
Andrea era felice, anzi era al settimo cielo, quello era il giorno del secondo compleanno del figlio. Aveva preparato tutto da settimane. Per prima cosa la giornata di permesso al lavoro. Sua moglie Sara non poteva allontanarsi dall’ufficio e lui era ben felice di darle una mano ad organizzare tutto. Con l’intera giornata libera poteva provvedere a tutto l’occorrente per la festa prevista per la serata. Palloncini, addobbi, bicchieri, dolci, spumante. Ma prima di tutto il regalo. Era da tempo che ci pensava, doveva essere un regalo originale e fatto proprio per il suo piccolo Giulio. Non voleva andare in un negozio della grande distribuzione, lì c’erano giocattoli per tutti i gusti, certo, ma doveva essere un regalo unico nel suo genere.
Si scervellava da giorni quando gli venne in mente un episodio di quando era piccolo. Suo padre un giorno lo portò in un negozio a Napoli chiamato l’Ospedale delle bambole. Sembrava piccolo ma l’interno era grandissimo. Il proprietario possedeva centinaia se non migliaia di giocattoli. C’era chi portava i propri giocattoli rotti per farli aggiustare, c’era chi donava giocattoli di figli che ormai erano grandi, c’erano giochi di ogni epoca. Andrea ricordava l’entusiasmo quando vide da piccolo quel luogo, un posto magico dove ogni bambino trovava il proprio giocattolo preferito. Ormai il padre di Andrea non c’era più quindi doveva arrangiarsi come poteva. Chiese alla madre, agli amici, ai conoscenti, ma nessuno aveva mai sentito parlare di quel posto. Quello che sicuramente ricordava era che il negozio si trovava nel centro storico ma di preciso non sapeva dove.
Proprio per quel motivo Andrea si era tenuto libero dalla mattina per andare alla ricerca di quel negozio, anche a costo di girare tutta la città. Percorse un po’ di vicoletti domandando ai negozianti ma senza risultato. Non poteva tardare molto, aveva gli altri impegni da incastrare bene. Stava quasi perdendo le speranze quando si trovò su Via San Biagio dei Librai. Entrò a prendere un caffè in un bar anche con il pretesto di domandare l’ubicazione del negozio. Si aspettava il solito “mi dispiace, non lo conosco” quando invece rimase sorpreso sentendo le parole “certamente, proprio più avanti nel viale a sinistra”.
Sprizzando visibilmente gioia da tutti i pori uscì dal bar e percorse un piccolo tratto di strada. Quello che si parava davanti ai suoi occhi era proprio l’ingresso del negozio che ricordava. Due grandi porte in alluminio e vetro oscurato, una piccola insegna di legno che portava la scritta “Ospedale delle bambole”, due gradini in marmo che portavano i bambini verso un luogo magico. Certo che ora da grande sembrava tutto di dimensioni normali ma ricordava che da piccolo vedeva quell’ingresso come un portale enorme con i gradini difficili da scalare.
La porta era chiusa, in cuor suo sperò che a quell’ora fosse ancora aperto. La aprì lentamente chiedendo permesso. Nessuno rispose. Decise comunque di entrare e di aspettare dentro. Appena entrò gli arrivò alle narici un odore strano. Sicuramente colla, parecchia, ma anche odore di qualcosa di molto vecchio. Si guardò intorno, c’erano giocattoli dappertutto. Da un lato solo bambole, tutte truccate e con vestiti colorati, su un’altra parete invece c’erano cavallucci di legno di tutte le misure, da un’altra parte invece c’erano giochi a molla e trenini. Andrea pensò che se esisteva il paese dei balocchi era proprio quello davanti a sé. Era immerso nei suoi pensieri, in un mix di ricordi e sogni fanciulleschi quando all’improvviso una voce lo riportò alla realtà.
-Desidera?
Era il proprietario del negozio. Sbucò fuori silenziosamente da una porta che dava sul retro. Andrea non lo ricordava così. In realtà non lo ricordava affatto, sperava che vedendolo qualche ricordo potesse riaffiorare ma la memoria di quel giorno da piccolo focalizzata soltanto tutti sui giochi che aveva visto. Il proprietario era anziano, molto anziano a dirla tutta. Camminava curvo ed aveva degli occhiali molto spessi. Andrea già se lo immaginava mentre ogni giorno operava i suoi bambolotti su un tavolo grezzo alla luce di una piccola lampada.
-Sì, salve. Cerco un giocattolo per mio figlio, ha due anni
L’anziano signore si massaggiò il mento con sguardo serioso.
-Due anni ha detto? Che genere di giocattolo cerca? Un gioco educativo, un cavalluccio, un trenino
-Non saprei. Anche se piccolo è un chiacchierone, stavo pensando a qualcosa per tenergli compagnia. Qualcosa da avere vicino e che gli ricordi quanto gli vogliamo bene
-Davvero un genitore premuroso, complimenti. Forse potrei avere qualcosa che fa al caso suo, mi può seguire nel retro? Ho qualcosa che ho riparato da poco e non ho ancora esposto
-Con piacere, grazie mille
L’anziano rientrò nella porta da cui era uscito prima, seguito da Andrea. Percorsero una prima stanza in cui erano conservati i pezzi di ricambio delle bambole. Erano tutti accatastati in scatoli ed ordinati per parti del corso. C’era una grande cesta con le gambe sinistre ed una con le gambe destre. Stessa cosa per le braccia, poi i torsi e le teste. In alcuni barattoli di vetro erano conservati gli occhi suddivisi per colore dell’iride, mentre in alcune buste di plastica c’erano i capelli di tutte le tinte. Era uno spettacolo che poteva definirsi abbastanza macabro. Tutti quei pezzi di corpo messi in ordine, tutte quelle teste che sembravano guardare attraverso le cavità vuote senza occhi. Andrea non era del tutto tranquillo, forse era la suggestione, ma gli sembrava che quelle piccole teste lo stessero seguendo e che quei sorrisi eterni erano rivolti a lui. Percorse quella stanza con un po’ d’ansia per poi proseguire in quella successiva, la sala operatoria.
Era una stanza spoglia, c’era solo un grande tavolo di legno con sopra una cassetta degli attrezzi. Vide un paio di grosse macchine a leva che probabilmente servivano come meccanismi per montare e smontare i giocattoli. Una luce gialla proveniente dal lampadario illuminava in maniere irregolare quel posto mentre un ventilatore girava a vuoto. Nella stanza permeava un forte odore di colla.
-Venite, qui ho alcuni peluche che sto riparando. Hanno un meccanismo a corda. Si tira e fanno delle cose
Prese in mano un pupazzo a forma di pinguino, tirò una corda sulla schiena e questo prese a muovere le braccia e la mandibola.
-Ho anche altri personaggi che fanno altri movimenti, che ne pensate?
Andrea era ancora provato dalle sensazioni che gli dava quel posto, non rispose subito per evitare di fare una brutta impressione al proprietario.
-Sì, bello. Se ha anche qualcos’altro me lo faccia vedere. Cercavo qualcosa di veramente originale
-Originale, certo. Questi sono tutti giocattoli originali. Non sono prodotti in serie, ognuno di loro è un’anima a parte. Qui non li trattiamo come oggetti, hanno una loro storia. Io personalmente provvedo a prendermene cura e sostituire le parti non funzionanti. Questo ad esempio era solo un peluche fermo, sono io che gli ho messo i componenti per farlo muovere
-Certo, certo, non volevo offendere. Sono tutti belli e preziosi, si vede. Posso vedere tra questi se c’è qualcosa che mi attira?
L’anziano signore fece un gesto con la mano per indicare uno scaffale. Andrea si mise a cercare tra i giochi. Alcuni erano proprio belli, doveva ammetterlo. Ognuno aveva un suo particolare, non esistevano giocattoli identici. Era proprio quello che faceva per lui. Si tranquillizzò e si mise a cercare. Era indeciso tra un pupazzo a molla a forma di cane e un’altro con dei pattini a forma di papero. Stava per chiedere al proprietario il prezzo quando vide in un angolo un giocattolo con le forme di una scimmietta. Si avvicinò e lo prese. Il pelo era molto morbido, aveva il volto sorridente. Lo girò per cercare dei meccanismi ma non trovò nulla.
-Questa cosa fa? Non vedo pulsanti
Il proprietario lo prese tra le mani con sguardo interrogativo.
-E questa che ci fa qui? Io non ti ho portato qui. Strano
Lo girò un paio di volte, poi si accorse che aveva un bottone dietro la caviglia destra. Lo schiacciò.
-Non so proprio cosa può fare, forse è ancora rotta
“Non so proprio cosa può fare, forse è ancora rotta”
La scimmietta iniziò a muovere le gambe ripetendo quella frase con una voce modificata. Ecco cosa faceva, ripeteva le parole e camminava.
-Forte, mi piace questa
“Forte mi piace questa”
-Ok, allora spegniamola prima. Senta, non so proprio questa da dove salta fuori. Forse faceva parte di una donazione che mi è stata fatta il mese scorso. Non ricordo di aver portato questo giocattolo in sala operatoria. Forse sto veramente invecchiando.
Si misero d’accordo per un prezzo onesto, il proprietario non era sicuro che il giocattolo fosse funzionante al 100%. Andrea uscì dal negozio felicissimo. Aveva trovato un regalo unico per suo figlio e un giorno lo avrebbe riportato in quel negozio come aveva fatto suo padre con lui. Il resto della giornata andò tutto secondo i piani, passò a prendere i rustici, la torta, i festoni, addobbò casa e impacchettò il suo regalo. Quando Sara tornò da lavoro con il piccolo Giulio rimase impressionata. Baciò il marito soddisfatta del suo operato e andò a prepararsi per accogliere gli ospiti che sarebbero arrivati dopo qualche ora.
La festa fu un successo, Giulio era contentissimo e ricevette tanti bei regali. L’ultimo che aprì fu quello dei suoi genitori.
-Sicuro di aver preso un regalo adatto?
-Certo amore. Gli piacerà sicuramente
Fu così, Giulio scartò il pacco e quando vide la scimmietta la abbracciò con forza.
-C’è anche un pulsante, ora ti faccio vedere cosa fa
Premette il pulsante e mise il giocattolo a terra poi sottovoce disse al bimbo di dirgli una frase. Giulio si avvicinò alla scimmia e disse la prima cosa che gli venne.
-Ciao scimmia
“Ciao scimmia”
La scimmia fece qualche passo verso di lui, tutti guardarono incuriositi la sua reazione. Giulio fece un gran sorriso e riabbracciò quel suo nuovo amico. Andrea e Sara si guardarono commossi, avevano regalato un’emozione grandissima al loro piccolo amore. Quella notte il piccolo Giulio prese sonno dando la mano al suo nuovo amico mentre i suoi genitori finivano di mettere tutto in ordine.
-Che dici cara, abbiamo preso un bel regalo?
-Eccome. Non vedi com’era contento? Dove lo hai trovato?
-Non ci crederai, è stato un affare. Ricordi quel negozio che ti ho raccontato? Quello in cui mi portò mio padre da piccolo? Stamattina l’ho trovato. Dentro era pieno zeppo di giocattoli unici. Quella scimmietta l’ho trovata per caso e subito mi ha convinta. Il proprietario del negozio mi ha detto che se dovessero esserci problemi possiamo riportargliela
-E bravo il mio maritino. Hai colto nel segno secondo me. Ora andiamo a dormire che sono stanchissima
-Tranquilla, qui finisco io. Inizia ad andare a letto
Andrea finì di mettere tutto a posto, poi passò nella cameretta di suo figlio per dargli un ultimo bacio della buonanotte. Entrò e vide che già dormiva profondamente accanto al nuovo giocattolo. Si avvicinò alla culla per dargli un bacio quando vide che il selettore era su ON. Se quel giocattolo si fosse attivato avrebbe sicuramente svegliato Giulio, quindi senza far rumore lo prese e lo disattivò, poi lo ripose sulla scrivania insieme ad altri giocattoli e andò finalmente a riposarsi.
Come ogni mattina era Sara a svegliarsi prima, preparò la colazione e andò a svegliare Andrea.
-Svegliati amore che oggi devi andare al lavoro
-Mmm… Certo cara, mi preparo e facciamo colazione
Andrea dopo essersi lavato e vestito raggiunse sua moglie in cucina. Tutto era già pronto per la colazione. Dopo le frasi dolci e le organizzazioni di routine per la giornata, Sara fece una domanda ad Andrea.
-Comunque ieri potevi togliere la scimmietta dalla culla di Giulio. Era accesa, stamattina per poco non ripeteva il suono dei miei passi. Ho dovuto spegnerla io
-Ma che dici? Ieri l’ho tolta dalla culla e l’ho messa insieme agli altri giocattoli
-Impossibile, stamattina era con Giulio. Pensi che a due anni nostro figlio sia stato capace di scavalcare, prendere la scimmia e ritornare a letto?
-Strano, forse ricordo male ma ero convinto che l’avessi fatto io
-Forse stai lavorando troppo. Lo dico sempre io che quel lavoro ti stressa
Diede un bacio in fronte ad Andrea che ancora non riusciva a capacitarsi di quel ricordo della sera prima. Probabilmente era davvero troppo stanco ed aveva ragione lei. Finì di prepararsi, salutò Sara e Giulio ed andò al lavoro. L’organizzazione di tutti i giorni era quella, Andrea al lavoro, Sara che accompagna il piccolo dai suoi genitori per poi andare anche lei a lavorare, poi tutti insieme di nuovo la sera.
Quella sera Andrea fece più tardi in ufficio per le solite scadenze di fine mese. Quando rientrò a casa sentì le urla di Giulio già dalle scale. Aprì la porta e vide Sara che teneva in braccio il piccolo che si disperava.
-Buonasera. Che succede qui?
-Succede che questo birbante non vuole proprio staccarsi dalla sua scimmietta. Già stamattina ho dovuto portarla con noi dai nonni, e stasera mi hanno detto che è stato tutta la giornata a parlare con lei. Ora vorrei cambiargli il pannolino ma non vuole separarsene
Andrea si avvicinò a suo figlio parlando dolcemente.
-Piccolo ma che mi fai sentire? Dai, mamma deve solo cambiarti e poi potrei giocare con il tuo amichetto. Le vogliamo dare un nome
-Si chiama Kofi
-Che bel nome! Mi piace, lo hai scelto adesso?
-No, si chiama così
-Ok, ok, allora diciamo a Kifi che dobbiamo fare un servizio importante e poi giochiamo con lui
Si avvicinò al giocattolo parlando a voce più alta.
-Kofi noi ora andiamo a cambiare il pannolino, poi veniamo da te, ok?
“poi veniamo da te, ok?”
-Visto? Ha capito, ora però andiamo
Andrea riuscì a convincere Giulio a cambiare il pannolino ma subito dopo il piccolo corse dal suo giocattolo per continuare a giocare.
-Ciao Kofi
“Ciao Kofi”
-Come stai Kofi?
“Come stai Kofi”
-Ti voglio tanto bene
“Ti voglio tanto bene”
Tutta la serata proseguì con il dialogo tra i due nuovi amici. Sara e Andrea riuscirono a malapena ad ascoltare il TG ma non dissero nulla. Erano divertiti a vedere il loro piccolo dialogare con quel giocattolo. L’indomani si ripeté la scena del mattino prima a colazione. Sara ammonì di nuovo Andrea di non aver tolto Kofi (ormai anche loro lo chiamavano per nome) dalla culla di Giulio, ma stavolta Andrea si scusò di non averlo fatto.
Per i tre giorni seguenti il piccolo mostrava sempre più attaccamento verso quel giocattolo. Era irascibile e nervoso e solo quando giocava con lui diventava tranquillo. Per quel motivo una sera Sara chiamò in disparte Andrea per parlargli.
-Amore dobbiamo prendere un provvedimento prima che la situazione ci sfugga di mano
-Che intendi Sara?
-Guarda qui, lo sai cosa è successo?
Sara mostrò un delle piccole ferite sulla mano
-Sembrano graffi, come te li sei fatti?
-Sono i segni di un morso, Andrea. Me li ha fatti Giulio quando gli ho tolto di mano la scimmia. Mi ha morso, capisci? Non lo aveva mai fatto
-Calmati amore. Anche altri miei colleghi mi hanno raccontato di quando i loro figli si sono attaccati troppo a dei giocattoli. Magari è solo in questo periodo, poi ne avrà un altro e si dimenticherà di Kofi
Andrea riuscì a convincere la moglie ma a patto che il piccolo dormisse senza la sua scimmietta, che sarebbe stata spostata nel baule dei giochi durante la notte. Quella sera non fu facile addormentare Giulio ma dopo un po’ di tempo la stanchezza diede una mano a farlo dormire.
Il giorno dopo Andrea rincasò dal lavoro più tranquillo. Suo figlio non piangeva e non stava giocando con la scimmietta. Guardò con sguardo interrogativo Sara che rispose alzando le spalle. Il pericolo era rientrato, forse lei era stata troppo frettolosa nel dare una conclusione catastrofica. Andrea le si avvicinò.
-Non ci ha giocato proprio?
-Un po’ dai nonni sì, mia madre mi ha detto che ci ha giocato ma poi ha fatto anche altro
Mentre i due parlavano Andrea fu attratto da una canzone. Era Giulio che stava cantando con quella sua vocina dolce da bimbo. Era un motivetto strano ma melodioso. Non gli ricordava nessuna canzone che conoscesse, anche le parole non sembravano in italiano ma, si sa, i bambini ripetono tutto quello che ascoltano. Si avvicinò al piccolo per parlargli.
-Cucciolo che cosa canti?
-E’ la canzone di Kofi, ti piace?
-Ah, Kofi canta anche? Non ripete soltanto?
-No, canta
E riprese a cantare quel motivetto. Dopo cena Andrea domandò a sua moglie dove fosse il giocattolo, pensava alla risposta che gli aveva dato il figlio e voleva ricontrollare le funzionalità. Non ricordava che potesse cantare. Rimase in cucina ispezionando l’oggetto ma senza risultato. Quella scimmietta poteva solo ripetere e muovere le gambette, punto. Forse il bambino stava solo lavorando di fantasia. Ripose il giocattolo nella cesta e raggiunse la moglie a letto.
Mentre dormiva fu svegliato di colpo da Sara. Gli tirava il braccio mentre sussurrava il suo nome.
-Che c’è amore? Stavo dormendo
-Amore svegliati, guarda
Andrea aprì gli occhi, quando questi si abituarono al buio vide una piccola ombra accanto alla porta della stanza. Dopo aver messo a fuoco riconobbe i tratti di Kofi. Era rivolto verso di loro e per la prima volta vide nel suo tenero sorriso qualcosa di malato.
-Che ci fa lì? Io l’ho posato nella cesta
-Ah sì? Quindi è venuto qui da solo? Sei solo un’idiota! Mi hai fatto prendere un colpo. Tu e i tuoi stupidi scherzi del cavolo
-Amore, ma non sono stato io
-Certo, come no?
Sara si girò dall’altro lato e non rivolse la parola ad Andrea fino al mattino successivo. A colazione era fredda, era ancora arrabbiata con lui e non riusciva a dare una spiegazione diversa se non che il marito avesse voluto spaventarla con uno stupido scherzo. Andrea evitò di insistere sulla sua innocenza, tra l’altro la versione di Sara era la più plausibile e lui non era riuscito a dare una spiegazione diversa all’accaduto.
Il comportamento scontroso di Sara però durò solo quella giornata. Quando Andrea tornò da lavoro lo accolse con un abbraccio forte e con parole di scusa. Andrea non riusciva a capire cosa stesse succedendo, la moglie piangeva e non riusciva a parlare. Giulio era con loro nel salone, ma stava giocando con il suo giocattolo e sembrava che non badasse alla presenza degli altri. Il suo dialogo con Kofi intervallava quello dei suoi genitori.
-Sara calmati, spiegami che succede?
-Amore devi portare quel giocattolo al negozio. O magari buttarlo, bruciarlo. Ti prego
Continuava a piangere mentre il piccolo dialogava con Kofi senza fermarsi
-Ciao Kofi
“Ciao Kofi”
-Come stai?”
“Come stai?”
-Amore stai tranquilla. Siediti e spiegami tutto
-No che non sto tranquilla
-Ciao Kofi
“Ciao Kofi”
-Come stai?”
“Come stai?”
-Dimmi cosa è successo? Riguarda Giulio?
-Certo che riguarda Giulio. Oggi da mia madre all’improvviso ha preso un coltello dal tavolo e l’ha usato contro di lei!
-Calmati amore. Tutti i bimbi prendono gli oggetti per casa ed imitano i grandi. Magari tua madre ha lasciato il coltello in bella vista
-Non mi interrompere. Con il coltello le ha ferito un polpaccio, capisci? Mia madre glielo ha tolto di mano ed ha cercato di parlargli e lui sai cosa le ha detto? Che è stato Kofi ad ordinarglielo!
-Ciao Kofi
“Ciao Kofi”
-Come stai?”
“Come stai?”
-Amore ti prego, calmati. Ci deve essere una spiegazione
-A me non interessano le spiegazioni! Devi assolutamente buttare quel giocattolo. Sta avendo una cattiva influenza sul piccolo
Sara piangeva a dirotto e si lanciò nelle braccia di Andrea.
-Tesoro, se pensi che possa essere questa la soluzione allora domani riporterò indietro il giocattolo. Magari ne prenderemo un altro, però adesso tranquillizzati e siediti. Ti prendo un po’ d’acqua
-Ciao Kofi
“Ciao Kofi”
-Come stai?”
“Bene”
Andrea e Sara si guardarono negli occhi mentre il loro sangue si raggelò nelle vene. Anche se stavano dialogando animatamente furono attratti dalle parole che avevano sentito alle loro spalle. Il giocattolo non aveva ripetuto la frase detta da Giulio, quella che sentirono era sicuramente la voce del piccolo storpiata dal meccanismo elettronico, ma non era possibile che avesse risposto alla domanda. Quei secondi che passarono sembravano ore, Gli sguardi attoniti dei coniugi rimasero incollati gli uni agli altri mentre sentivano bambino ridere. Fu Sara ad interrompere quel silenzio quasi fastidioso.
-Amore ho paura
Andrea si fece coraggio e corse in direzione di suo figlio. Gli strappò di mano la scimmietta e uscì dalla porta di casa. Dalle scale sentiva le grida di pianto di Giulio e la moglie che cercava di calmarlo. Uscì fuori dal palazzo senza sapere cosa fare. Correva, correva veloce senza una meta. A quell’ora il negozio era sicuramente chiuso quindi era impensabile andare fin lì per riportarlo all’anziano signore, aspettare il giorno successivo era una follia. Andò verso l’auto parcheggiata lì vicino, gettò il pupazzo sul sedile passeggero e mise in moto. Dei tuoni in lontananza preannunciavano un temporale, in pochi minuti una bomba d’acqua si riversò sulla città. Andrea riusciva a malapena a vedere la strada, i tergicristalli non riuscivano a spazzare tutta l’acqua sul parabrezza. Mentre guidava continuava a gettare sguardi verso il sedile di fianco, verso quell’oggetto inanimato che gli incuteva tanto timore. All’improvviso questo emise una musica strana. Riconobbe subito il motivetto che qualche giorno prima suo figlio cantava a casa. Provò a tapparsi un orecchio mentre guidava, ma sentiva indistintamente quella musica. Era come se venisse da dentro, dal suo cervello. Sentiva dei tamburi echeggiare, un coro di voci maschili intonare un motivo ripetitivo.
E poi quella voce. Una voce squillante che gli parlava.
“So che mi senti Andrea”
Chi era? Uno spirito intrappolato in quell’oggetto? Un gioco maledetto?
“Uccidili. Uccidili tutti”
-No! Lasciami stare
“So che anche tu lo vuoi. Ascoltami ed uccidili tutti”
-Ti ho detto di lasciarmi stare!
Con chi stava parlando? Era forse impazzito? La pioggia continuava a inondare le strade e Andrea ormai non sapeva più dove si trovasse. Girava a vuoto mentre quella voce nella sua testa lo distraeva. Si accorse solo troppo tardi che davanti a lui c’era un parapetto. Frenò bruscamente, le ruote si bloccarono ma continuarono a scivolare sull’asfalto bagnato. Si sentì un rumore assordante. La macchina sfondò il muretto basso di Corso Vittorio Emanuele e fece un salto per poi piombare in Via Crispi in un impatto che sveglio tutto il vicinato. La macchina si accartocciò su sé stessa, dall’esterno era impossibile riconoscere il modello. I vigili del fuoco e i soccorsi arrivarono solo più tardi, quando per Andrea non c’era più nulla da fare. Riuscirono a tirare fuori dall’auto la sua carcassa con numerose ossa rotte. La moglie Sara fu informata dalle forze dell’ordine la notte stessa. Era a letto senza riuscire a prendere sonno. Per fortuna era riuscita a calmare Giulio che dormiva serenamente nel lettone vicino a lei.
Quando il giorno dopo fu chiamata per riconoscere il cadavere di Andrea ebbe il coraggio di chiedere agli agenti che erano presenti sul luogo se avessero trovato nell’abitacolo dell’auto un giocattolo. Gli agenti si guardarono straniti, era una richiesta insolita da parte di una giovane vedova prematura. Le risposero che non avevano trovato niente nell’auto. Nessun bambolotto delle fattezze di scimmia fu mai ritrovato nel luogo dell’incidente.
