23 Luglio 1550

Il piccolo Pedro aveva un nome importante per l’epoca, un nome che portava alla mente un luogo lontano che si era fuso nel sangue di Napoli. Ma anche un nome simbolo di autorità, di risolutezza. Il nome di chi aveva permesso la rinascita di quella città. Don Pedro da Toledo.

Il vicerè spagnolo aveva dato tutto a Napoli, con lui i cittadini avevano dimenticato la peste. La sua mano aveva riplasmato sotto tutti i punti di vista l’anima della città, specialmente l’urbanistica. I palazzi, le vie, i quartieri, erano cambiati da quando era lui a comandare. Erano nate nuove arterie importanti come la grande Via Toledo, ma anche vie più piccole e tortuose. Vie che godevano solo di pochi minuti di sole al giorno, destinate ad un ambiente selezionato proprio dal grande Pedro da Toledo. Quei ciottoli che proprio in quel momento stava calpestando il nostro piccolo protagonista.

Erano i quartieri spagnoli, creati dal viceré per ospitare il suo esercito e le famiglie dei soldati. Vicoli stretti e bui dove era nato il piccolo Pedro. Napoletano di nascita ma di sangue spagnolo. Primogenito di uno dei soldati migliori, Vicente Raul, di animo nobile e devoto a Don Pedro. Il ragazzino era nato e cresciuto in quelle strade. Parlava la lingua del posto, dello spagnolo non conosceva nulla a parte qualche parola. Era la sua curiosità che lo portava a chiedere a suo padre il significato delle parole che ascoltava quando lui parlava con i suoi amici. Il padre era ben felice di tramandare qualcosa della sua lingua madre, anche se sapeva che se il giovane voleva farsi strada doveva mescolarsi bene con il resto della popolazione, imparare le loro usanze, interagire con loro. Era nato in quella città e doveva esserne parte.

Era molto legato a quei luoghi, specialmente a quel quartiere. Suo padre gli aveva spiegato che era nato per loro, che il popolo li aveva accolti e loro dovevano rispettare ogni sasso di quel posto. Vicente credeva fermamente a quello che diceva. Rispettava tutti ed era rispettato da tutti. Ma non tutti erano come lui, lo sapeva. Pedro ogni giorno camminava per le vie di Napoli insieme a sua madre. Tutti erano gentili con lui, ogni commerciante, ogni ufficiale, persino ogni passante lo salutava calorosamente. Era un bambino intelligente e con un padre così virtuoso sarebbe sicuramente cresciuto bene. Il popolo amava osannare i suoi eroi, ci teneva a dimostrare quanto apprezzasse l’operato dei soldati spagnoli.

“Tenete signora, un pezzo di pane per voi. No, non vi preoccupate. E’ da parte nostra, non mi dovete niente“

“Signora, permettete un fiore per la vostra bellezza? Salutatemi vostro marito”

“Piccolo, sei identico a tuo padre. Vi ricordo sempre nelle mie preghiere”

Si sentivano protetti e coccolati dal calore che emanava quella città. La sera Pedro raccontava al padre quello che aveva visto durante il giorno, il petto di lui si riempiva di orgoglio mentre la madre li guardava teneramente.

-Papà perché tutti ti conoscono?

-E’ normale piccolo mio. Noi siamo i soldati di Don Pedro. Grazie a noi tutti possono vivere al sicuro e pensare solo a come vivere felici

-Ma tu non sei di Napoli, perché lo fai?

-Non serve essere napoletano per amare Napoli. Io sono spagnolo ma vivo qui e tu sei nato qui. Napoli ci ha accolti e noi dobbiamo fare qualcosa per Napoli. E poi io sono un soldato. Chi mi comanda ha un grande cuore e ordina a tutti i soldati come me di tenere sicura la città

-Ma non hai paura?

Vicente prese in braccio suo figlio facendolo volteggiare in aria.

-Tuo padre non ha paura di niente! Ce l’abbiamo nel sangue, siamo coraggiosi e nulla ci fa paura

-Ma anche quando eri piccolo come me non avevi paura

-Quando ero piccolo come te avevo tanta paura di quello che non conoscevo. Ma poi sono diventato quello che sono, ora conosco gli uomini e non mi fanno più paura. E poi noi siamo armati, vedi questa spada, questa lancia? Sono armi, le porto con me per spaventare i cattivi

-Quindi tu non uccidi le altre persone?

-Certo che no, piccolo mio. Non serve uccidere le persone per guadagnarsi il rispetto. Basta far capire ai cattivi che sei forte, non serve usare la forza. Un giorno lo capirai, da grande. Anzi, ti voglio far vedere una cosa

Mise il figlio a terra. La madre li guardava curiosa, Vicente si era liberato del piccolo quando si tolse la corazza e la maglia. Era a torso nudo davanti al figlio e con un dito indicava un segno sul petto.

-Vedi questo disegno sul mio petto?

-Sì, è un cerchio

-Certo, ma vedi cosa c’è dentro questo cerchio? Riconosci questo animale?

Pedro fece segno di no con la testa, era ancora piccolo e non conosceva ancora gli animali selvatici a parte quelli che aveva visto su alcuni libri illustrati

-Te lo dico io cos’è. E’ un leone, l’animale più forte che esista al mondo. E’ come un grosso gatto ma con tanti capelli. E’ grande quanto un vitello. Con un solo ruggito può spaventare decine di nemici. Nel posto dove vive è lui che comanda. Vedi? Il tuo papà è come un leone. Basta solo ruggire ogni tanto e i nemici più codardi scappano con la coda tra le gambe

-Ma perché hai quel disegno sul petto?

Vicente era divertito e commosso da una domanda detta in maniera così innocente. Aveva ragione, gli aveva fatto vedere il tatuaggio ma non gli aveva spiegato il perché di quel disegno.

-Hai ragione piccolo mio. Vedi, il tuo papà fa parte di una squadra nominata “squadrone Chimera”. La chimera è un animale di fantasia. In pratica nei libri e nei racconti dell’immaginazione la chimera è un animale che ha la testa di un leone, il corpo di una capra e la coda di un serpente che sputa fuoco. E’ spaventoso e bisogna veramente starne alla larga perché è pericoloso

Il piccolo si portò le mani al viso coprendosi gli occhi.

-Ma non ti preoccupare, è solo un animale di fantasia. Non esistono in natura, ti assicuro che non lo incontrerai mai di persona. In pratica ci sono questi tre animali diversi che compongono la chimera. Nel nostro squadrone siamo in quattro a farne parte. Io, tuo zio Miguel, Armando e Rodrigo, gli amici di papà che hai visto spesso. Per gioco ognuno di noi ha scelto un animale per ogni casato. Io e mio fratello abbiamo il leone, siamo la testa della chimera, la ragione. Armando invece è la capra, perché parte sempre per primo senza ragionare. Poi c’è Rodrigo

-Il serpente?

-Esatto, sei stato attento? Lui è il serpente perché ha la lingua lunga, è bravo con le parole più che con il pugno. Ci siamo fatti disegnare questi animali per imprimere nella nostra storia il legame che ci unisce. Quindi sappi che tu sei il figlio di un leone, quindi sei un leone anche tu

-Come fanno i leoni?

-Come fanno i leoni? Ma è semplicissimo, fanno ROAAARRRRR!

-ROAAARRRRRR!

-Bravissimo, più forte!

-ROAAARRRRR!!!

La madre scoppiò a ridere guardando i due uomini di casa che ruggivano e si divertivano. Quella notte suo figlio si addormentò sognando gli animali fantastici raccontati dal padre.

Il giorno successivo Pedro andò in giro come altre volte a cercare i suoi amici di gioco. Stava passeggiando per una via dei quartieri quando notò un bambino seduto sui gradini dell’ingresso di una casa. Sembrava triste e aveva il volto tra le mani. Pedro gli si avvicinò incuriosito.

-Ciao, come ti chiami?

Il ragazzino non rispose, rimase serio nella sua posizione.

-Ti va di venire a giocare con me e i miei amici?

L’altro alzò la testa e fissò Pedro. Probabilmente la domanda lo aveva attirato.

-Non posso, sto aspettando ma madre

-Dov’è tua madre?

-E’ qui dentro. Mi ha detto di aspettare seduto qui fuori

-Vuoi che ti faccia compagnia?

-Sì, siediti qui vicino a me

I due ragazzini stettero a parlare per un bel po’. Pedro scoprì che si chiamava Pasquale, non aveva fratelli né amici. Viveva da solo con la mamma, non aveva mai conosciuto suo padre. Pedro capì che era diverso da lui. Non aveva giochi, non aveva persone che durante la giornata erano con lui a tenergli compagnia. Almeno in quei pochi minuti non era solo, era insieme al suo nuovo amico e la tristezza si era allontanata. Il pensiero di essere un povero, un emarginato per poco tempo non c’era. All’improvviso la porta alle loro spalle si aprì. Uscì una donna, cercava di coprire il volto con la mano per nascondere le lacrime e la maschera di tristezza. Pasquale scattò in piedi e la abbracciò, lei lo allontanò.

-Andiamo Pasquale, dobbiamo tornare a casa

-Mamma, lui è Pedro, il mio nuovo amico

-Andiamo ti ho detto. Andiamo via di qui

Alle loro spalle un’altra figura uscì dal portone. Era un uomo, ad ogni passo la sua armatura produceva un rumore metallico. Era un soldato. Una volta uscito all’esterno Pedro lo riconobbe, era Rodrigo, uno degli amici del padre. Quando vide il bambino lo salutò accarezzandogli i capelli.

-Ciao Pedro, che ci fai qui? Vai a giocare con i tuoi amichetti

-Lui è Pasquale, il mio nuovo amico

-Bravo Pedro, hai un nuovo amico. Lo sai, troverai spesso Pasquale qui. Verrà tute le mattine con la mamma. Non è così Teresa?

La donna evitava di guardare negli occhi il soldato. Lui la prese come un’offesa e con le mani le girò la faccia nella sua direzione.

-Sto parlando con te, è buona educazione rispondere. Stavo dicendo che tu e tuo figlio verrete qui ogni mattina, non è vero? Io e i miei amici abbiamo tanta voglia di compagnia e tu sei così brava. Poi hai bisogno dei nostri, come dire, servizi. Ora fai la brava e vieni domani, intesi? Pedro, saluta il tuo amichetto che domani giocherete insieme

-Ciao Pasquale, a domani

-Ciao Pedro

Pasquale e la madre si allontanarono, nel frattempo Rodrigo si rivolse a Pedro.

-Vai a giocare anche tu, Pedro. Io ho da fare

Il ragazzino raggiunse i suoi amici e parlò del suo nuovo compagno. Gli altri erano ben felici di conoscerlo e giocare con lui il giorno successivo. Quando Pedro ritornò a casa era entusiasta e parlò con i genitori di quanto era accaduto quella mattinata. Stranamente loro non sembravano particolarmente felici, piuttosto preoccupati e lui non capiva il perché.

-Mamma, Pasquale è un bambino come me ed è solo. Non siete contenti?

-Certo che lo siamo amore mio. E’ che un bambino come te non dovrebbe vedere certe cose. Dimentica di aver visto Rodrigo trattare male quella povera donna

-Ma perché le parlava in quel modo? E’ la mamma del mio amico

-Vedi caro, non tutti gli uomini sono virtuosi e gentili come tuo padre. Esistono uomini che non sanno cos’è l’onore. Se ne approfittano perché hanno potere su altre persone. Non ci pensare

-Ma farà del male alla mamma del mio amico?

Si avvicinò il padre e prese la parola.

-Per nulla al mondo io lo permetterò. Ricordi quello che ti ho spiegato ieri riguardo al ruggito del leone? Io parlerò con Rodrigo e gli altri e gli dirò di non fare nulla di male a quella donna

-E ti staranno a sentire perché sei un leone?

-Esatto, siamo leoni!

Il bimbo continuò a giocare con i propri genitori prima di andare a dormire. Una volta messo a letto il piccolo i due continuarono a parlare di quell’accaduto.

-Perché sei così preoccupata Anita?

-Per quello che ha riferito Pedro. Lo sai anche tu quella povera donna cosa stava facendo lì con Rodrigo. Chissà in che condizioni di povertà vive con quel piccolo figlio per accettare un simile…

-Calmati Anita. Hai ragione, povera donna. Ma le cose stanno così e non è l’unica

-Quindi solo perché non è la sola a versare in questo stato non vale la pena preoccuparsi per lei?

-Non è questo che voglio dire. L’hai detto anche tu, gli altri non sono come me. Vorrei poter mantenere la promessa che ho fatto prima a Pedro ma so già i non riuscirci

-Perché dici questo?

-Perché Rodrigo non è solo. Anche altri con lui hanno portato in questo quartiere donne povere per soddisfare i loro bisogni di animali. Posso provare a parlare con loro ma difficilmente mi staranno a sentire

-Gente come tuo fratello? Non so proprio come sia potuto succedere che nella tua famiglia nascesse uno come lui

-Non è cattivo, Anita. Come non lo sono gli altri. E’ solo che il potere fa perdere la testa a qualcuno. Dai, non pensiamoci stasera. Ora andiamo a letto

La notte passò serenamente e il giorno dopo Pedro si svegliò tutto felice per andare ad incontrare il suo nuovo amico. Lo vide nello stesso punto del giorno precedente, con la solita faccia triste. Riuscì però a tirargli su il morale, lo accompagnò dai suoi compagni e quella mattina giocarono tutti insieme. Quando i due ritornarono dove si erano incontrati però la tristezza si fece risentire. La madre di Pasquale uscì dal portone con la testa bassa. Chiamò il figlio in fretta e se ne andò.

Per i giorni successivi la scena si ripeté finché un giorno Pedro non incontrò Pasquale che piangeva seduto sui soliti gradini.

-Ciao Pasquale, perché piangi?

-Mia mamma è stata male. Ha vomitato tutta la notte e stamattina non riusciva a camminare bene. Dice di avere forti dolori alla pancia

-E ora dov’è?

-E’ dentro questa casa come sempre, ma sono preoccupato per lei

-Magari se bussiamo ci aprono e glielo diciamo. Magari possono chiamare un dottore

-No, mi ha detto di non entrare. La aspetterò qui finché non ha finito, tu vai pure a giocare

Ma Pedro non aveva voglia di andarsene e lasciarlo solo. Si sedette accanto a lui e in silenzio aspettarono finché la donna non uscì. Pasquale le corse incontro stringendosi alla sua gamba. Lei camminava a malapena e trascinava le gambe come se stesse per cadere. Pedro in un impeto di coraggio iniziò ad urlare contro chiunque fosse celato in quella stanza. Per la prima volta percepiva dentro di sé la forza del leone e doveva far sentire il suo ruggito.

-Che cosa avete fatto a questa donna? Non vi vergognate di chiamarvi uomini? Sta male, chiamate un dottore e fatela curare!

L’eco del suo grido rimbalzò sulle pareti vuote della stanza. Pasquale e la madre si bloccarono per la paura ma dalla casa ancora non usciva nessuno.

-Non avete sentito? Siete dei farabutti! Uscite fuori e date una mano a questa donna!

Appena ebbe finito di parlare due braccia uscirono dalla porta e lo presero di peso. Gli fu messo un sacco di iuta sulla testa, poi una mano gli tappò la bocca mentre l’altra lo teneva fermo. Era dentro quella stanza e sentì un’altra voce parlare.

-Svelti, prendere anche la mamma e il figlio. Vediamo di risolvere questa situazione alla svelta. Tu, non togliere la mano dalla bocca di quel ragazzino. Non voglio che fuori sentano le sue grida

Gli uomini uscirono e velocemente rientrarono con Pasquale e sua madre.

-Che sta succedendo? Che vuole quel ragazzino che urlava?

-Parlava della donna che non stava bene, ora gli insegno io a tenere la bocca chiusa

-Aspetta, non lasciarlo ancora, potrebbe continuare ad urlare. Domandiamo a questo qui

-Già, di che parlava quel moccioso?

-Mia madre… Mia madre non sta bene. Stanotte continuava a vomitare senza riuscire a dormire. Ha bisogno di un medico

-Vomitato, dicevi? Rispondimi, tu, è vero quello che sta dicendo tuo figlio?

La donna ansimava dal forte dolore, non riusciva a parlare e si stese a terra.

-Sta male, non lo vedete? Fate qualcosa per lei

-Controllate come sta

Uno degli uomini le si avvicinò e le toccò la fronte. Ritrasse subito la mano.

-Scotta, ha la febbre. Che dobbiamo fare?

-Cosa vuoi fare? Te lo dico io cosa bisogna fare. Sai perché ha vomitato? Non è malata, è soltanto incinta

Di colpo un silenzio innaturale piombò nella stanza. Gli uomini si guardarono con sguardi di stupore.

-Di che vi sorprendete? Non sapete che è così che funziona?

-Ma ora cosa possiamo fare? Di chi sarà figlio?

-Ma di cosa stai parlando? Quale figlio? Non deve nascere nessun figlio. Io tengo fermo il bambino, voi sapete già cosa fare.

L’uomo che aveva una risposta per tutto prese di corsa Pasquale e lo tenne fermo e in silenzio mentre gli altri due iniziarono a dare calci alla povera donna stesa a terra. Il rumore delle fragili ossa che si spezzavano fece rabbrividire Pedro che per fortuna non poteva osservare la scena. I colpi continuavano, i due non si fermavano sebbene la vittima non desse più nessun segno di reazione. Non aveva più forze.

-Basta, ora finitela. Vedete come sta

Si avvicinarono per tastarle il polso, poi uno di loro diede la sentenza.

-E’ morta. Non respira più

-Idioti! Dovevate solo colpire la pancia! Sapete che i bambini nascono da lì oppure nessuno ve l’ha mai spiegato? Ora è troppo tardi, nessuno deve saperlo. Facciamo fuori questi due

Appena sentì quella frase, Pedro si fece coraggio e diede un morso alla mano che gli teneva la bocca chiusa dal sacco. L’uomo che lo teneva fermo mollò la presa, così lui poté allontanarsi e liberarsi. Fu allora che vide i volti dei carnefici. Quello che lo teneva fermo era Armando, a tenere fermo Pasquale era suo zio Miguel mentre chi dava gli ordini era Rodrigo. Erano i soldati che con suo padre dovevano tenere la città al sicuro, lo squadrone Chimera. Quando suo zio lo guardò rimase di sasso, non avrebbe mai immaginato di vedere suo nipote in quella circostanza.

-Pedro, che ci fai qui? Perché non sei a casa o con i tuoi amici?

Pedro aveva le lacrime agli occhi. La sua innocenza non riusciva a dare una spiegazione alla crudeltà che aveva dinanzi. Il suo amico spaventato e tenuto fermo, la donna stesa a terra, morta. Tremava, di colpo si era reso conto di quanto gli adulti possono essere malvagi.

-Cosa avete fatto? Perché lo avete fatto?

-Calmati Pedro, posso spiegarti tutto con calma

Prese la parola Rodrigo.

-Ma cosa vuoi spiegare? Lo vuoi capire che se lui esce da questa stanza per noi sarà la fine? Vuoi perdere tutto per colpa di un piccolo errore? Vuoi perdere il potere per così poco? Armando vallo a riprendere

Armando scattò verso Pedro e lo bloccò, il ragazzo non aveva più il coraggio di opporre resistenza.

-Cosa stai guardando ancora, Miguel? Il ragazzino, uccidilo prima che sia troppo tardi. Così incontrerà di nuovo sua madre in cielo

Miguel fece come gli era stato ordinato da Rodrigo. Prese il coltello dalla cintura e tagliò la gola del povero Pasquale. Il corpo del ragazzino cadde a terra, morì senza soffrire ma con ancora la scena della morte della madre davanti agli occhi. A terra i due visi si incrociavano in uno sguardo senza vita.

-Ora tuo nipote. Vai e fa ciò che devi fare.

Lo zio si mosse lentamente verso Pedro che cercava inutilmente di scappare dalla morsa delle braccia di Armando.

-Perché sei così lento? Uccidilo prima che combini un altro casino!

L’uomo si avvicinò al ragazzino. Delle lacrime uscirono dai suoi occhi, lo guardava mentre il braccio con il pugnale si alzava.

-Perdonami nipote mio. Hai sbagliato ad intrometterti in affari più grandi di te. Che Dio mi perdoni

Poi la mano si abbassò. La lama colpì la base del collo di Pedro. Armando lo lasciò cadere mentre dalla profonda ferita fuoriusciva un fiotto di sangue rosso scuro. Non era ancora morto del tutto, guardò un’ultima volta i suoi carnefici mentre la vita lo stava abbandonando. Il suo sguardo era pieno di rabbia, la rabbia che solo un bambino può avere. La rabbia di chi non ha avuto la fortuna di vivere la propria vita per le manie di grandezza di esseri malvagi. Mentre spirava però fece una promessa a sé stesso. Avrebbe vendicato quelle morti senza senso. Non sapeva come, non sapeva quando, ma sapeva che il suo spirito non avrebbe dimenticato quella carneficina. Sarebbero passati anni, forse secoli, ma la stirpe di quegli uomini cattivi sarebbe terminata in modo terribile, e le anime di tutti loro sarebbero bruciate nelle fiamme dell’inferno.

La sua anima sarebbe stata sempre lì, a vagare per quei quartieri alla ricerca di un animo nobile capace di assetare la sua fame di vendetta. La fame di un leone pronto a ruggire di nuovo.

https://youtu.be/ofUwxDsb424