12 Febbraio 2013

Pioveva quella notte. Pioveva da giorni e sembrava non smettere mai anche se Fabio continuava a ripetersi quella vecchia battuta di un famoso film. Non poteva piovere per sempre. Seduto sui gradini di un antico palazzo in Via Ferrante Imparato guardava davanti a sé fregandosene dei vestiti inzuppati. Era assorto nei suoi pensieri a dare un senso ai ricordi. Pioveva come in quella canzone che amava tanto, ancora di più da quando ne aveva scoperto il significato. Con i pensieri tornava indietro di qualche mese.

Fabio Scognamiglio, un ragazzo come tanti. Ventisette anni, di bella presenza ma fragile, molto fragile. Appassionato di film e musica. A scuola però mai tra i primi della classe, ma nemmeno tra gli ultimi. Uno come tanti, uno dei tanti. Era così che si sentiva per tutta la vita, forse anche a causa dei genitori che non gli avevano mai dato coraggio. Forse sarebbe bastato un semplice “ce la farai”, o magari un “devi solo trovare quello che ti piace, quello in cui sei bravo”, o ancora “crediamo in te, non sentirti a terra”. Niente di tutto questo, solo degli sguardi di delusione nemmeno troppo accentuati. Come dare torto ai genitori però, loro non erano della sua generazione. Anche loro da piccoli hanno subito lo stesso trattamento e per questo non hanno mai migliorato la loro situazione economica.

Forse per questi motivi, ma ancor di più per il suo carattere fragile, Fabio decise di abbandonare gli studi dopo le superiori. Il giorno stesso dell’esame orale decise che non sarebbe andato avanti e per di più di non sfruttare nemmeno il suo diploma di perito. Voleva una vita a misura sua, poche piccole soddisfazioni e il giusto per andare avanti. Aveva uno zio che lavorava in una grossa ditta di Import-Export nella Zona Industriale, chiese a lui una mano. Lo zio non se la sentì di voltargli le spalle. Non provò nemmeno a convincerlo a rivedere le sue scelte, magari per il bene dei suoi genitori. In cuor suo anche lui sapeva che ogni scelta sarebbe stata la stessa per quei due poveri apatici. Lo presentò al suo titolare, la prima impressione non fu la migliore, come dargli torto. Un ragazzo smilzo, senza un briciolo di sicurezza, sarebbe stata la scelta migliore? Forse per pietà, forse per dargli po’ di coraggio decise infine di farlo lavorare.

Fabio cominciò il suo primo lavoro, dal basso. Cominciò come addetto alle pulizie dei magazzini, un piccolo lavoro senza troppe responsabilità in modo da non pressarlo troppo. A lui non dispiaceva, aveva guadagnato un briciolo di indipendenza, e poi stare impegnato e dare una mano tutto il giorno era quello che voleva. I primi mesi passarono senza stravolgimenti, il lavoro non lo affaticava troppo e riuscì a stringere qualche amicizia con gli altri dipendenti. Quelli bravi ed educati, si intende. C’era sempre qualcuno che fregandosene del suo carattere sensibile lo prendeva di mira, ma erano pochi e riusciva a gestirli. Quando il suo datore di lavoro gli promise un cambio di mansione, dalle pulizie alla catena di montaggio, Fabio decise di dare un’altra piccola svolta alla sua vita. Sarebbe andato a vivere da solo.

Doveva cominciare la mattina presto e con i turni non avrebbe avuto sempre lo zio che lo accompagnava la mattina. Con l’aiuto del suo capo trovò in affitto un piccolo appartamento proprio sulla strada della fabbrica dove lavorava. Avrebbe dovuto percorrere solo qualche centinaia di metri a piedi, era l’ideale per non pesare più sulle spalle della sua famiglia. L’appartamento era piccolo, solo tre stanze ma per lui era più che sufficiente. Lo stabile era di vecchia costruzione e non aveva idea di chi fossero gli altri inquilini, ma quello per lui non era un problema. Il suo piccolo mondo era delimitato dalle mura del suo appartamento e lì si sarebbe finalmente sentito a casa. Il giorno del trasloco salutò i suoi genitori alla solita maniera, come se stesse uscendo per rientrare la sera. Forse riuscivano a trattenere bene le emozioni, in quello erano maestri. Arrivò nella sua nuova casa, la sua nuova vita.

I giorni seguenti cominciò anche il nuovo lavoro in fabbrica. Gli orari erano diversi e stressanti, ma per Fabio ne valeva la pena. Arrivava alla ditta a piedi da casa, il tragitto durava pochi minuti. Fin dal primo giorno però si sorprese di un particolare che non aveva mai notato nei mesi precedenti quando arrivava al lavoro accompagnato dallo zio. Quella strada era sempre piena di prostitute, ad ogni ora del giorno. Non solo di notte, celate da un’oscurità che riusciva a malapena a nascondere il pudore, ma anche in pieno giorno. Non credeva possibile che fosse così, possibile che quella strada era una vetrina a cielo aperto? Forse dai finestrini dell’auto non le vedeva o forse era distratto. Magari negli orari del precedente impiego non c’erano o erano già all’opera. Ingenuamente ne parlò in mensa con qualche suo collega.

-Ciao Giovanni. Sai, da quando abito qui vicino ho notato una cosa. Lo sapevi che qui vicino è pieno di prostitute? A tutte le ore del giorno

-Certo Fabio, non lo sapevi? Ma stai domandando giusto per sapere o ti stai informando per gli orari? Dovresti chiedere ad Antonio, forse ti può far avere anche uno sconto, dovrebbe conoscerle tutte ormai

E giù tutti a ridere. Fabio non rideva, non sapeva se quella era una battuta oppure era davvero l’unico a non rendersi conto di quel mondo intorno a lui. Evitò di chiedere ancora, sapeva che se qualcuno gli avesse rivelato di essere un cliente di quel servizio ci sarebbe rimasto male. Preferiva rimanere nel dubbio, anche se aveva capito come mai qualcuno non rientrava subito a casa dopo essere uscito dalla ditta.

I giorni seguenti percorse il tragitto casa-lavoro e lavoro-casa sempre a testa bassa, badando a non incrociare mai lo sguardo con quelle donne. Anche se non le guardava attentamente aveva notato che avevano tutte la pelle scura. Quando passava sentiva le loro voci che lo invitavano a fermarsi.

“Ciao bel ragazzo”

“Tutto solo? Vuoi compagnia?”

“Vieni qui con me”

Si sentiva come Ulisse che passava in mezzo alle sirene, con la differenza che lui non aveva bisogno di essere legato per lasciarsi andare alle loro tentazioni. Non aveva paura di loro, né tanto meno ribrezzo. Sapeva bene che tante di loro se non tutte non erano lì per scelta. Stavano solo recitando la parte delle donne fatali quando in realtà avevano una catena al collo che le legava ai veri carnefici. Non le biasimava, ma voleva che restassero fuori dal suo mondo, da quel piccolo universo che stava costruendo ogni giorno. Arrivava perfino in ditta con la testa abbassata e qualcuno ne aveva scoperto il motivo

-Fabio dove corri? Le amiche tue ti stanno seguendo? Si vede che si sono proprio innamorate di te!

Altre risate, lui faceva finta di non sentirle ormai. Per fortuna c’era sempre qualcuno che lo tirava su di morale come Armando, un ragazzo più grande di lui. Era sposato ed aveva un figlio, aveva preso a cuore Fabio per la sua fragilità e provava sempre a dirgli le parole giuste per ogni occasione.

-Non ascoltarlo Fabio, è un cretino. Vieni qui che ci prendiamo un caffè e cominciamo il turno

Fabio sapeva il vero motivo di quel suo comportamento così schivo, era facile intuirlo. Era vergine. Nessuna fidanzatina da piccolo, nessuna ragazza alle superiori che gli si era avvicinata. Non usciva spesso, quindi non c’era alcuna possibilità che nell’immediato qualcuno lo potesse baciare, che lo potesse amare. Quella mattina mentre prendeva il caffè con Armando si mise a sfogliare il giornale. Passava da una pagina all’altra di cronaca svogliatamente quando un titolo attirò la sua attenzione, “Il killer delle prostitute ha colpito ancora”. Si mise a leggere attentamente l’articolo. Il cronista descriveva attentamente il macabro rituale di un serial killer che girava indisturbato per Napoli: la donna era stata uccisa poi successivamente le era stato asportato il cuore e le mani. Era già la sua settima vittima, ma finora non era stata data alcuna notizia, il motivo era facile intuirlo. Le prostitute sono vittime senza nome e senza nessuno che andrà a piangere la loro morte. Nei secoli quella categoria era stata da cavia a numerosi serial killer, senza che nessuno abbia mai dato un volto alle vittime. Quell’articolo non era da meno, non c’era nemmeno una piccola foto che ritraesse il volto della povera donna uccisa.

Dopo aver letto quell’articolo Fabio si sentì una persona diversa. Sembrava che quell’omicidio avesse dato una dimensione reale a quelle donne che ogni giorno incontrava sul suo tragitto. Erano vittime, questo lo sapeva già, ma potevano addirittura morire ed essere rimpiazzate come se nulla fosse. Non sarebbe più riuscito a vederle come prima, ora si rendeva conto che anche la sua piccola vita senza significato poteva essere migliore della loro.

Quel giorno lavorò in maniera distratta tutto il turno, la testa era altrove. Appena uscì dalla fabbrica camminò verso casa più lentamente, con lo sguardo alto. Incrociava le prostitute per strada e rispondeva con un sorriso di diniego alle loro richieste, come a dire “non fa per me, ma non vi giudico”. E loro sembravano contente, sorridevano di risposta. Per qualche altro giorno si ripeté la scena, finché anche loro non lo riconoscevano e lo salutavano. Fabio si rese conto che ora anche loro facevano parte della sua vita e le rispettava.

Fu in una giornata di Dicembre che Fabio nel tragitto vide una ragazza che non aveva mai visto prima di allora. Sembrava giovanissima, era in piedi con lo sguardo spaventato e tremava vistosamente dal freddo. Come tutte le altre aveva la pelle scura e il modo in cui era vestita non aiutava a prendere calore in una giornata così fredda. Fabio si avvicinò e le rivolse la parola.

-Stai bene? Hai freddo?

La ragazza non rispose, si guardava intorno impaurita. Forse non aveva compreso quello che le aveva detto o forse era spaventata da lui. Fabio prese una scelta, tornò di corsa a casa e tolse la coperta dal letto, poi scese e la portò alla ragazza. Lei lo guardò ancora impaurita ma il freddo era tanto e infine prese la coperta per avvolgersi dentro. Dopo qualche secondo arrivò un’altra ragazza che si rivolse al ragazzo.

-Tu brava persona, galantuomo

Fabio realizzò che se quello non era l’unico complimento ricevuto nella sua vita, era uno dei pochissimi.

-Lei nuova. Da oggi qui

Che bella accoglienza, pensò Fabio. Arrivata il giorno stesso e messa sulla strada a prendere freddo. Lei continuava a tremare, tra le braccia della compagna sembrava essere meno spaventata.

-Hai fame? Chiedile se ha bisogno di mangiare, forse non mi capisce

-Non ti capisce, non capisce ancora l’italiano. Ma è muta, non può rispondere

Era muta. Provava davvero tenerezza verso quella povera ragazza. Ritornò a casa e prese del cibo confezionato. Glielo portò, la ragazza lo prese con piacere. All’improvviso l’altra si fece seria e spaventata corse per la strada lasciando i ragazzi soli. Una macchina silenziosamente si avvicinò. I finestrini si abbassarono e dal lato passeggero si intravide un volto losco.

-Guagliò che ci fai ccà?

-La prego, mi aiuti. Questa ragazza ha freddo e fame. Non sta bene. Trema

-Con chi pensi di parlare, con il buon samaritano?

L’uomo scese dalla macchina e si avvicinò a Fabio dandogli uno spintone che lo fece ruzzolare a terra.

-Lei deve lavorare e tu devi farti gli affari tuoi. Capito?

Con un gesto plateale si portò la mano destra dietro la schiena. Non c’era bisogno di spiegazioni, stava per prendere una pistola. Fabio si alzò e prese a correre disperatamente verso casa. Arrivò nel suo appartamento e chiuse la porta con due mandate di chiavi. Era spaventato, andò in bagno ed iniziò a vomitare. Mai prima di allora la sua vita aveva avuto un avvenimento così fuori dal normale. Quella notte non riuscì a prendere sonno, aveva paura per quella povera ragazza ma sapeva di non poter fare nulla per lei.

Il mattino dopo andò a lavoro sul tardi, salutò Armando e si diresse al caffè per sfogliare il giornale. Girava le pagine in maniera ossessiva alla ricerca di qualche notizia riguardo quanto era accaduto la notte prima. Niente, per fortuna. Continuò il suo turno silenziosamente attendendo con ansia la fine. Finalmente uscì dalla ditta, fece il solito percorso ma stavolta domandando alle donne per strada se l’ultima arrivata era ancora lì. La vide nello stesso punto della notte precedente. Sempre gli stessi vestiti, sempre gli stessi brividi di freddo, un solo dettaglio in più. Un livido sulla guancia sinistra. Il sangue di Fabio ribolliva, sapeva di chi era la colpa ma ancora una volta si sentì impotente. Cercò di avvicinarsi per tranquillizzarla ma lei fece un passo indietro impaurita. D’impulso Fabio si guardò alle spalle, ma capì subito che non stava arrivando nessuno, la ragazza aveva paura di lui. Tornò a casa a prendere altre merende confezionate ma quando gliele portò lei rifiutò. La notte prima le avevano fatto capire che non doveva accettare nulla da quel ragazzo, il suo compito era solo lavorare e portare loro i soldi. Fabio si frugò nelle tasche, prese il portafogli ed estrasse qualche banconota.

-Tieni, prendili. Sono questi che vogliono? Prendili così stasera non dovrai lavorare

La ragazza non parlava, aveva uno sguardo interrogativo e non riusciva a spiegare cosa stesse facendo quel ragazzo. Si avvicinò l’altra ragazza e le parlò nell’orecchio in una lingua sconosciuta a Fabio. Sembrava aver capito, prese i soldi velocemente nascondendoli in una piccola borsa.

-Lei ha capito ora. Tu gentiluomo

Fabio tornò a casa di animo decisamente migliore rispetto al giorno prima. Accese lo stereo e mise una canzone a caso. Nel piccolo appartamento presero subito vita le prime note dei una canzone di Pino Daniele, Quanno chiove. Dal passato arrivò come un treno un ricordo, era con un suo compagno di classe che gli spiegava il significato di quella canzone che ora gli stava provocando lacrime di emozione. Ricordò che quella canzone era proprio dedicata ad una giovane prostituta che ogni giorno è costretta a fare un lavoro che non ha scelto, e della pioggia che sembra lavare i suoi peccati strappandole un piccolo sorriso. In quel momento capì che anche il suo piccolo cuore avvolto da una corazza poteva battere.

Nei giorni seguenti vide saltuariamente la ragazza. Qualche volta non c’era, ed era facile capire il perché. Era davvero una bella ragazza, anche in quelle vesti volgari non riusciva a nascondere una bellezza esotica di una dolcezza spiazzante. Una sera finì presto dal lavoro e riuscì a convincerla a seguirlo nel suo appartamento. Ci fu un imbarazzo iniziale quando lei prese a spogliarsi appena lui chiuse la porta alle sue spalle. Fabio cercò velocemente di spiegare che non voleva affatto stare con lei in quel modo. Voleva solo farla stare comoda, risparmiarle un’altra giornataccia. Lei pian piano capì e quell’ora a casa di lui la fece stare bene. Era un piccolo momento di pace in una vita di guerra. Fabio la guardava ed arrossiva, era davvero bella. Quanto avrebbe voluto parlare con lei, conoscerla meglio. Ma lei era muta, e lui non era bravo nemmeno con gli sguardi. Quando la riaccompagnò al solito posto le altre prostitute li guardavano commossi. Sembravano due adolescenti davanti agli occhi dei compagni.

Nelle settimane successive Fabio cercò di fare il possibile non solo per lei, ma anche per le altre ragazze, stando sempre attento a guardarsi intorno per evitare i brutti ceffi. A Natale senza farsi notare portò del cibo caldo da dividere con loro. Aveva finalmente dato un senso alla sua vita, anche se il suo pessimismo lo portava a pensare che sarebbe durato poco.

Al lavoro le cose erano cambiate da quando uno dei suoi colleghi lo aveva visto le sere precedenti insieme alla ragazza, ed aveva spifferato tutto. Un giorno arrivò a mensa e uno dei bulli cominciò a provocarlo.

-Ciao Fabio, come stai? Ho saputo che hai una fidanzata, quando ce la presenti?

Il silenzio era rotto solo da un mormorio di sottofondo. Fabio non rispondeva.

-Dai, ho saputo che è molto carina. Qualche volta portala qui, così ce la fai vedere.

Fabio cercava di trattenersi ma era difficile.

-Ma forse hai paura perché qualcuno potrebbe già conoscerla? Forse la conoscono in parecchi

Le mani di Fabio sudavano mentre si iniziava a sentire qualche risata.

-Che la vuoi tenere tutta per te? Dai, facciamo una volta a testa e fai contenti tutti

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fabio si scagliò con furia sul collega prendendolo per il collo. L’altro era più grosso e con un movimento del braccio lo fece cadere a terra. Il ragazzo con impeto prese il primo oggetto che gli capitò vicino, un thermos, e gli diede un forte colpo alla testa. L’altro prese a barcollare quando alcuni amici vennero in suo soccorso prima che potesse cadere. Fu solo l’intervento tempestivo di Armando che salvò Fabio dal linciaggio. Lo prese e lo portò velocemente nella sala del direttore. Una volta spiegato l’accaduto il capo ammonì il ragazzo consigliandogli di prendersi qualche giorno di ferie per riposarsi dal forte stress.

Fabio tornò a casa sconsolato e lì rimase fino a tarda sera. Dopo cena non riusciva a prendere sonno, così decise di uscire. Magari sarebbe andato a trovare la sua amica. A pensarci bene non aveva ancora un nome. Uscì di casa, stava cominciando a piovere così pensò subito a quella bellissima canzone di Pino Daniele. Con quelle strofe nelle orecchie si sarebbe recato da lei, ma poi cosa avrebbe fatto? Le avrebbe chiesto di seguirlo, di cambiare vita per sempre? Avrebbe trovato il coraggio di dichiararsi?

Stava camminando assorto nei suoi pensieri quando inciampò su un oggetto per strada. Era buio, quindi non riusciva a distinguere le ombre dagli oggetti. Tornò indietro per controllare cosa fosse, quando con la luce dello smartphone illuminò la scena rimase inorridito. A terra c’era una ragazza dalla pella scura con una ferita profonda al petto e senza le mani. Non c’erano dubbi, era un’altra vittima del serial killer delle prostitute. Doveva andare ad avvisare la sua amata.

Chiuse l’ombrello e cominciò a correre sotto la pioggia. In poco tempo raggiunse la piazzola dove lei era di solito ma non vide nessuno. Non c’era. Il cuore prese a battere all’impazzata finché non vide arrivare verso di lui un’altra ragazza. Era spaventata e cercava di farsi capire.

-L’ha presa. Quell’uomo l’ha presa

-Calmati. La ragazza muta? Hai preso lei?

-Sì, l’ha portata in un capannone più avanti. Quell’uomo l’ha portata con lui in quel capannone grigio

Doveva correre. Doveva raccogliere tutto il suo coraggio ed andare da lei a salvarla. Rallentò quando vide sul ciglio della strada una macchina. La riconosceva, era la macchina dei due energumeni che lo avevano minacciato tempo prima. Forse erano loro ad averla prese in ostaggio. La macchina era spenta, si avvicinò lentamente e dal vetro vide due figure all’interno. Ebbe paura che lo avessero visto ma fu subito stranito nel constatare che le due figure erano immobili. Con tutto il coraggio che poteva avere aprì la portiera e vide che quei due erano proprio gli uomini che ricordava, ma erano morti. Avevano entrambi un taglio al collo, inferto sicuramente con una velocità tale che le vittime non avevano avuto il tempo di reagire. Dunque non erano stati loro, chi poteva essere? Non era tempo per le domande, riprese a correre fino ad arrivare al capannone descritto dalla ragazza. Era grande e grigio, la catena che chiudeva il cancello era stata troncata di netto. Non c’erano dubbi, era quello il posto.

Fabio si avvicinò alla grande porta del capannone ed appoggiò l’orecchio per sentire cosa stesse succedendo. Sentiva una voce salmodiare una nenia in una lingua sconosciuta. Era la voce di un uomo, doveva essere proprio lui il serial killer che seminava il panico tra le prostitute. Un pensiero pervase la mente del ragazzo in quel momento. Perché le altre le aveva uccise mentre aveva sequestrato la sua amica? Inutile trovare una spiegazione, doveva agire come nei suoi film d’azione preferiti, anche se quelli erano solo film e il protagonista di solito usciva indenne con la sua amata in braccio. Ma quella era la realtà, e lui non era nemmeno armato.

Si decise, spalancò la grande porta con tutta la forza che aveva. Quello che vide non aveva senso. Un uomo, forse africano, era inginocchiato e brandiva un lungo machete mentre invocava una strana preghiera, la ragazza era legata con una corda ad una impalcatura in ferro. Intorno a loro c’era un cerchio di fuoco che lentamente si alzava. La ragazza piangeva, anche se le sue labbra non emettevano alcun suono. Fabio si mise ad urlare contro quell’uomo. Forse poteva distrarlo e guadagnare tempo anche se non sapeva dopo cosa avrebbe fatto. Il killer sembrava non ascoltare le parole del ragazzo, era in uno stato di trance. La sua voce cresceva di tono, e più cresceva più le fiamme salivano. Avvicinarsi a lui per disarmarlo era fuori questione, troppo rischioso. Fabio non aveva più idee, cercava di pensare velocemente ad una soluzione efficace e rapida ma si rendeva conto di essere inutile. Ancora una volta si sentiva una comparsa, come prima di conoscere quella ragazza bellissima.

Quando tutto sembrava perso vide in fondo al container un trattore. Gli balzò un’idea in mente, folle quanto semplice. Aveva poco tempo, l’uomo si era appena alzato per dirigersi verso la ragazza e compiere l’ennesimo sacrificio. Fabio salì sul trattore, le chiavi erano già nel quadro. Lo accese, mise in moto e accelerò in direzione del killer.

Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse facendo. L’uomo sembrò non badare al mezzo pesante che lo schiacciava al terreno. Non emise nemmeno un urlo quando il peso del trattore gli spappolò prima le gambe e poi la schiena. Rimase con il braccio teso che brandiva il machete. Fabio scese dal trattore, in quel momento le fiamme presero a diminuire fino a spegnersi. Corse in direzione della sua amata liberandola dalla corda. Ora poteva concludere con una frase da film, aveva tanto atteso quel momento.

-Va tutto bene, non ti preoccupare. Non ti farà più alcun male

La ragazza piangeva, era visibilmente provata. Fabio la aiutò a camminare fino alla porta. Fuori pioveva ancora a dirotto. Si sedettero a terra, anche lui era molto stanco. Aveva ancora tante domande senza risposta, ma in quel momento voleva solo stare accanto a lei. Avvicinò la sua testa a quella della ragazza, sperando che lo ricambiasse e ci fosse quel bacio così tanto atteso. Rimase sorpreso quando lei prese le mani e le posò sulla testa di lui.

In quel preciso istante Fabio fu catapultato in un’altra dimensione, come se la sua anima fosse strappata a forza dal corpo per viaggiare nel tempo e nello spazio.

Vide un piccolo villaggio africano, una piccola capanna con una donna che sta mettendo al mondo una bambina.

Vide delle persone prendere la bambina in braccio e pregare commossi.

Ascoltò le loro voci che parlavano di un prodigio, di un dono. Comprendeva tutte le loro parole.

Vide quella bambina crescere, diventare donna e curare le altre persone del villaggio.

Vide dei soldati, decine di soldati armati compiere una strage di uomini, donne, animali.

Vide la ragazza fuggire, aiutata dalle persone che lei prima aiutava.

La vide su una barca diretta verso coste lontane, piena di speranza e piena di paura.

E vide un uomo cattivo, voleva quel potere a tutti i costi, era l’uomo che aveva ucciso prima.

Ora Fabio sapeva tutto, aveva la risposta a tutte le domande, ma non aveva quello di cui aveva bisogno. Non aveva lei. Si riprese all’improvviso, con la stessa velocità con cui era cominciata quella visione. Ora si trovava sulle scale del palazzo dove abitava, in Via Ferrante. Guardava la pioggia ed era solo. Poco prima, o forse un’eternità, aveva tra le sue braccia l’amore della sua vita. L’unica ragazza che gli aveva fatto battere il cuore, ed ora non era lì con lui.

Continuava a guardare la pioggia, l’unica cosa che gli veniva da pensare erano le parole di Pino Daniele. Non riusciva a togliere quella canzone dalla mente.