16 Luglio 2004

Giuliano era disteso a terra, la testa e il braccio sinistro gli facevano un male tremendo. Aprì gli occhi ma si rese conto che intorno era tutto buio. La guancia era appoggiata su qualcosa di viscido ma non riusciva a capire cosa. Si alzò ancora dolorante, guardò in alto e vide una luce provenire da una piccola feritoia. Fece un respiro profondo ma dovette tossire quando gli arrivò un puzzo disgustoso nelle narici. Ci mise qualche secondo per ricollegare insieme i pezzi e capire dove si trovasse. Un ricordo confuso, poi la consapevolezza. Era un una fogna.

Era successo tutto qualche minuto prima. Stava passeggiando per i Quartieri Spagnoli come quasi ogni giorno in quell’estate. La scuola era finita già da un pezzo e lui passava le giornate uscendo fuori da quel mondo così complesso e così diverso da lui per riversarsi sulle arterie principali della sua città. Quel quartiere non gli somigliava per niente. Non che lo odiasse, si intende. C’erano tantissime brave persone che incontrava ogni giorno, sorrisi che gli mettevano allegria. Anche il folklore e la caratterizzazione di quel luogo gli piaceva, ma purtroppo c’era sempre una nota negativa. L’ignoranza. Il vero male di quel posto, secondo lui, partoriva ogni giorno nuovi mostri. Già durante l’anno scolastico non era facile convivere in una classe piena di bulli. Magari erano cani che abbaiavano ma non mordevano, ma lui non era alla loro altezza, o meglio ancora, alla loro bassezza. Giuliano era un animo gentile, innocuo. Forse era proprio quella sua innocenza che spaventava gli altri e tirava fuori la parte peggiore di loro. Lui andava avanti evitando le provocazioni, gli sfottò. Finita la scuola la storia si ripeteva, c’era sempre qualcuno in giro con il suo branco che continuava a prenderlo in giro. Quella cicatrice sul labbro, quella deformazione con la quale era nato, era solo il pretesto per vomitargli addosso la loro rabbia adolescenziale.

Anche quel giorno la storia si ripeté, Giuliano era diretto verso Via Toledo quando il solito gruppo di bulli stava perdendo tempo sui motorini riscaldati da un sole estivo. Lo videro e iniziarono a punzecchiarlo.

-Eccolo, ragazzi. E’ arrivato il mostro

-Bene, il padre lo ha lasciato uscire dalla gabbia stamattina?

Giuliano come sempre abbassava lo sguardo e continuava a camminare senza curarsi degli altri. Quella mattina però era diverso. Forse il caldo afoso, forse la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, il branco decise di reagire a quell’assenza di reazione. Si alzarono e gli bloccarono la strada.

-Ma che c’è, non vuoi parlare con noi? Hai paura?

La vittima continuava a rimanere in silenzio e guardare altrove.

-Sto qua, guardami quando parlo. Ti credi migliore di me che non rispondi?

-Io non…

Giuliano non sapeva che cosa dire, voleva solo che quegli idioti si spostassero e lo facessero passare.

-”Io non” cosa? Ragazzi questo sta provocando

Uno di loro gli si parò davanti spingendo il petto contro il suo. Di contro Giuliano per proteggersi alzò le braccia e con le mani cercò di spostarlo all’indietro.

-Avete visto? Mi ha messo le mani addosso. Ora hai superato il limite

Era quella che gli altri aspettavano. Un pretesto per fare a botte. Partì il primo con uno schiaffo sul volto, poi un calcio sulle gambe lo fece cadere a terra. In quella posizione non poteva fare nulla, gli erano addosso e continuavano ad offenderlo mentre lo percuotevano con calci e pugni. Poi uno di loro ebbe un’idea macabra.

-Alziamolo, ragazzi. Prendiamolo e buttiamolo lì dentro

Indicò un tombino mezzo aperto, probabilmente quella mattina era previsto un lavoro nelle fognature. Lo alzarono di peso, Giuliano era confuso e non capiva nulla. Poi lo gettarono nel buco e insieme spostarono il pesante tombino in ferro per chiuderlo. Da sotto il ragazzo sentiva le loro risate mentre perdeva i sensi.

Fu solo grazie all’aiuto dei tecnici dell’impresa di drenaggio che Giuliano uscì fuori di lì. Il gruppo di bulli non c’era più ma una folla si era già riunita quando qualcuno sentì la voce di un ragazzo provenire da sotto l’asfalto. Ci fu chi si offrì di aiutarlo ma era stato colpito nel profondo e aveva solo voglia di tornare a casa e lavarsi. Quell’odore lo accompagnò fino a casa, era da solo. Andò sotto la doccia, le lacrime si confondevano con l’acqua che veniva giù dal sifone. Perché gli succedeva quello? La vita non era stata già abbastanza dura con lui dopo la morte della madre? Ma lui sapeva che la colpa non era della vita, era colpa dell’ignoranza che faceva da padrona in quel luogo. Si asciugò e si rivestì. Stava per infilare una maglietta quando davanti allo specchio notò qualcosa. Sul lato sinistro del petto c’era un segno di forma circolare. Provò a sfregarlo ma non andava via. Ritornò nel bagno per provare a toglierlo con il sapone ma nulla. Guardò meglio quel segno, era un cerchio perfetto e sembrava fatto con inchiostro. Più lo guardava più sembrava un tatuaggio, ma come poteva essere? Non c’era nessuna spiegazione plausibile. Stava scervellandosi per capire cosa fosse successo quando sentì il rumore della serratura che si apriva.

-Giuliano sono io, sono tornato. Tutto bene?

Era suo padre. Il rapporto tra i due non era dei migliori, come in tutte le famiglie in cui abita un adolescente. Dal giorno della morte della madre di Giuliano le cose erano peggiorate. Entrambi stavano male ma facevano la guerra a chi stava peggio. Il dialogo tra i due era ridotto ai minimi termini e buona parte della colpa era del ragazzo, lo sapevano entrambi. Il padre entrò nella stanza del figlio.

-Tutto bene Giuliano? Si sente una puzza terribile nel bagno, cosa è successo?

-Niente pà

-Nient’altro da dire? Non ti sto giudicando, voglio solo parlare. Cos’è quel livido sulla faccia?

-Si bussa prima di entrare

Giuliano chiuse la porta in faccia al padre. Lui non si arrabbiò, aveva smesso tempo prima quando con la dipartita della moglie se n’era andata anche la forza di affrontare ogni giorno.

Il resto della giornata fu anonimo come sempre, erano come due estranei sotto lo stesso tetto. La sera cenarono in silenzio e velocemente. Giuliano fu il primo a lasciare la cucina andando a rifugiarsi nella propria stanza. Chiuse la porta e si guardò allo specchio. Si tolse la maglia a continuò ad interrogarsi su quello strano segno. Lo stava fissando quando all’improvviso comparve una figura all’interno del cerchio. Con spavento si allontanò dallo specchio, poi guardò di nuovo il petto. All’interno del cerchio era disegnato il profilo di un leone. Cominciò a tremare, quello che stava vivendo era un vero e proprio incubo. Stava quasi per urlare quando all’improvviso sentì qualcosa dentro di lui che lo tranquillizzava. Non erano parole, erano ricordi. Chiuse gli occhi e quando li riaprì il suo sguardo era diverso. Uscì dalla stanza e salutò il padre.

-Io esco, ho un conto da regolare

-Che significa Giuliano? E’ tardi, sono le undici e mezza

-Niente, non preoccuparti. Non farò troppo tardi

Chiuse la porta senza aspettare  la risposta del padre e uscì di casa. A passo sostenuto e senza fermarsi percorse la strada che portava a Piazza dei Martiri. Si fermò e perlustrò la zona, poi guardò verso un bar e li riconobbe. Erano i ragazzi che quella mattina gli avevano giocato quel brutto scherzo, stavano parlando e ridendo seduti ad un tavolino. Probabilmente stavano parlando proprio di lui in quel momento. Si avvicinò spavaldo.

-Ciao ragazzi, come state? Che bello trovarvi qui stasera tutti insieme

-Eccolo qui, stavamo proprio parlando di te. Forse non ti è bastato quello che ti abbiamo fatto stamattina

Giuliano si girò e prese a camminare verso l’obelisco al centro della piazza. Gli altri si alzarono per inseguirlo, colpiti nell’orgoglio perché lui aveva dato loro le spalle. Aveva gettato l’amo e i pesci non tardarono ad abboccare. Giuliano si fermò e li fissò, loro fecero altrettanto. Poi alzò le braccia, gli occhi si girarono all’indietro mostrando solo un bianco spettrale. Il branco stava per aggredirlo quando dovettero bloccarsi di colpo. Alle spalle del ragazzo apparve qualcosa di incredibile. Improvvisamente le quattro statue dei leoni presero vita. Si mossero lentamente scrollandosi di dosso alcune pietre, poi avanzarono e girarono intorno a Giuliano. Gli altri assistevano alla scena a bocca aperta ma senza il coraggio di dire una parola. Poi Giuliano li indicò e le belve di roccia attaccarono.

Durò pochi attimi, i quattro leoni piombarono addosso ai ragazzi spaventati. Affondavano le loro zanne di pietra nei loro corpi provocando una morte istantanea. Con i loro artigli dilaniavano i muscoli di quelli che prima erano piccoli boss sicuri di loro. Ne rimase solo uno, si era accucciolato a terra mentre dai pantaloni fuoriusciva un liquido puzzolente. Giuliano gli si avvicinò, poi parlò con voce ferma.

-Siete solo i primi. La vostra stirpe non vedrà mai la luce

Poi si girò e camminò lentamente. Uno dei leoni si accanì sulla preda staccandogli la testa con un morso. Poi di colpo le statue ripresero il loro posto nella posizione in cui erano sempre state al centro della piazza.

Giuliano ritornò a casa, il padre era già andato a dormire. Entrò nella sua cameretta, chiuse la porta e si buttò sul letto. Si addormentò all’istante, in un sonno senza incubi.

Il mattino successivo si alzò senza alcun ricordo della sera precedente. Il padre stava già facendo colazione mentre al TG parlavano di una carneficina che si era verificata in Piazza dei Martiri. Dopo colazione scese di nuovo in strada, quella mattina non c’era nessuno a rompergli le scatole. Passeggiò per Via Toledo guardando le vetrine dei negozi poi all’improvviso si fermò. Di nuovo quella strana sensazione interiore, di nuovo quella presenza che gli faceva vedere scene di una vita che non era la sua. Portò la mano sul petto, sentì uno strano calore sul lato sinistro. Non ci badò più di tanto, prese a camminare in direzione dei Quartieri Spagnoli, percorse strade strette che non aveva mai attraversato prima di allora. Vicoli bui dove il sole si presenta solo per pochi secondi al giorno e l’oscurità è amica degli affari loschi di certa gente. Giuliano camminava senza sosta fino a trovarsi davanti ad un palazzo. Il portone era chiuso. Posò la mano sulla maniglia e con una forza sovrumana la aprì rompendo la serratura.

Nell’atrio del palazzo c’era una telecamera di sicurezza, attraverso quella un gruppo di persone poteva tenere costantemente sotto controllo l’edificio da malintenzionati e soprattutto dalle forze dell’ordine. Il palazzo era completamente disabitato a parte l’ultimo piano. Lì c’era l’appartamento dove si riunivano gli uomini del clan che comandava quella zona e proprio quella mattina erano tutti presenti per parlare di affari. Quando gli scagnozzi di guardia avvisarono quello che avevano visto nei monitor collegati alle telecamere, tutti si alzarono ed impugnarono le proprie pistole. Si girarono tutti verso la porta ancora chiusa, chiunque fosse arrivato nel palazzo sarebbe passato da quella per entrare. I secondi passavano ma nessuno varcava l’ingresso, erano tutti tesi. Poi, all’improvviso la porta si aprì. Il calcio dato da Giuliano aveva rotto i cardini e la porta volò per la stanza andando a finire contro tre uomini. Gli altri cominciarono a sparare verso l’ombra ancora ferma sotto l’arcata della porta. Ma quell’ombra era immobile e stranamente non cadeva a terra. Quando i caricatori furono scarichi la figura avanzò e tutti la videro. Aveva il corpo di un ragazzo, la maglietta era tutta bucata a causa dei proiettili. Il volto però non apparteneva a qualcosa di umano. Il muso era quello di un ovino, aveva le orecchie a punta e dalla fronte spuntavano due corna a spirale. Non ebbero il tempo di proferire una parola che quell’essere li attaccò con una furia cieca. Con una velocità incredibile caricava con la testa scaraventandoli in aria, ogni volta che le corna si abbattevano su di loro si sentiva un rumore disgustoso di ossa che si rompono. In pochi secondi tutti i malviventi erano a terra. Morti. L’essere li guardò distesi, inermi, poi disse un’unica frase.

-Anche la vostra dinastia è finita

Poi andò mentre andava via da quel luogo i suoi tratti diventarono di nuovo umani. Giuliano ritornò a casa. Tolse la maglietta e la gettò nell’immondizia, poi a torso nudo si guardò allo specchio. Accanto al tatuaggio a forma di leone era presente un altro che rappresentava il profilo di una capra. Fece una doccia, si cambiò e si rimise a letto.

Quando si svegliò era già sera. Si alzò dal letto pensando a cosa fosse successo quella mattina ma i ricordi erano vaghi, solo di una passeggiata per il centro poi più niente. Uscì fuori al balcone per prendere un po’ d’aria. Lo sguardo era rivolto a quei palazzi così vicini tra loro. Sembravano un’unica struttura, non c’era spazio tra un’abitazione e un’altra. Quel paesaggio così caratteristico, così bello eppure così difficile. Lo amava e lo odiava, era la sua casa eppure voleva tanto che fosse diversa. Da lontano si sentivano le parole di una canzone id Pino Daniele, di quelle che provocano emozioni difficili da descrivere. Con il cuore pieno di malinconia rientrò. Pensò a sua madre, come sempre.

Pensò al suo sorriso, alle parole dolci quando aveva paura, al modo tutto suo di tirarlo su. Come quando era chiuso in quella cameretta, chino sui libri illuminati dalla luce della piccola lampada sulla scrivania. In quei momenti entrava sua madre in punta di piedi, senza farsi sentire. Giuliano se ne accorgeva per il profumo del dono che portava. All’improvviso sentiva un buon odore di cioccolato, si girava e la vedeva con in mano una tazza di cioccolata calda. Niente di più bello di quell’immagine, del sorriso di lei che era stata “scoperta” e gli porgeva la tazza ancora fumante. Poi un abbraccio forte, di quelli che riesci a sentire il battito dell’altro, e un bacio sulla fronte. Tutto l’occorrente per riprendere a studiare serenamente. Una carica vitale.

Ora quella stanza sembrava vuota senza lei che entrava. La casa intera sembrava vuota anche se due persone la abitavano. Ma quelle due persone si allontanavano sempre di più, li univa soltanto il dolore per la stessa perdita. Ma a volte anche se il dolore è lo stesso, la rabbia e l’orgoglio possono fare più male. Giuliano sentì di nuovo il rumore della serratura, suo padre era appena rientrato. In silenzio, come sempre. Un uomo invisibile ai suoi occhi solo perché troppo fragile. Il ragazzo rimase chiuso nella sua camera fino alla cena.

Quella sera a tavola il silenzio era rotto solo dalla voce nella TV. Il telegiornale parlava dell’ennesima carneficina, stavolta nel loro quartiere.

“Ancora non sono chiare le dinamiche dell’accaduto. Una decina di morti all’interno dell’appartamento, le vittime erano già note alle forze dell’ordine…”

-Viviamo in un mondo terribile, Giuliano. Storie del genere non dovrebbero sentirsi

-Perché? Erano malviventi, qualcuno ha fatto quello che dovrebbe fare la polizia

-Non dire così. Non è con la violenza che si risolve tutto

-Ah, no? E con cosa allora? Restandosene zitti? O meglio, denunciandoli? Poi così ogni giorno non puoi uscire di casa perché ti stanno aspettando e fai tu quella fine

-Non hai torto, ma il nocciolo della questione è uno solo. Finché lo faranno in pochi non servirà a nulla. Finché ci sarà sempre paura di certa gente loro vinceranno sempre

-E come si fa a dare coraggio alle persone per bene? E’ impossibile papà. Forse serve mettere loro paura come loro ne mettono a noi. Forse quello che sta succedendo ora serve più di ogni iniziativa pacifica

-Non lo so Giuliano. So solo che lì fuori sembra sempre più pericoloso. Quando abbiamo pensato di mettere al mondo un figlio sapevamo che Napoli era una città difficile, ma ora le cose sembrano peggiorare. Quando io e…

-Su, dillo. Non fermarti

-Ok. Quando io e tua madre ti abbiamo avuto con noi parlavamo spesso di questo. Di come avremmo dovuto essere dei bravi genitori per darti il buon esempio. Non avremmo permesso che nostro figlio diventasse cattivo. Ora ti sento parlare in questo modo e penso che magari abbiamo sbagliato. O forse sono solo io che ho sbagliato. Da solo è difficile

Poi abbassò la testa per non farsi vedere piangere. Giuliano non poteva non provare tenerezza per lui. Non era facile portare avanti una famiglia senza una donna forte come era sua madre. Voleva tirarlo su di morale ma non trovava la forza di abbracciarlo. L’ultima volta forse era stato proprio ai funerali della madre.

-Non fare così. Guarda che io sono contro quei delinquenti. Sono contro il loro fare da presuntuosi, i loro modi da padroni del mondo. E’ solo che, non so, a volte vorrei che non esistessero più. Dai, sparecchio io, tu vai a riposarti sul divano

-Grazie Giuliano

Era la conversazione più lunga che avevano avuto da mesi, per la prima volta suo padre aveva tolto la sua armatura fatta di silenzio e paura e si era mostrato per com’era. Giuliano gli diede una mano in cucina mentre il padre si andò a sedere sul divano facendo zapping. Si distese e nel silenzio di quelle pareti si addormentò. Il ragazzo gli passò vicino e se ne accorse. Vedendolo così gli veniva in mente il ricordo di quando era piccolo, suo padre faceva finta di dormire poi quando lui si avvicinava spalancava gli occhi e lo faceva ridere. Chissà perché proprio quella sera riusciva a ricordare momenti passati con lui, di solito gli venivano in mente solo quelli passati con la madre. Stava per andare di nuovo nella sua camera quando si fermò. Di nuovo quel bruciore al petto. Andò in bagno e rimase a torso nudo, vicino ai due tatuaggi se ne stava formando un altro. Un altro cerchio, all’interno una testa di serpente. Fissò il suo sguardo nello specchio, poi sorrise.

-Certo, ne manca ancora uno

Senza fare rumore uscì di casa. Arrivò in strada e alzò lo sguardo. La voce interiore gli parlò ancora, gli indicava la strada da percorrere.

-Va bene. Stavolta ce ne sarà uno solo, ma non sarà meno doloroso

L’oscurità dei vicoli lo aiutava, camminava senza dare nell’occhio verso la sua destinazione. Si fermò quando arrivò davanti ad una saracinesca abbassata, lui sapeva chi si trovava dall’altro lato.

Nel garage c’era un solo uomo, aveva appena parcheggiato l’auto e stava per rientrare a casa. Agli occhi di tutti poteva sembrare una persona qualunque, in realtà nascondeva un segreto. Era un ricettatore. Ogni giorno incontrava i suoi “clienti” e faceva affari sugli oggetti rubati. Di solito erano piccoli ladri disposti a prendere qualsiasi cosa pur di farsi pagare il minimo per una dose di droga. Alcune volte ci guadagnava parecchio, gli capitavano sotto mano delle reliquie di grande valore pagate pochi spiccioli. Quella sua attività era però nascosta al pubblico come a sua moglie, durante il giorno lavorava all’interno di una piccola bottega di detersivi. La sera invece di solito faceva i suoi veri affari. Quella sera stava proprio rincasando da un appuntamento con uno dei peggiori ladri quando sentì dei rumori. Qualcuno stava battendo le mani sulla saracinesca. Si allarmò ma riuscì a tenere il sangue freddo.

-Chi è? Che volete?

I rumori continuavano nella stessa cadenza.

-Ma chi è? ‘A vuò f’rnì?

Nessun effetto, chiunque lo stesse provocando non la smetteva.

-Devo aprire? Devo venire fuori e farti male?

Finalmente dall’altro lato il rumore era cessato. L’uomo stava compiacendosi della sua vittoria quando sentì un rumore di ferro che si piega. Con sgomento vide che la saracinesca si stava alzando, dall’altro lato qualcuno la stava forzando con le sole mani. Stava per andare incontro a quello che sembrava un ragazzino quando questo alzò la mano per fermarlo. L’uomo si bloccò, ma non per il comando che gli era stato imposto. Si bloccò nel momento in cui vide qualcosa uscire fuori dalle maniche della maglia di quel ragazzo. Qualcosa strisciò fuori. Uno, due, decine di serpenti fuoriusciti dalla manica di Giuliano cadevano a terra e si dirigevano verso la loro preda. L’uomo cercò di mettersi in salvo all’interno dell’auto ma gli animali erano troppo veloci e subito gli bloccarono i piedi. Mentre alcuni stringevano le caviglie altri salivano lungo le gambe e mordevano ogni parte del suo corpo. Il veleno penetrava velocemente nelle sue vene, era bloccato e non poteva più muoversi. Il suo corpo si deformava sotto la stretta nelle spire dei serpenti. Morì nel silenzio più assoluto, i serpenti lo lasciarono e guardarono il loro padrone in attesa di un suo comando.

-Avete ragione. Lui non era l’ultimo della sua stirpe. Salite e fate quello che dovete fare

I serpenti si voltarono e si infilarono sotto una porta chiusa. Salirono le scale ed arrivarono all’appartamento dove abitava l’uomo. Strisciarono fino in camera da letto, c’era una donna che dormiva. Non si accorse di cosa stava succedendo. Gli animali la uccisero all’istante mordendola su tutto il corpo. Specialmente su quella pancia più pronunciata che raccoglieva una nuova vita.

Giuliano attese in silenzio che si compì l’ultimo sacrificio. I serpenti tornarono da dove erano usciti. Nel silenzio della notte il ragazzo camminò fino a casa in uno stato di trance. Quando aprì la porta c’era suo padre ad attenderlo. Sul volto una maschera di preoccupazione.

-Dove sei stato Giuliano? Mi sono addormentato sul divano e quando mi sono svegliato non c’eri. Rispondimi, ti prego

-Papà io…

-Dimmi amore della mia vita. Puoi parlare apertamente. Non sono arrabbiato con te, sono preoccupato e voglio solo aiutarti

-Papà, io non lo so. Non so dov’ero

-Ok, va bene. Ora sei qui, va tutto bene

-Ti prego papà, abbracciami. Abbracciami forte perché non so più cosa si prova

Il padre non se lo fece ripetere due volte. Prese il figlio e lo strinse tra le braccia. Piangevano entrambi ma questa volta l’uno sulla spalla dell’altro. Quella sera si sentirono più uniti, fu l’inizio della loro riappacificazione.

Quella sera Giuliano fece una doccia per togliersi di dosso i brutti pensieri. Non era come per le altre volte, non piangeva e non era triste. Aveva una sensazione di soddisfazione che gli dava piacere. Uscì dalla doccia, pulì con la mano il vetro appannato dello specchio e si guardò. Aveva delle piccole macchie rosse sul petto, nient’altro. I tatuaggi erano spariti così come il ricordo di averli avuti in quei due giorni.