19 Febbraio 2000

Mi presento, mi chiamo Alessandro. Non è importante sapere il mio cognome, per chi fa il mio lavoro è meglio non dare troppi dettagli. Che lavoro faccio? Sono uno scassinatore a tempo pieno. Avete capito bene. Sono specializzato nell’aprire cose. Lucchetti, porte, auto, casseforti. Ho un curriculum di tutto rispetto, faccio questo lavoro da quando ero piccolo.

Lo ricordo ancora, la prima volta avevo otto anni. Mia madre aveva accidentalmente chiuso la porta di casa mentre lei era fuori ed aveva lasciato all’interno le chiavi. In quel caso c’erano due opzioni. La prima era chiamare i vigili del fuoco, magari anche la polizia, avrebbero scassinato tutto e avremmo dovuto ricomprare la serratura e buttare le chiavi. La seconda opzione era chiamare un amico di famiglia che avrebbe fatto tutto senza conseguenze. Non è difficile capire quale delle due si decise di attuare. Quando vidi Vincenzino detto “mani di fata” rimasi abbagliato. Sembrava un eroe arrivato a salvare gli innocenti, come nei film in TV.  Durò tutto pochi minuti, con le sue mani magiche armeggiò un piccolo pezzo di ferro e poco dopo la porta era aperta e tutti erano felici. Io non ci potevo credere, avevo la bocca aperta dallo stupore. Si rivolse a me, chiedendomi se volessi rivedere quel trucco. Lo rifece con la stessa precisione, poi mi prese le mani nelle sue e mi fece ripetere i gesti. Ricordo ancora le sue parole.

“Piccirì, queste però sono cose da grandi. Comportano dei rischi, ma se vuoi quando sarai cresciuto puoi venire da me”

Non aspettai che una settimana, mi feci trovare fuori casa sua ogni giorno per quattro giorni, poi si convinse. Da quel giorno divenni il suo aiutante fino all’ultimo dei suoi giorni. Da lui ho imparato tutto e, non per vantarmi, penso di essere il più bravo da queste parti. Non voglio annoiarvi sui dettagli della mia vita. Non sono qui a vantarmi dei miei colpi, altrimenti potrei scrivere un intero libro. Ho fatto piangere imprenditori, calciatori famosi, avvocati, tutte le categorie di ricchi. Quasi tutto su commissione, non mi piace scegliere le mie vittime. Penso anche di avere una sorta di etica, se così si può chiamare. Quando devo fare un colpo mi informo prima, se secondo me vale la pena e la vittima è un uomo molto ricco allora accetto, se invece si tratta di una persona già povera allora rifiuto senza problemi. Per questo motivo ho deciso di accettare quel caso nel Febbraio del 2000. Il mio ultimo colpo.

Sono qui a raccontarlo per un motivo. Non per vanto, non per confessione personale per espiare i peccati di una vita precedente, ma per mettere in guardia chiunque stia leggendo. Leggete bene e non distraetevi per nessun motivo.

Tutto era cominciato un sabato mattina. Mi trovavo fuori ad un bar su Piazza San Vitale a bere un caffè. Non giudicatemi, non mi stavo propriamente riposando. Quelli che mi conoscono sanno che il bar in questione è uno dei miei, per così dire, uffici. Ce ne sono tanti di posti come quello in città. Chi vuole parlare con me mi deve cercare in uno di quei bar, si siede al tavolino e mi espone la richiesta. Quel sabato fecero così anche due signori distinti. Si avvicinarono al tavolino e chiesero del sottoscritto, li feci sedere e loro cominciarono a parlare a bassa voce. Mentre parlavano continuavano a guardarsi intorno sospettosi. Gli ripetevo che quel posto era tranquillo e che dovevano fidarsi.

Il bersaglio sulla carta era dei più semplici, il colpo che chiunque vorrebbe fare. Si trattava di una casa abbandonata da anni in Via Bagnoli, bisogna semplicemente entrare, aprire una cassaforte e prendere il contenuto. Nulla di più facile per uno del mio calibro, quasi un’offesa. Presi i loro contatti e rimanemmo d’accordo che li avrei contattati appena avrei controllato e deciso.

Non fu difficile trovare le informazioni che cercavo, avevo dei contatti in zona che mi dovevano dei favori. La villa era veramente antica, appartenuta ad una famiglia nobiliare del ‘700 ma disabitata dagli anni Settanta. L’ultimo abitante della casa era un vecchio Barone morto di vecchiaia in solitudine. Un punto a favore del sì, il furto non avrebbe impoverito nessuno e poi se c’era qualcosa di valore in quella casa meglio ripulirla subito prima che qualche drogato lo avrebbe fatto al posto mio. Per qualche giorno feci dei sopralluoghi veloci allo stabile. Sembrava davvero vecchio, di sicuro non c’erano sistemi antifurto. Probabilmente le serrature erano ancora quelle vecchio stampo, in pratica quelle che lavoravo da piccolo con il mio maestro.

Usai una cabina telefonica in strada per mettermi in contatto con i due tizi. Gli diedi appuntamento per un incontro di persona in modo da definire i dettagli. Tutto il contenuto della cassaforte salone in cambio di due milioni di lire. Una cifra enorme, allettante quanto sospetta. Ma io sono uno che non sputa mai nel piatto in cui mangia quindi accettai, il furto si sarebbe compiuto la notte seguente.

Il giorno dopo preparai tutto l’occorrente e aspettai le due di notte per recarmi in zona. Un tratto in macchina un altro a piedi come sempre. Scavalcai il cancello rapidamente, approfittando del tempo morto tra il passaggio di due auto. Camminai abbassato in modo che il piccolo muretto nascondesse la mia presenza. Mi spostai di lato per visionare tutte le finestre della villa quando vidi che dietro una di queste al piano di sopra si vedeva un’ombra. Era proprio l’ombra di una persona dritta davanti alla finestra, con la tenda chiusa da un solo lato. La mia prima reazione fu di rabbia. Pensai subito che i due signori volessero incastrarmi, prepararmi un colpo in apparenza facile per prendermi sul fatto. O magari, peggio ancora, la casa non era affatto disabitata ma qualcuno poteva farmi secco. In entrambi i casi rischiavo grosso. Però, piuttosto che tornarmene indietro e andare dai miei clienti decisi di attendere qualche minuto.

Stranamente quella figura non cambiava posizione. I minuti passavano e non ci fu nessun movimento quindi pensai di essermi sbagliato. Magari era un vecchio mobile o un oggetto che era stato spostato vicino alla finestra e da quella posizione pensavo fosse un uomo. L’idea mi diede coraggio quindi passai a perlustrare il retro della villa in cerca di un ingresso secondario. Fu facile trovarlo, si trattava di una vecchia porta di legno con una serratura comune. Presi l’occorrente e iniziai a maneggiare gli strumenti giusti finché non sentii il mio rumore preferito. Il “tic” della serratura che scatta e che mi dà il benvenuto in casa. Spruzzai un po’ di lubrificante sui cardini in modo da non farla cigolare. La prudenza non è mai troppa.

Lasciai la porta aperta in modo da creare un po’ di luce in quel buio totale. Tutte le finestre erano chiuse con delle ante in legno e le pesanti tende scure non permettevano nemmeno ad un piccolo fascio di luce di entrare. Una volta che i miei occhi si abituarono al buio cercai un interruttore. Era giusto una prova perché immaginavo che nessuno pagasse le bollette da decenni. Cambiai la posizione dell’interruttore tre volte ma invano, non c’era corrente. Presi una torcia e perlustrai quella prima stanza.

Si trattava della cucina, con la torcia illuminai tutti gli angoli per fugare la presenza di topi o insetti. Sembrava abbastanza pulito ma c’era disordine. Su un tavolo da lavoro erano sparpagliati vari coltelli, qualche anta era aperta e si intravedevano dei barattoli di vetro, probabilmente conserve andate a male. Il forno era chiuso mentre a terra c’erano piccole macchie scure. Un sottile strato di polvere ricopriva tutti i mobili. Decisi di uscire da quella stanza per proseguire.

Mi ritrovai in quello che può definirsi un disimpegno. Sulla destra una porta chiusa, sulla sinistra una rampa di scale. Presi la maniglia e provai a girarla ma la porta non si mosse. Probabilmente era chiusa a chiave ed avrei dovuto forzarla. Mi balenò però in mente un pensiero. Le scale conducevano al piano di sopra ed avevo ancora in mente quell’ombra che vedevo da fuori. Volevo a tutti i costi controllare quella stanza ed essere sicuro che fosse vuota, tutto qui. Una sorta di paura irrazionale, vedete voi. Salii le scale che scricchiolavano sotto il mio peso. Cercai in tutti i modi di essere quanto più silenzioso possibile. Una volta sopra mi trovai davanti un piccolo corridoio che passava davanti a quattro stanze. Sono un tipo che sa orientarsi bene, quindi arrivai alla conclusione che era la stanza in fondo a destra quella della finestra che avevo visto prima.

Camminai nel corridoio quando fui attratto dalla prima stanza sulla sinistra. La porta era sbarrata da cinque assi di legno, sembrava che qualcuno volesse proteggere a tutti i costi il contenuto. Proseguii ed arrivai alla stanza sulla destra. Aprii lentamente la porta mentre la torcia illuminava l’interno. Era una camera da letto. Su un lato c’era un baldacchino rosso scuro, di fronte un armadio con tutte le ante aperte, era completamente vuoto. Guardai in direzione della finestra. Le tende erano chiuse del tutto e non c’era nessun oggetto accanto. Ero stranito, ero sicuro che quella fosse la stanza che vedevo dal basso e quella doveva essere la finestra. Possibile che mi fossi sbagliato? Dovevo controllare le altre stanze, tanto di tempo ne avevo parecchio. Uscii dalla camera da letto sentii un rumore alle mie spalle, come un cigolio. Mi voltai e vidi che una delle ante dell’armadio era chiusa. Forse qualche spiffero di vento, nulla di preoccupante.

Entrai in un’altra stanza adiacente, una sorta di camera di lettura. Tre pareti su quattro erano coperte da una grande libreria in legno che traboccava di libri. Per curiosità illuminai qualche titolo, niente che avessi mai sentito prima d’ora. Per lo più erano libri non in italiano, in latino forse, ma non so dire con certezza perché non ho mai studiato il latino. Erano tutte edizioni vecchie, con rilegatura in pelle. Forse dovevo ritornare in quella casa e provare a prendere qualcuno di quei libri, sembravano valere tanto. Al centro della stanza c’era una poltrona, a terra un libro ancora aperto. Mi avvicinai quindi alla finestra per ispezionarla ma questa era addirittura sbarrata da assi di legno. In quell’istante sentii un fruscio, mi girai di scatto e vidi che le pagine del libro si stavano muovendo. All’inizio sembravano muoversi per opera di un colpo di vento, poi mi resi conto che sembrava proprio che una forza invisibile stesse sfogliando pagina per pagina finché non si fermò. Mi avvicinai stranito ed illuminai il libro. Era aperto su una pagina che mostrava sulla sinistra un’illustrazione e sulla destra una sorta di poesia. Guardai incuriosito l’immagine, era spaventosa. Ritraeva un uomo che urlava, a terra c’era disegnato un cerchio ed una stella, mentre alle spalle dell’uomo era raffigurata l’immagine di un demone.

Rabbrividito uscii dalla stanza, volevo solo scendere e completare il colpo. Nel corridoio però apparve qualcosa di ancora più strano. Sentii uno strano rumore dalla stanza sbarrata. Con l’aiuto del silenzio intorno avvicinai l’orecchio alla porta. Quello che sentivo sembrava un leggero pianto femminile. Non riuscivo a dare una spiegazione, forse la suggestione mi stava giocando un brutto scherzo. Come poteva essere che una donna stesse piangendo in una stanza chiusa da chissà quanto tempo. Cercavo di dare una spiegazione quando il pianto diventava sempre più incalzante fino a che sentii delle richieste di aiuto. E’ difficile descrivere quello che provai, da un lato io ero solo un ladro che doveva prelevare un bottino e scappare, dall’altro ero un uomo che non può ignorare una richiesta di aiuto tra l’altro di una donna.

Decisi di aprire la porta. Con l’aiuto di un piede di porco tolsi le assi e spalancai la porta. Quando illuminai il contenuto con la torcia ebbi la pelle d’oca. Quella doveva essere una stanza delle torture, sui muri erano appesi vari strumenti del dolore, fruste, tenaglie, catene. C’era un tavolo di legno con larghe macchie scure, probabilmente sangue secco, ed una sedia con delle fibbie per tenere ferme gambe e braccia. Nella stanza non c’era nessuno. Mi girai intorno per cercare meglio ma in quella stanza spoglia e senza finestre ero l’unico essere umano presente.

Lasciai quella stanza inorridito, chissà quali macabri divertimenti allietavano il Barone nelle giornate noiose. Scesi al piano terra e presi ad aprire risoluto la porta sbarrata, probabilmente proprio il salone dove cercare la cassaforte. Cercai di aprire velocemente mentre in testa avevo ancora le gride di quella donna. Ora, a distanza di tempo, ho il dubbio che quelle voci non fossero solo nella mia testa.

Finalmente aprii la porta, cercai di fare più luce possibile per orientarmi. Il salone era grandissimo, un grande tavolo era posto al centro della stanza, circondato da otto sedie. Stranamente la tavola era apparecchiata, c’erano piatti, bicchieri e posate in ordine come per preannunciare l’inizio di una cena. Percorsi con lo sguardo le quattro pareti, inorridendo nel vedere i quadri che ritraevano pomposi personaggi blasonati. Secondo le indicazioni dietro uno di quelli doveva esserci la cassaforte. I miei due clienti mi avevano avvisato che era quello che ritraeva lo stesso Barone vestito da cacciatore insieme al suo cane, con un fucile in una mano ed un coltello nell’altra. Identificai il quadro, secondo i miei gusti davvero orrendo, e camminai nella sua direzione.

Ero a due passi dal dipinto quando all’improvviso mi bloccai. Non nel senso che state immaginando, le gambe non riuscivano più a muoversi. Rimasi ancora con il piede di porco in mano quando mi accorsi che i piedi stavano piantati a terra e sebbene mi sforzassi non riuscivo a camminare. Guardai a terra facendomi aiutare dalla luce della torcia e vidi qualcosa che ancora oggi fatico ad accettare. mi trovavo sulle assi del pavimento, ma proprio intorno a me era disegnato con una vernice rossa un cerchio e con all’interno una stella. Il disegno era identico a quello presente nell’illustrazione del libro. Credetemi se vi dico che quando lo realizzai provai in tutti i modi di staccare le gambe dal pavimento ma senza risultato.

Ora, voi immaginate un tipo come me, che non ha nemmeno mai creduto ai Santi, quando vide quello che sto per raccontarvi. Un vento improvviso arrivò nella stanza, ricordate che le finestre erano chiuse e l’unica porta ancora aperta era quella da cui sono entrato, in cucina. I quadri cominciarono a muoversi sulle pareti, come comandati da una strana forza. Il terremoto era un’ipotesi da scartare infatti io ero ancora immobile. Di colpo tutti i candelabri presenti in quella stanza si accesero. Tutte insieme le fiamme presero vita danzando aiutate da quello strano vento. La luce di quei fuochi illuminò la stanza che si mostrava ora sotto i miei occhi.

Le pareti erano coperte da una carta da parati di colore scuro su cui erano molto visibili delle macchie rosse. Era sangue, lo immaginavo. Sulle pareti c’erano trofei di caccia, teste di cervi, orsi, lupi. Su una delle pareti però non c’erano solo animali. Quelle in bella mostra erano delle teste umane, ancora con i volti distorti dalla paura. Erano uomini, donne, giovani, vecchi. Erano tanti e ricoprivano interamente una parete alta. Non riuscivo a cogliere l’ironia di mostrare un abominio del genere. Le fiamme delle candele si abbassavano e si alzavano quando all’improvviso i quadri smisero di muoversi. Le cornici intendo. I disegni interni invece iniziarono a muoversi.

C’era un quadro raffigurante una giovane ragazza in posa seria. Quell’espressione cambiò e la ragazza mostrò un sorriso diabolico. E si muoveva! Quella risata mi raggelò il sangue nelle vene. La risata fu interrotta da un lamento, mi di lato girai e vidi che il quadro che ritraeva un anziano signore. Era seduto su una sedia ma si alzò per mostrare i polsi e le caviglie legati da solide catene. Alzai lo sguardo istintivamente, sulla volta del soffitto c’era un disegno che prendeva tutta la superficie. Raffigurava da un lato una schiera di angeli e da un altro un’orda di demoni. Una sorta di giudizio universale ma con squadre miste, per intenderci.

Mi aspettavo il peggio, infatti all’improvviso vidi il volto degli angeli diventare impaurito, sentivo le loro parole incomprensibili ma che esprimevano terrore. Dall’altro lato i demoni presero vita e si diressero nella direzione opposta. In pochi secondi vidi una scena che definire raccapricciante è poco. Gli angeli cercavano di scappare in quello scenario a due dimensioni mentre i demoni li rincorrevano e li divoravano. Dilaniavano le loro carni, strappavano le loro ali, litigavano per contendersi le stesse ossa. Dal soffitto cadevano gocce rosse, e ancora oggi non riesco a pensare che quelle fossero solo gocce di pittura.

Un Inferno. La parola perfetta per descrivere tutto quello che vedevo era “Inferno”. Le teste affisse al muro cominciarono a piangere. Guardavano proprio me e piangevano, forse erano in pena per quello che mi stava capitando. Ancora oggi mi capita di svegliarmi di notte e non prendere più sonno. Nelle orecchie ancora sento quei lamenti, quelle risate immonde, quelle urla di dolore. In tutto quel frastuono avevo dimenticato il Barone.

Già, il proprietario della villa era ancora nel quadro di fronte a me ma io stavo guardando altrove. Quando diressi lo sguardo verso il suo dipinto lo vidi lasciare il guinzaglio del cane. L’animale scrollò la testa e dal collo ne emersero altre due. Le bocche si aprirono mostrando denti aguzzi e bavosi. Il barone era ancora serio, stranamente il volto non era trasfigurato come quello degli altri quadri. Respirò profondamente poi iniziò a intonare una strana poesia in un’altra lingua. Appena iniziò ad intonare quelle parole intorno a me si formò una strana nebbia. Da terra saliva e si addensava formando delle figure strane finché non vidi dietro di me la forma distinta di un mostro, quello che avevo visto nel libro della biblioteca.

A quel punto dovevo prendere una decisione, provare il tutto per tutto ed uscire da quella follia oppure urlare come il tizio nel disegno e soccombere a quella bestia. Decisi per la prima anche se non sapevo come. Cercai ancora invano di muovere le gambe ma nulla. Provai perfino a togliermi le scarpe ma era impossibile. In mano avevo ancora il piede di porco, decisi che avrei usato quello. Guardai a terra, forse il disegno poteva essere la chiave. Con l’aiuto dell’arnese provai a scheggiare le assi di legno in corrispondenza del cerchio, i pezzi colorati andavano via. Capii di essere sulla strada giusta quando vidi che il barone dal quadro mi vide e prese a recitare il suo rituale più velocemente. Dovevo sbrigarmi. In poco tempo riuscì a staccare il cerchio creando uno spazio e il piede destro improvvisamente si staccò da terra. La forma di nebbia alle mie spalle si stava abbassando. Provai a fare lo stesso con la stella fino rompere totalmente l’asse di legno su cui era disegnata. L’altra gamba si mosse e caddi a terra, le mani andarono a finire una pozza di liquido rosso formatasi dalle gocce che scendevano ancora dal soffitto.

Pensavo di essere finalmente al sicuro, ma un lugubre silenzio piombò nella stanza. Mi girai verso il quadro e vidi che il Barone stava uscendo per venire verso di me. Avete capito bene, non era più in quelle due dimensioni ma il busto era già fuori dal dipinto. Senza pensare due volte mi alzai e scappai verso la cucina pensando che lì ci fosse la mia via di salvezza. Niente di più sbagliato.

Entrai in cucina e subito vidi che qualcosa non quadrava. I coltelli non erano più sul tavolo e i barattoli di vetro erano stati tolti dalla credenza, erano stati disposti in fila su un mobile. La luce della torcia li stava puntando e non potei fare a meno di guardarne il contenuto. In uno più grande c’erano degli occhi, in un altro dita umane, in un altro ancora quelle che sembravano delle lingue. Era un incubo da cui avrei voluto svegliarmi.

Ci pensò uno dei coltelli. Sì, perché all’improvviso sentì una fitta di dolore nel polpaccio sinistro. Emisi un urlo e vidi che dentro la mia gamba c’era uno dei coltelli che prima erano sul tavolo. Chi era stato? In quel momento non mi interessava, dovevo soltanto scappare. Vidi gli altri coltelli fendere l’aria per colpirmi, non so nemmeno io come riuscii ad evitarli. Corsi verso la porta da cui ero entrato ed uscii fuori, chiudendola alle mie spalle. Corsi verso il cancello principale zoppicando ancora per la ferita e scavalcai il recinto. D’istinto uscendo alzai lo sguardo verso la finestra e vidi che non c’era più nessuna figura accanto al vetro. Corsi disperatamente verso l’auto, la misi in moto e partii senza una direzione precisa. Penso di essere stato un’ora a girare per Napoli senza meta. Tornai a casa e la prima cosa che feci fu richiamare il numero che mi era stato dato dai miei clienti. Inutile dirvi che quel numero risultava sconosciuto, da quella notte non ebbi più contatti con loro. Cercai in tutti i modi di scovarli ma non ci riuscii. Un dubbio da quella sera mia attanaglia. Che forse quei due erano gli organizzatori di quello strano rito? I discendenti o i mitomani del Barone che avevano organizzato tutto per un banchetto del loro eroe?

Ad oggi non ho ancora una risposta a quella domanda. Quello fu l’ultimo mio colpo, da allora non sono stato più in grado di entrare in una casa senza essere invitato. Ho cambiato città, ho cambiato vita ma gli incubi li ho ancora oggi.

Un consiglio per voi che state leggendo, conservatelo gelosamente fino alla morte. Non andate mai in quella casa, statene alla larga. Succedevano e succedono cose strane. E se un giorno si avvicinano verso di voi due signori distinti che vi propongono un lavoro facile in cambio di tanti soldi non accettate. Per amor di Dio non accettate mai.