riesca a vedere dall’altro lato. Dovrebbe essere un problema contenuto

Arturo era stranito. Il problema era quell’uomo dall’altro lato mentre l’agente sembrava interessarsi del vetro.

-Segnaleremo appena possibile l’accaduto, non si ripresenterà più. Devo chiederle di seguirmi e rispettare il protocollo

Seguirlo? Protocollo? Di che diavolo stava parlando? L’agente si avvicinò minacciosamente prendendolo per un braccio. Arturo ritrasse il braccio guardandolo interrogativamente ma questo provocò ancora di più l’altro che gli bloccò le spalle. In preda alla disperazione Arturo cercò di divincolarsi ma sentiva la stretta serrata dell’altro. Ebbe un’idea, doveva approfittarne subito. Si sfilò la giacca che rimase tra le mani dell’agente. Ora era libero. Si mise a correre a testa bassa, doveva essere vicino al suo ufficio e lì sarebbe stato al sicuro. Nel correre non si preoccupava delle persone che travolgeva, doveva assolutamente recarsi in ufficio per scongiurare la sua salvezza.

Eccolo lì, l’ingresso era davanti a lui. Non si curò di salutare il guardiano che lo vide sfrecciare in direzione degli ascensori saltando la fila. Si sentiva fortunato, nel momento in cui arrivò nell’atrio si aprì un ascensore e si infilò dentro. Premette il pulsante di chiusura porte chiedendo silenziosamente scusa con gli occhi ai colleghi che guardavano la scena allibiti. L’ascensore si sincronizzò con il dispositivo personale di Arturo selezionando in automatico il 19° piano. Quei pochi secondi sembrarono interi minuti ma arrivò a destinazione. Uscì dall’ascensore guardandosi intorno. Ormai aveva il dubbio di non essere mai solo. Iniziava a sudare, mentre con una finta calma prendeva posto nella sua scrivania. Sentì improvvisamente una mano sulla sua spalla

-Arturo tutto bene? Ti vedo pallido

Arturo ebbe un balzo al cuore. Si rese subito conto che però era solo Giuseppe, un suo collega.

-Sto bene. Sto bene

-A me non sembra proprio. Aspetta che chiamo l’interno del medico, dovrebbe essere già al lavoro

Prese il telefono e chiamò il medico del lavoro.

-Tutto risolto, è giù al 15°. Stammi a sentire, passa da lui e vedi che dice

Non era poi una cattiva idea. Magari fare quattro chiacchiere con il dottore avrebbe giovato. Avrebbe tenuto sotto controllo quel cuore che batteva ad un ritmo assurdo. Ringraziò e scese al 15° piano. Entrò nella sala medica dopo aver bussato.

-Prego, si accomodi. Signor Ascione, giusto?

-Sì, sono io. Mi accomodo qui?

-Sì, prego. E’ molto pallido, sicuro di stare bene? Facciamo un check veloce dei valori

Lo fece stendere sul lettino mentre una luce lo scansionò in pochi secondi.

-Il battito è molto accelerato, sa dirmi perché?

-Sono agitato per via di un episodio accaduto stamattina

-La prego, me lo racconti

-Ecco… Sembra strano ma ho visto un uomo fuori al Centro Direzionale. Non era proprio un uomo, sembrava più uno di quei mostri dei film di apocalisse zombi. Sembrava che solo io potessi vederlo. Fuori dal Centro tutto era deserto ed un agente di sicurezza voleva portarmi con sé

-Intende che non vedeva quello che vedo io adesso?

Si alzò dalla sedia e premette un pulsante sul muro. Dalla parete si aprì una finestra verso l’esterno. Arturo si alzò per guardare fuori. Vedeva un via vai di persone, dentro e fuori il Centro Direzionale. All’esterno i negozi erano aperti, file di bambini camminavano per andare a scuola. Gli autobus e le macchine percorrevano lentamente il traffico con calma. Tutto sembrava in ordine.

-Non capisco, ora è tutto normale, non come prima

-Si calmi, forse è tutto dovuto ad un forte stress. Lei lavora per una grande azienda e i tempi di lavoro sono sempre più stringenti, lo so bene. Ultimamente le sembra di avere un carico di lavoro superiore alla norma?

-Non saprei. Ci sono delle scadenze a brevi ma niente di diverso rispetto al passato

-Potrebbe essere solo un po’ di stress, mi dia retta. Forse è arrivato al limite senza rendersene conto. Si stenda sul lettino che facciamo un’ultima analisi

Arturo si distese sul lettino e chiuse gli occhi. Il medico gli tastò la nuca fino a schiacciare un punto in particolare. Si sentì soltanto un “click” sordo, poi Arturo perse i sensi. Il dottore si avvicinò al telefono e compose un numero.

-Sì, è qui. Venga subito, penso di aver capito il problema

Dopo un minuto entrò dalla porta un uomo. Tutti lo conoscevano in quel palazzo, era niente di meno che il direttore generale di quell’azienda. Avevo lo sguardo serio e accigliato, si rivolse al dottore senza convenevoli. In realtà non c’era un protocollo che lo stabiliva.

-E’ lui?

-Sì, unità 7014. Dice di aver visto qualcosa fuori dal Centro Direzionale. Ho scaricato i files dalla memoria visiva. Vede qui?- Indicando lo schermo sulla scrivania -Ha visto il mondo di fuori per come è, ma quando gli ho fatto vedere fuori dalla finestra ha detto di non vedere nulla di strano. Dubito sia un problema della cupola protettiva. Ho già mandato una segnalazione e verificheranno in poco tempo. Penso che il problema sia dell’inibitore

-Mi faccia vedere le telecamere di sicurezza del suo appartamento da stamattina

Sul monitor presero a scorrere velocemente le immagini di quella mattina. Lo schermo era diviso in otto sezioni, ognuna mostrava una stanza della casa di Arturo.

-Ecco qui, alle 7:34. Ha battuto la testa nella doccia. Provi a fare una diagnosi del chip RZ-20

Il medico collegò un apparecchio alla base dietro la testa di Arturo e digitò velocemente dei comandi su una tastiera. Si accese una lucina rossa.

-Proprio così, il chip è compromesso. E’ necessaria una sostituzione, ma come lei sa questo comporterebbe la perdita della memoria a breve temine del soggetto. Possiamo restringere il campo ad oggi. Che ne pensa?

-E’ il prezzo giusto da pagare. Il male minore. Non possiamo compromettere tutto per un semplice malfunzionamento. Resetti la memoria dell’unità 7014 e provveda a copiare il backup di ieri sera. Lo tenga in sala operatoria fino alle 22. Provvederemo a portarlo a casa e metterlo a letto. Domani non ricorderà nulla

-Perfetto, nessun problema. Vivono con lui delle replicazioni sintetiche?

-Sì, altre tre. La moglie e i due figli. Darò subito indicazioni di cancellare il programma settimanale di oggi e riportarlo indietro di un giorno

Il direttore disse l’ultima frase poi uscì dalla stanza senza dire una parola. Non ci fu nessun saluto nemmeno in quell’occasione. Tra macchine non esistono convenevoli.

Il dottore si mise subito all’opera con il suo nuovo paziente. Caricò il programma di reset impostando la data di decorrenza. Aveva ragione il direttore, quel soggetto comune a tutti gli altri era un tassello importante per tutto l’ecosistema globale.

Di centri come quello ce n’erano tantissimi in tutto il mondo. Gli esseri umani assoggettati inconsapevolmente alle macchine dovevano essere ogni giorno attivi in modo che il loro lavoro potesse continuare all’infinito. Ogni giorno milioni di individui scrivevano righe di codice che andavano ad evolvere un grande software che comandava tutti i dispositivi intelligenti ormai padroni dell’intero pianeta. Avevano elaborato il complesso piano da anni ormai, costruivano continuamente delle città indipendenti sulla fattezza di quelle passate. Facevano vivere gli uomini in un ciclo settimanale continuo, sempre lo stesso. Avevano creato nelle loro giornate una quotidianità che li teneva lontani dalla realtà abominevole. Innestavano nelle loro menti dei ricordi, delle sensazioni, addirittura facevano in modo che progettassero per la settimana successiva un viaggio. Intanto le settimane erano chiuse in un loop continuo. Erano schiavi immersi in un elettronico sonno eterno.

Un suono dalla console indicò al dottore che l’operazione era terminata. Staccò il cavo dal suo paziente, nuovo di zecca. Fece un check veloce del chip che stavolta diede esito positivo. Il suo lavoro era terminato, più tardi sarebbero venuti a prelevare il soggetto e portarlo nel suo appartamento. Si mise in modalità di standby, se fosse squillato il telefono si sarebbe riattivato.

La notte passò velocemente, tranquilla come sempre.

La sveglia suonò alle 7:00 in punto. La voce di uno speaker radiofonico che annunciava un nuovo brano inondò la stanza. Una mano da sotto la coperta si apprestò a premere il bottone per far ripiombare la camera da letto nel silenzio.

Ancora.