20 Agosto 2009

Sul Corso Garibaldi il negozio del signor Diego era un’istituzione per tutti. Da giovane il proprietario era sempre stato un appassionato di fotografia, ma all’epoca non aveva il tempo per fare il fotografo di professione. Lavorava in fabbrica come suo padre, doveva provvedere a portare avanti la sua famiglia. Quella sua passione però gli era rimasta, da sempre. Iniziò comprando e rivendendo agli amici i pezzi delle macchine fotografiche comprate nei mercatini. Sapeva che alcuni di quei pezzi non erano, per così dire, puliti, ma gli fruttavano bene. Poi allargò il suo business riparando e rivendendo attrezzatura professionale ai fotografi. Era diventato un maestro in quel che faceva. Smontava e rimontava ogni pezzo con la maestria di un chirurgo, dava una nuova vita a macchine fotografiche che erano morte. Le sue mani per molti erano magiche.

Decise quindi di sfruttare quel suo “dono” acquisito con il lavoro duro e con la fame di conoscenza. Aprì un piccolo negozietto in Corso Garibaldi. Provvedeva alla riparazione e alla compravendita di materiale per fotografi. Dopo il primo anno fu “costretto” ad ampliarsi. La clientela cresceva e insieme ai servizi offerti creò una camera oscura dove sviluppava i negativi. In poco tempo divenne un punto di riferimento per tutti gli appassionati di fotografia. Aveva l’opportunità di maneggiare gli strumenti più sofisticati e di imparare sempre di più. Disassemblava, costruiva, ideava. Spesso migliorava gli strumenti su cui posava le mani. Tutti in zona si recavano da lui anche solo per avere dei consigli. Ma la sua conoscenza non era infinita, purtroppo.

Con il tempo le macchine fotografiche divennero sempre più indistinguibili dai computer per Diego. La pellicola era sempre meno utilizzata e nel mercato si affermarono con prepotenza le macchine digitali. Quella che era un’arte pensata per valorizzare pochi importanti attimi stava diventando un semplice passatempo per immortalare ogni istante della vita, anche quelli meno rilevanti. La fotografia da eterna stava diventando momentanea, una raccolta di pixel da cestinare quando la memoria di archiviazione era satura. Prima era diverso. I negativi, la carta fotografica, lo studio della luce, dell’esposizione, la speranza che nessuna foto fosse bruciata. Diego pensava a questo ogni volta che metteva le mani su una digitale. Ma forse era solo il suo romanticismo o forse gli anni che avanzavano a renderlo triste.

Lui intanto si rallegrava ogni volta che un cliente gli portava un oggetto più vecchio. Quello sì che per lui era motivo di gioia e soddisfazione, come quel pomeriggio in cui entrò in negozio un timido signore di mezza età. Era basso e con un velo di tristezza sul volto.

-Salve, siete voi il signor Diego?

-Per servirla. Con chi ho il piacere di parlare?

-Mi chiamo Gennaro, mi hanno parlato molto bene di voi. Sono il cognato del panettiere di fronte. Ho un problema con questa macchina fotografica e lui mi ha detto che voi siete proprio l’uomo di cui ho bisogno

Giuseppe è troppo gentile. Ditemi cosa posso fare

L’uomo prese dalla borsa una vecchia macchina fotografica istantanea e la mise sul bancone, davanti a Diego.

-Questa l’ho comprata una settimana fa a mia moglie. Sapete, non sta attraversando un buon momento, pensavo che uscendo e facendo qualche foto si sarebbe ripresa

-Un bel pensiero, complimenti. Cos’ha che non va?

-Non glielo so dire, magari me lo saprete dire voi. Guardate queste foto che ho scattato ieri

L’uomo tirò dalla borsa alcune Polaroid. Diego le osservò attentamente. Nella prima il soggetto era un divano, la foto appariva scura come se fosse sbagliata l’esposizione. In un’altra invece c’era una donna in primo piano, anche in questa il colore prevalente era il marrone, come se il soggetto fosse stato esposto ad un effetto strano. Non si riuscivano a vedere i tratti distintivi del volto. Un’altra foto invece ritraeva una finestra rotta, la parete intorno era scura.

-Sembrano tutti errori di esposizione

-Ho pensato la stessa cosa anche io, la cosa strana è che quella finestra non è rotta. E i colori non sono per nulla reali, a casa le pareti hanno una carta da parati azzurra. La foto di mia moglie è quella che più mi ha impressionato, si vede solo la sagoma ed è di colore marrone. Sembra una di quelle mummie ritrovate nei ghiacci

Diego non poteva che dargli ragione. Tutte le foto avevano qualcosa di inquietante.

-Posso dare una ripulita ai componenti interni e all’obiettivo. Direi che può anche passare domani pomeriggio per venirla a ritirare, in questo periodo non ho molto lavoro

-Perfetto, grazie. A domani allora

-Queste foto posso tenerle?

-Certo, non so che farmene

L’uomo si congedò timidamente ed uscì dal negozio. Diego mise la macchina fotografica in uno scatolo e segnò nome e cognome del cliente, poi lo mise da parte insieme ad altri pezzi da riparare.

Erano le cinque del pomeriggio e non ci furono altri clienti fino alla chiusura. La curiosità era troppa quindi decise di lavorare sulla macchina fotografica istantanea. Provò a fare qualche foto del negozio. L’ingresso, il bancone, la vetrina. Le istantanee uscivano dalla bocca della macchina e dopo qualche soffio sopra compariva l’immagine. Sembravano normali, le immagini erano nitide e i colori reali. Provò giusto un altro paio di scatti ma non cambiò nulla. Decise di smontare la parte anteriore e pulire delicatamente l’obiettivo e il mirino. Rimontò tutto e fece qualche altro scatto all’esterno. Iniziò a notare qualcosa di strano. Le foto mostravano un cielo bianco, nuvoloso, alzando gli occhi al cielo però era tutto azzurro. Non c’erano nuvole e la calura estiva faceva posto ad una leggera brezza fresca.

Diego ritornò all’interno e provò a smontare e rimontare i pezzi per controllare eventuali difetti di fabbricazione. Finì l’operazione giusto in orario prima di chiudere bottega. Prese la macchina fotografica e la portò con sé a casa però, voleva far vedere anche a sua moglie quello strano difetto. Arrivò a piedi a casa, abitava vicino al suo negozio. Quando aprì la porta quello che vide lo lasciò sorpreso.

Non c’era solo sua moglie, Rita, in cucina. Vicino a lei a dare una mano c’era anche Cesare, il loro figlio. Appena Diego lo vide corse verso di lui ad abbracciarlo. Lavorava a Roma con la sua famiglia, non aveva sempre tempo per scendere a Napoli per un saluto. Si era arruolato nell’Esercito appena maggiorenne, dopo i primi anni al Nord aveva finalmente ottenuto un avvicinamento ma non nella sua amata città natale. Era stato assegnato ad una caserma a Roma, lì aveva conosciuto Anna, che sarebbe diventata sua moglie e gli avrebbe dato due figli maschi. Quella sera aveva approfittato di un momento libero per scendere a salutare i suoi genitori in compagnia del figlio più grande.

-Che ci fai da queste parti? Sei venuto senza nemmeno avvisare?

-E’ stata una scappata veloce. Ripartiamo domani mattina per Roma. Sono stato assegnato per un nuovo incarico e starò via per un po’ di tempo. Ne ho approfittato per stare un po’ con voi

-Mi fa piacere. Di che incarico si tratta?

-Mi hanno assegnato a Milano per Strade sicure. Sarò di pattuglia con turni stressanti. Passerà qualche mese prima che possa rivedere gli altri

-Ciao nonno!

-Ciao Remo! Come ti sei fatto grande!

Mentre Cesare e Rita finirono di preparare la cena, Diego si rilassò giocando un po’ con il nipote. Era molto vispo ed intelligente e nel tempo aveva dato mostra di aver ereditato la passione del nonno per la fotografia. Diego gli fece vedere la sua collezione di macchine fotografiche personali che teneva nascoste gelosamente nella stanza che era stata la cameretta di Cesare. In quel momento si ricordò di avere ancora nella borsa la macchina istantanea che aveva portato a casa per fare qualche foto di prova.

-Tieni Remo, fai un po’ di foto con questa. Devo provare se funziona bene e mi servono un po’ di test

-Certo nonno. Agli ordini!

Intanto la cena era pronta e tutti si riunirono in sala da pranzo per mangiare insieme. I grandi parlavano e discutevano dei progetti riservati per il loro futuro mentre il ragazzino girava per il tavolo facendo foto a raffica.

-Quindi starai a Milano per un po’

-Sì, almeno un paio di mesi. Poi vediamo se riescono a salire Anna e i bambini o dovrò scendere io in licenza. Tu invece? Il lavoro come va?

-Come al solito, alti e bassi. Ultimamente più bassi che alti. Ormai la fotografia è alla portata di tutti. Non è più una passione per pochi, fare soldi ora è più difficile

-Ma perché non ti riposi? Ormai io sono sposato ed avete due bei nipoti. Trasferitevi da noi a Roma, così vi godete un po’ di riposo

-Sei gentile a chiederlo ma sono ancora follemente innamorato del mio lavoro

In quel momento Rita lo guardò con un’espressione contrariata. Diego la cinse con un braccio.

-Andiamo, Rita. Capisci cosa intendo. Il negozio è il mio personale museo dei ricordi. Andarmene sarebbe difficile. E poi, in molti hanno ancora bisogno di me e dei miei servigi

Finirono la cena e si prepararono per andare a letto. Cesare e Remo dormirono nel divano letto, erano così stanchi che crollarono in pochi minuti.

Il giorno seguente fecero tutti colazione insieme tranne Remo, ne approfittò per dormire qualche ora in più. Lui e il padre sarebbero stati in giro fino a metà mattinata per poi ripartire prima di pranzo. Diego li salutò calorosamente quando si congedò per andare al lavoro. Fece come al solito la sua passeggiata per recarsi in negozio, quella mattina nonostante il caldo il cielo si coprì completamente. Sembrava che stesse per piovere da un momento all’altro. Di solito succedeva così, pioveva e il caldo aumentava di colpo. Diego affrettò il passo, anche perché non aveva l’ombrello e non aveva nessuna voglia di bagnarsi.

Quella mattina ci furono nuovi clienti, per la maggior parte fotografi venuti nel suo studio per sviluppare i loro negativi, ma c’era anche qualcuno venuto a comprare o riparare macchine fotografiche. Fu impegnato fino quasi ad ora di pranzo. Il troppo lavoro gli aveva fatto venire un languorino, aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Approfittò della presenza di un amico fidato per allontanarsi dal negozio e andare a comprare qualcosa in panetteria. Si allungò di qualche metro proprio verso la bottega di Giuseppe. Quella mattina aveva già pensato di andare da lui e raccontargli di suo cognato ma era così indaffarato che l’aveva dimenticato. Voleva tranquillizzarlo per dirgli che stava lavorando a quello strano caso e che lo avrebbe sicuramente risolto. Quando si ritrovò davanti al negozio vide il proprietario che stava chiudendo la saracinesca e attaccando un foglio.

-Giuseppe, tutto bene? Stai chiudendo già?

L’uomo si girò verso Diego, aveva il volto rigato dalle lacrime mentre faceva un cenno con il capo.

-Giuseppe, che succede? Stai piangendo?

-E’ successo stanotte, ma ci hanno avvisati soltanto ora

-Cosa è successo?

-Mia sorella… e il marito… non ci sono più

-Mi dispiace, condoglianze. Cosa è accaduto?

-Mia sorella soffriva di depressione da qualche anno, mio cognato ha fatto di tutto per tirarla su di morale. Stanotte c’è stato un boato ed hanno trovato i loro corpi carbonizzati. Forse una fuga di gas o forse…

Diego si ricordò di quel dettaglio, il giorno precedente l’uomo gli aveva accennato al fatto che la moglie non stava attraversando un buon periodo. Il panettiere era ancora scosso dalla notizia della perdita di sua sorella e del marito, Diego non insistette con le domande e cercò di tranquillizzarlo. Ritornò al suo negozio con una strana sensazione. Era sempre stato un tipo empatico, anche in quel momento non riusciva a togliersi dalla mente quell’episodio triste.

All’improvviso il cellulare suonò. Era sovrappensiero, la chiamata lo fece saltare. Era suo figlio, rispose.

-Ciao pà, tutto bene?

-Tutto bene Cesare, voi?

-Tutto ok. Stiamo partendo in questo momento. Nel giro di un paio di ore saremo a destinazione. Mamma mi ha riempito di conserve da portare a casa, ho la macchina tutta carica

-Va bene, buon viaggio allora. Avvisaci quando arrivate

-Certo pà. Grazie. A proposito, Remo ha lasciato la macchina fotografica a casa, nel primo cassetto del mobile in soggiorno

-Va benissimo. Ci sentiamo dopo allora

Mise giù, sul suo volto spuntò un piccolo sorriso. Pensava a suo figlio che ormai era adulto, per un genitore è sempre difficile vederli come grandi. Si ha sempre la sensazione che siano bambini, da proteggere. Ma gli anni passano, per tutti. Era contento della vita che aveva scelto ed era entusiasta dei suoi due nipoti.

Riprese a lavorare, dal bancone prese la scatola contenente le Polaroid scattate il giorno prima con la macchina fotografica da riparare. Ancora quel pensiero triste, non riusciva a toglierselo dalla testa. Guardava quelle foto che imprimevano i ricordi distorti che appartenevano alle due vittime. Forse erano gli ultimi momenti felici che avevano vissuto insieme. La depressione era una brutta cosa, lo sapeva bene. Per fortuna lui e sua moglie avevano sempre superato insieme ogni momento difficile, il suo lavoro e il carattere solare di lei erano la sua salvezza.

Mentre stava visualizzando le foto, qualcosa attirò la sua attenzione. Una voce, delle parole. Si rese conto che il suo amico nel negozio aveva acceso il televisore posto nel retrobottega. Era il telegiornale regionale, alle orecchie di Diego arrivarono imponenti parole come “disgrazia”, “incendio”, “scoppio”. Lasciò le foto sul bancone ed andò anche lui nel retro. Si fermò davanti alla TV ed alzò il volume. Dallo schermo un giornalista commentava le immagini di una disgrazia capitata nel quartiere di Materdei.

I vicini di casa delle vittime sono stati svegliati dopo l’una di notte da un forte boato ed hanno avvisato subito le autorità. Sono in corso le indagini per spiegare l’accaduto, in mattinata i tecnici specializzati valuteranno i danni al palazzo e mettere in sicurezza le altre abitazioni. Dalle prime indagini sembra che l’incendio sia divampato dalla cucina, probabilmente una fuga di gas. Secondo le dichiarazioni dei vicini la coppia conduceva una vita tranquilla. La donna soffriva di una grave forma di depressione e non era solita farsi vedere in giro.

Diego ascoltava quelle parole mentre dallo schermo il filmato mostrava la folla davanti al palazzo, i vigili del fuoco, il fumo che saliva dal secondo piano. Poi le immagini della casa. L’incendio doveva essere durato parecchio perché le pareti erano completamente annerite, si riusciva ad intravedere quello che poteva essere un salotto o una cucina. C’era una finestra rotta, probabilmente la deflagrazione aveva mandato in mille pezzi il vetro. Diego osservava la scena mentre gli venivano in mente le parole della povera vittima che descriveva le pareti coperte dalla carta da parati azzurra. Quelle stesse pareti ora erano irriconoscibili dal video. Stava pensando proprio a quello quando si bloccò.

Nella testa le immagini del servizio giornalistico si sovrapponevano ad altre immagini. Quelle impresse sulla Polaroid. Non poteva essere, ci doveva essere un’altra spiegazione. Pensava, il cuore gli batteva forte, la mano tremava e nella tensione fece cadere il telecomando. Il rumore dell’oggetto che toccava terra lo destò. Ritornò subito al bancone, le foto erano già disposte in fila davanti ai suoi occhi.

Nella prima c’era la foto del divano, nella testa di Diego c’era la spiegazione dei colori scuri. Erano l’effetto del fuoco, il divano, le pareti, tutto era carbonizzato come nel video visto al telegiornale. Prese una foto in mano e la avvicinò agli occhi. Doveva ritrarre la moglie del cliente, quelle tinte marroni erano quelle di un corpo bruciato. Quella che stava vedendo era la donna che era stata fotografata, ma non come compariva il giorno prima. Anche lei carbonizzata. Poi c’era la foto della finestra, l’uomo aveva detto che non era rotta, nella foto invece lo era. Quella stessa finestra era stata ripresa dagli operatori ed era proprio uguale a come era nella foto.

Diego si tolse gli occhiali e riposò le foto sul bancone. Com’era possibile? Le foto erano esatte, solo che lo erano con un giorno di anticipo. Qualsiasi cosa avesse fotografato, sull’istantanea era stato impresso il soggetto come sarebbe stato diventato il giorno dopo. Si ricordò di aver fatto qualche foto anche lui, le prese dal mucchio. Quelle all’interno del negozio non avevano nulla di strano, quelle all’esterno invece lo erano. Il giorno prima era sereno, quello dopo invece no. Ed infatti le foto mostravano le nuvole che non c’erano 24 ore prima. Sentì un mancamento improvviso e dovette sedersi. Rimase intontito per qualche minuto mentre l’amico cercava di riportarlo alla realtà senza successo.

Si alzò di colpo, doveva controllare quella ipotesi, per quanto strana potesse essere. Doveva ricontrollare la macchina fotografica, vedere le foto scattate dal nipote la sera prima. Era tutto a casa però, suo figlio gli aveva detto che Remo aveva posato tutto ma non ricordava dove. Si incamminò verso la sua abitazione e nel frattempo chiamò Cesare per farsi dire quell’informazione. Nessuna risposta, probabilmente stava guidando e non poteva rispondere. Affrettò il passo e dopo pochi minuti arrivò a casa.

Rita aprì la porta, si allarmò subito vedendo il volto pallido del marito.

-Ho corso un po’, sono solo affaticato. Sai Remo dove ha lasciato la macchina fotografica che gli ho dato ieri?

-Non saprei, prova a vedere nella sua stanza

Diego perlustrò ogni angolo dell’ex cameretta di Cesare ma non trovò nulla.

-Perché non lo chiami e ti fai dire da lui?

-Ho provato prima ma non mi ha risposto. Vediamo in salone

Aprirono qualche cassetto, poi Diego la vide. La prese con cura, sotto c’erano le foto istantanee fatte dal nipote la sera prima. Le prese mentre la mano tremava ancora, aveva paura di guardarle. Si fece coraggio.

La prima ritraeva la tavola imbandita, sembrava normale. Nella seconda invece c’era Rita che sorrideva verso l’obiettivo, anche questa non aveva nulla di anomalo. Poi c’era un’altra che lo ritraeva, aveva lo sguardo serio ed un colorito molto pallido, il suo volto non guardava direttamente l’obiettivo. Non ricordava gli fosse stata scattata quella foto, forse il ragazzino aveva continuato mentre gli altri parlavano tra di loro. Prese un’altra foto, e si pentì di averlo fatto.

La foto ritraeva lui, sua moglie e suo figlio che discutevano, Cesare aveva il volto completamente coperto di sangue e sembrava che gli mancasse il braccio sinistro. La vista cominciò ad annebbiarsi, senza accorgersene Diego cominciò a piangere. Sfogliò le altre foto, Cesare compariva sempre allo stesso modo. Non poteva, o meglio, non voleva credere a quello che vedeva. Le foto cadevano una ad una mentre le scorreva. Finché non arrivò ad una in particolare, temeva che fosse lì in mezzo.

Un selfie, quel tipo di foto era così comune tra i giovani, sapeva che Remo non avrebbe resistito alla tentazione. Ce n’erano almeno una decina, tutte ritraevano il nipote in primo piano ma il viso era irriconoscibile. Mancava la mascella e un occhio penzolava dall’orbita. Si inginocchiò e cominciò a piangere a dirotto.

Rita non capiva, perché suo marito aveva una crisi di pianto vedendo quelle foto. Le raccolse da terra e le guardò, poi abbracciò suo marito per calmarlo.

-Che succede Diego? Che scherzo è questo? Quelle foto sono ritoccate?

-Chiamali, Rita. Chiama di nuovo Cesare e fatti dire come sta

La donna fece come le era stato ordinato, prese il telefono di casa e digitò le cifre che sapeva a memoria. Una strana sensazione la pervase, ebbe l’impressione che il marito sapesse qualcosa che non le aveva detto. I primi squilli furono interminabili, poi finalmente sentì una voce che conosceva.

-Pronto!

-Cesare, tutto bene?

-Sì mamma, siamo ripartiti da poco. Ci siamo fermati per una sosta tecnica all’autogrill

-Ok, c’è tuo padre qui che mi ha detto di chiamarvi. Non so bene perché…

-Passamelo, lo tranquillizzo io

Rita passò la cornetta a Diego.

-Ciao Cesare

-Ciao pà. Cos’è questa voce? Sei preoccupato?

-Sì… cioè no. Avevo un presentimento strano. Niente di che

-Tranquillo, qui è tutto sotto controllo. Sono in vivavoce, qui c’è anche Remo che ti saluta

-Ciao nonno! Qui tutto bene

-Mi fa piacere sentirtelo dire. Buon viaggio allora

-Grazie nonno, a presto

-Ok pà, ci sentiamo dopo allora

-Ok…

Stava per concludere la frase quando sentì dalla cornetta il rumore di un clacson. Sembrava una di quelle trombe dei camion, come se si avvicinasse sempre di più al telefono. Il suono di una frenata poi un rumore assordante, il frastuono di un colpo. Lamiere che si piegano, acciaio che si rompe, vetri che si infrangono. Davanti agli occhi di Diego si materializzò il suo più grande incubo. Rimase con la cornetta in mano guardando il vuoto, poi iniziò a chiamare per nome suo figlio e suo nipote. Urlò i due nomi finché non arrivò di nuovo Rita che preoccupata gli strappò dalle mani la cornetta.

-Pronto. Pronto! Cesare!

La linea cadde, Rita provò a richiamare ma nessuno rispose. Si voltò e vide suo marito a terra. Subito si riversò su di lui.

-Diego! Amore, che succede!

Un dolore forte al cuore, quelle emozioni erano troppo anche per lui. Aveva assistito alla morte in diretta di suo figlio e suo nipote. Sapeva cosa era accaduto, un incidente d’auto, forse un tir li aveva colpiti ed ora non c’erano più. Se solo avesse capito prima, se solo avesse intuito che la macchina fotografica gli aveva mostrato il futuro riservato ai due, forse avrebbe potuto evitarlo. Quella domanda non ebbe mai risposta, intanto il cuore che prima batteva così forte si stava fermando. Non aveva più tempo di spiegare cosa era successo, riuscì solo a dire una semplice parola mentre indicava la macchina istantanea.

Bruciala

Era meglio se quell’oggetto infernale non esistesse più. Chissà da dove proveniva, nell’ultimo istante prima di andarsene, Diego pensò che non solo era capace di mostrare il futuro ma forse era anche la causa delle disgrazie che si erano verificate in quei giorni. Nessuno avrebbe dovuto più utilizzare quell’arnese maledetto.

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