29 Ottobre 2010

Un’altra notte, un altro bar. Uno dei tanti, non importa quale. Anzi, solo una regola magari, mai troppo affollato. Meglio non dare nell’occhio. Magari meglio ancora se in un quartiere diverso ogni volta. L’importante è sedersi al bancone ed ordinare subito qualcosa di forte. Niente cocktail, solo puro alcol in bicchiere di vetro senza ghiaccio.

Forse dopo i primi cinque o sei bicchieri qualche barista farà la faccia strana, forse uno spirito nascosto da boy scout lo farà tentennare a servire l’ennesimo drink, ma alla fine sanno tutti come va a finire. Il cliente aprirà il portafogli e farà vedere quei pezzi di carta stampata colorati che aprono tutte le porte e a quel punto il boy scout sparisce e lascia il posto all’uomo con il simbolo dei dollari negli occhi.

Conosceva bene i suoi polli, sapeva come ottenere quello che voleva, ed era sempre lo stesso. Qualcosa che lo facesse sballare, che gli intorpidisse la mente. Da fuori non si sarebbe detto, ma poi sapeva bene quando era il momento di smettere. Sapeva quando arrivava al punto giusto, quello in cui la mente finalmente si distacca dalla realtà e vive in un confuso mondo di sogni e illusioni. Perché lui, Marcello, lo sa bene che a volte bisogna fuggire dalla realtà e nascondersi nel mondo dei sogni. A volte vale la pena vivere in un incubo piuttosto che nel mondo reale.

Quella notte non faceva eccezione, l’uomo solitario vagava tra le vie del centro alla ricerca di un nuovo bar. Si muoveva con passo felpato come una preda che controlla il suo territorio di caccia. Passò davanti ad un paio di locali che già conosceva. Tirò dritto continuando la sua ricerca. Si avvicinò ad un nuovo bar ma quando aprì la porta venne letteralmente inondato dal volume altissimo di una musica elettronica. Non era di quello che aveva bisogno. Voleva solo un posto dove sedersi e bere, anche se non un posto silenzioso ma magari solo un po’ di musica di sottofondo. Quella bolgia era troppo anche per lui, richiuse la porta e continuò a camminare.

I minuti passavano, controllava l’orologio in continuazione mentre l’ansia saliva. Doveva trovare un riparo, non poteva far passare troppo tempo. Forse era meglio tornare indietro e ritornare in un bar già visitato in precedenza? O forse doveva dare una speranza a quel buco chiassoso? Camminava senza nemmeno più guardare agli angoli della strada. Una strana sensazione di paura stava per prendere il sopravvento. Alzò la mano destra e la guardò con attenzione, stava tremando. Un quasi impercettibile movimento delle dita, ma lui le sentiva benissimo muoversi. Forse era solo paranoia, o forse stava per andare in crisi di astinenza. Non sapeva ancora cosa fosse ma iniziava a preoccuparsi seriamente.

Percorse qualche metro guardando il pavimento lastricato di pietra lavica. Non si curava neanche delle persone contro cui sbatteva mentre imprecava sottovoce. Si appoggiò ad una porta senza maniglia che si aprì sotto il suo peso. Entrò all’interno senza nemmeno capire dove. Fece qualche passo respirando a fatica, poi sentì qualcosa e sgranò gli occhi.

Era musica, musica dolce da lounge bar. Le note lo rilassarono ed ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. Intorno a lui vide dei divanetti e dei tavoli apparecchiati. Davanti c’era un grosso bancone in vetro dietro il quale una ragazza stava pulendo dei bicchieri. La luce era soffusa per rendere l’ambiente più confortevole. Ora era sicuro, era dove doveva essere. Un bar che non ricordava.

Riprese a respirare a grandi boccate mentre i muscoli si rilassavano. Chiuse gli occhi, li riaprì, il bar c’era ancora. Non era un sogno quindi.

Si avvicinò al bancone guardandosi intorno mentre controllava i volti dei clienti. Non voleva assolutamente attirare l’attenzione, fuggiva dagli sguardi dei visi sconosciuti. Arrivò allo sgabello davanti al bancone e con il manico della camicia si asciugò la fronte bagnata di sudore.

-Cosa desidera?

Marcello era sovrappensiero quando la voce femminile gli parlò. Alzò la testa ed il suo sguardo incontrò due bellissimi occhi azzurri contornati da una linea nera. Mise a fuoco il resto del viso, la ragazza lo guardava con un’espressione dura ma interessata. La bocca coperta da un rossetto nero era chiusa in una mossa interrogativa e creava un delizioso contrasto con i capelli biondissimi. Un dettaglio particolare, un piccolo tatuaggio a forma di cuore sul collo. Passarono diversi secondi di silenzio prima che la ragazza ripeté la stessa domanda.

-Cosa desidera? Vuole un menu?

-No… no, grazie. Un bicchiere di Vodka. Liscio

La barista si girò e prese la bottiglia di Vodka sullo scaffale, versò in un bicchiere e lo porse a Marcello. Lui ringraziò timidamente poi prese con forza il bicchiere dal bancone e lo svuotò tutto d’un fiato. Posò il bicchiere sul vetro e chiuse gli occhi. La sensazione che gli dava l’alcol era difficile da descrivere. Sentiva il sapore del liquido che gli scendeva nella gola mentre i nervi si allentavano e un leggero senso di intorpidimento lo avvolgeva.

Riaprì gli occhi e guardò di nuovo la barista.

-Un altro. Doppio

La ragazza alzò un sopracciglio. Non le era mai capitato un cliente così esigente. Era seduto da pochi minuti e già aveva ordinato un quantitativo di roba che lei non sarebbe stata in grado di reggere.

Senza ribattere gli versò un altro bicchiere e glielo porse. Come per il primo, glielo strappò quasi dalle mani e bevve con avidità. Appena finito si alzò di corsa e si avviò verso il bagno seguendo le indicazioni sul muro. La barista rimase allibita per qualche secondo prima di voltarsi e continuare a lavare i calici.

Marcello entrò nel bagno sbattendo la porta. Rimase stupito dalla pulizia di quel posto. Doveva essere un bar completamente nuovo per avere ancora tutto intatto. Entrò in una delle porte interne e prese ad urinare. Mentre lo faceva chiudeva e gli occhi e assaporava il momento, sembrava che qualcuno lo stesse dondolando dolcemente. Si immaginò di essere su una zattera in mezzo al mare mentre le forze lo abbandonavano e un raggio di sole gli illuminava il viso. Quella visione mistica però durò poco.

Riaprì subito gli occhi sentendo un forte rumore alle sue spalle. Si sistemò velocemente ed aprì la porta del bagno. Rimase immobile e in silenzio per percepire ogni minimo rumore.

Niente, era sparito.

Si mosse lentamente in più direzioni per controllare meglio ma non c’era nessuno. Tirò un sospiro di sollievo e si accostò al lavandino. Prese il sapone e cominciò a strofinarsi le mani sotto un getto d’acqua gelida. Stava godendo il momento di pace quando per due volte la luce si spense per pochi attimi. Alzò lo sguardo e vide il suo viso nello specchio-. Non era la sua serata migliore e lo notava osservando il volto scavato davanti a lui. A vederlo da fuori chiunque lo avrebbe evitato.

Fu in quel preciso istante che vide qualcosa. Un singolo fotogramma proprio nel momento in cui la luce si accese prima di spegnersi nuovamente. Quello che vide era un volto sconosciuto proprio accanto al suo. Ebbe un sussulto, sentì un calore improvviso mentre il cuore iniziava a battere velocemente. Quando la luce si accese di nuovo nello specchio c’era solo lui, ma ormai era in preda allo spavento più cupo.

Si asciugò velocemente le mani sui pantaloni ed uscì a passo spedito fuori dal bagno. Passò davanti al bancone e prese posto sullo stesso sgabello di prima. Mentre i pensieri confusi viaggiavano nella mente vide un bigliettino spuntare sul bancone proprio sotto il suo naso. Alzò lo sguardo ed incrociò di nuovo i bellissimi occhi della barista, stavolta però l’espressione era dura.

-Prego, questo è suo

-Cosa?

-Il conto di quello che ha preso

Marcello passò in pochi attimi dallo stupore alla rabbia, complice anche lo stato di agitazione della visione precedente. Prese lo scontrino dal bancone e lo strappò in piccoli pezzi.

-Chi ti ha detto che abbia finito di ordinare? Ritorna al tuo posto e servimi un altro bicchiere della roba più pesante che hai. E senza ghiaccio!

Senza rendersene conto aveva alzato la voce attirando l’attenzione di alcuni presenti. La barista non sapendo cosa fare si girò e prese un’altra bottiglia da uno scaffale e iniziando a riempire il bicchiere. Nessuno si accorse di come tremava mentre porgeva il bicchiere di vetro al cliente che si era seduto nuovamente sullo sgabello.

Senza mai distogliere lo sguardo dalla ragazza, Marcello prese il bicchiere e lo svuotò con un solo sorso. Era ancora rosso dalla rabbia quando lo posò sul bancone. Non riuscì a controllarsi, l’impatto fu così forte che la lastra di vetro si incrinò. La barista era già abbastanza scioccata, quando vide i pezzi di vetro saltare via, emise sonoramente un grido di terrore. Subito dopo si portò le mani alla bocca, rendendosi conto ormai che tutti guardavano nella sua direzione.

-Cos’è? Ti sei spaventata per un po’ di vetro rotto? Tieni, compralo nuovo. Vedi qui dentro quanti soldi ci sono? Se continuo a pagare tu devi continuare a servirmi da bere, capito?

La musica si fermò di colpo e il brusio di sottofondo divenne lentamente un silenzio imbarazzante. Una figura imponente si avvicinò a Marcello da dietro e gli toccò gentilmente la spalla.

-Signore, le chiedo di lasciare subito il locale

Marcello si girò di scatto e guardò negli occhi l’uomo. Un palestrato nero vestito da bodyguard, maglietta attillata per esaltare il fisico scolpito e occhiali scuri come il cielo all’esterno del bar.

-E tu chi sei? Vieni pagato per trattare così i clienti che pagano? Chiamami il responsabile di questo posto di merda e vediamo

-Abbassi la voce, sta disturbando gli altri clienti. Mi segua fuori in modo da chiarire la situazione

-Io non devo chiarire un bel niente. Lasciami subito o io…

Non finì di terminare la frase che in preda alla disperazione ritornò accanto al bancone e prese un bicchiere pieno di un liquido color ambra. Caricò il braccio e colpì il viso del buttafuori. Si sentì un rumore della cartilagine che si rompeva. Il ragazzo si accasciò in ginocchio tenendosi il naso tra le mani che si coloravano lentamente di rosso.

Marcello vide il bodyguard a terra e una sensazione di esaltazione gli pervase lo spirito. Alzò le braccia in segno di vittoria e guardò tutta la platea.

-Allora? Qualcun altro ha qualcosa da ridire oppure posso passare la mia serata in tranquillità?

Ormai tutti lo guardavano, davanti a lui c’erano solo espressioni piene di terrore e disgusto. Ma lui se ne fregava. Abbassò il braccio che ancora stringeva il bicchiere usato come arma e lo portò alla bocca per berne il contenuto, qualsiasi cosa fosse. Fu in quel momento che avvertì un dolore forte poco sopra la nuca. L’ultima cosa che pensò prima di tramortire a terra fu il sapore troppo dolce del drink che stava bevendo. Poi fu tutto scuro.

Prima di riaprire gli occhi, Marcello pensò di essere ancora su quella zattera in mezzo al mare che aveva visualizzato prima nel bagno del locale. Riusciva quasi a sentire sul viso il calore del sole mentre lentamente il sonno spariva. Avvertì subito un dettaglio molto importante, non c’erano onde e quindi era sparita la confortevole sensazione di dondolio che tanto gli piaceva. Una volta resosi conto di non essere dove voleva sbarrò gli occhi e si alzò di scatto.

Si girò per capire dove fosse. Era in un appartamento che non conosceva. Era su un divano, davanti a lui su un tavolino c’era del caffè mentre a terra era poggiata una bacinella azzurra.

Marcello stava facendo mente locale su quanto era accaduto, gli vennero in mente le ultime scene prima del buio. Il colpo al bodyguard, la sensazione di onnipotenza, il dolore alla testa. Con la mano destra si toccò leggermente dietro alla nuca ed avvertì una fitta leggera mentre toccava la parte indolenzita. Raccoglieva i pezzi di un puzzle che ancora non aveva tutti i tasselli quando sentì una voce alle sue spalle che non riuscì a riconoscere subito.

-Vedo che ti sei ripreso. Ti conviene stare ancora un po’ seduto sul divano. Riposati e mettiti in forze

Si girò velocemente e la vide. Capelli biondi e viso senza ombra di trucco. Senza il rossetto nero non la riconobbe subito ma bastò vedere il piccolo tatuaggio sul collo per arrivarci. Era la barista del locale in cui era andato quella sera.

Una serie infinita di domande gli riempirono la testa. Perché era lì con lui? Quale era il suo ruolo in quello che era successo? Perché ricordava che prima fosse spaventata mentre ora sembrava più sicura e tranquilla?

Marcello stava per dire qualcosa quando perse l’equilibrio e sprofondò sul divano.

-Te l’ho detto che era meglio riposarsi. Non sei ristabilito del tutto

-Tu… Tu cosa….

-Non sforzarti a parlare. Lo capisco, vuoi capire cosa è successo. Non ti preoccupare, ti prendo un bicchiere d’acqua e ti racconto tutto

Come promesso si allontanò solo qualche secondo per prendere un po’ d’acqua fresca per lui. Si avvicinò e gli porse gentilmente il bicchiere, poi si sedette sul divano di fianco a lui.

-Allora, da dove cominciamo? Ah, ecco, prima di tutto ti chiedo scusa. Ero spaventatissima quando stasera hai messo KO l’imponente Ibrahim. quando l’ho visto a terra con il naso rotto ho pensato che fossi il classico bullo che avrebbe causato solo altri guai quindi mi sono presa la briga di prendere una bottiglia di Tequila e colpirti dietro la testa. Hai perso subito i sensi ma non ci saranno conseguenze gravi, forse qualche altro mal di testa nei prossimi giorni

Appena finì quella frase, Marcello si toccò istintivamente la nuca e avvertì di nuovo il dolore.

-E’ stata una reazione affrettata ma comunque sbagliata. C’è da dire che te la sei cercata, però. Fatto sta che altri dipendenti del bar ti hanno subito preso e portato all’esterno. Ti hanno lasciato sul marciapiede di fronte, accanto a dei bidoni della spazzatura. Quando ho finito il mio turno e sono uscita dal locale eri ancora lì addormentato. Non me la sono sentita di lasciarti da solo. In fondo era anche colpa mia se eri in quello stato. Ho chiesto una mano ad altri ragazzi e ti ho caricato in macchina e portato a casa mia

-Perché? Perché lo hai fatto se prima ero stato così…

-”Stronzo”. La parola corretta è “stronzo”. Non so, forse perché prima di lasciare tutto e cambiare vita avevo cominciato gli studi di infermiera. O forse perché so bene come ci si sente ad avere a che fare con un ubriaco cronico. Anche mio fratello beveva come una spugna, quasi sempre finiva le serate all’interno di un’ambulanza diretto verso un pronto soccorso. Non mi andava di tornare a casa e fare i conti con il senso di colpa. Ti ho portato qui e ho fatto qualcosa per te

-Perdonami, hai ragione. Non devi scusarti tu, la colpa è solo mia

-Ok, allora ritiro subito le mie scuse e accetto le tue. Prendi un altro po’ di caffè, se devi vomitare ancora c’è la bacinella pulita accanto al divano

Vedendo quel bel sorriso che sbocciava sul viso della ragazza, Marcello ebbe un pensiero che non gli era mai venuto mai in mente. Pensò che anche solo per aver conosciuto una persona così gentile valesse la pena vivere senza rifugiarsi nei propri sogni o incubi. Non gli sembrava vero che qualcuno avesse fatto qualcosa per lui senza aver chiesto nulla in cambio. Si diede un pizzicotto sul braccio per controllare che fosse ancora sveglio. Lo era. Forse valeva la pena anche aprirsi con lei e confidargli i suoi segreti.

-Grazie. Grazie ancora. Devo andare ora, quanto tempo ho dormito? Sarà giorno ormai

-In realtà non molto. Ho finito il turno all’una, quando siamo arrivati qui ti sei svegliato un paio di volte ma non eri cosciente e probabilmente non te lo ricordi. Ti ho dato una mano a farti passare la sbornia. Abbiamo camminato per tutta la stanza e ti ho fatto bere litri di caffè. Se non hai ancora il classico mal di testa allora direi che stai già bene ma ti sconsiglio di andare via ora. E’ ancora buio, puoi stare qui stanotte. Riposati sul divano così appena fa giorno sarai in forze per andare. Io ora non ho sonno quindi sarò sveglia nell’altra stanza quindi vedi di non fare brutti pensieri. C’è il mio coinquilino che dovrebbe rincasare verso le cinque quindi sappi che non sarò sola

-Aspetta, aspetta. Stai dicendo che non è ancora giorno? Che ore sono?

-Le quattro e mezza passate. Ma perché ti interessa così tanto?

Marcello si alzò subito dal divano e si avvicinò ad una piccola finestra chiusa. Aprì la tenda e tirò su la tapparella. Fuori vide la città in tutto lo splendore. Un cielo nero e pieno di stelle sovrastava le vie cittadine illuminate dai lampioni gialli. Un silenzio sacro sanciva il sonno profondo in cui le persone erano sprofondate.

La ragazza si avvicinò all’uomo e gli toccò una spalla.

-Tutto bene? Ti vedo agitato, qualcosa non va? Per caso soffri di vertigini?

Marcello si girò verso di lei, il volto rilassato di prima non c’era più ed aveva lasciato posto ad un’espressione che lei aveva già visto qualche ora prima, davanti al bancone del bar.

-Non c’è tempo da perdere. Dammi qualcosa di forte

-Scusa?

-Ti ho detto di darmi qualcosa di forte. Non hai a casa dei liquori, una birra, qualcosa di più pesante?

Il viso della ragazza divenne una maschera di delusione e paura. Si fece coraggio ed affrontò l’uomo.

-Senti… tipo. Non so nemmeno come ti chiami ma so cos’è una crisi di astinenza e davanti a me ne vedo una. Pensi ti abbia portato qui, curato, passato del tempo a pulire il tuo cazzo di vomito dal pavimento per sentirmi dire “dammi qualcosa di forte”? Tu ora ti risiedi sul divano e vedi di dormire prima che io chiami qualche mio amico che non vede l’ora di sfogare un po’ di frustrazione su di te. Hai capito?

-Sei tu che non capisci. Devi muoverti, ti prego. Ho bisogno di alcol

Appena finita la frase piombò in cucina a rovistare tra i mobili e i cassetti.

-Ma dimmi un po’, pensi che perché io faccio la barista ho degli alcolici a casa? Adesso ti faccio vedere io, un po’ di spray al peperoncino sugli occhi e ti passerà la voglia di bere

La ragazza andò di corsa nella sua camera per prendere la borsetta all’interno della quale portava sempre con sé lo spray al peperoncino.

Intanto Marcello cercava con avidità in un cassetto quando tutto intorno si fece buio per una frazione di secondo.

Si bloccò sgranando gli occhi.

La luce andò via una volta ancora, poi un’altra. Respirava a fatica mentre si girava in ogni direzione. Solo lui sapeva cosa stava per accadere. Passarono pochi secondi che per lui durarono un’eternità. Stava per rimettere le mani nel cassetto quando sentì un rumore. Si girò di lato e vide una sedia al centro della stanza, prima ricordava di averla vista di fianco al tavolo. Alzò gli occhi al cielo, stava cominciando di nuovo.

-No, no, no, no. Vi prego…

Sentì subito qualcosa di freddo sulla spalla sinistra, poi sulla spalla destra. Il tocco di una mano ma fredda come il ghiaccio. Era terrorizzato, poi un’altra mano si posò sulla testa e la girò.

Finalmente li vide, erano solo in tre ma sapeva che sarebbero potuti aumentare in poco tempo. Erano persone o meglio un tempo lo erano state, ora erano solo anime in pena. Fantasmi, ma della peggior specie. Non li aveva mai visti prima d’ora ma sapeva bene chi fossero.

La prima volta gli era successo due anni prima in seguito a quel brutto incidente. Stava lavorando come muratore in un cantiere quando cadde da un’altezza considerevole e fu portato all’ospedale più vicino. Rimase in coma per quattro mesi poi con gran stupore dei medici si svegliò. Tutti urlavano al miracolo ma Marcello non sapeva ancora che quello stesso giorno sarebbe cominciato il suo incubo personale.

Durante la prima notte in ospedale da redivivo si svegliò e chiamò un’infermiera per essere assistito. La porta della stanza si aprì ma non era la persona che si aspettava che entrò nella camera. Era una bambina con un lungo vestito scuro. Capì subito che lui stava guardando nella sua direzione e gli si avvicinò.

-Tu mi vedi?

-Chi sei? Ti sei persa?

-Allora tu mi vedi? Che bello!

-Chi sei?

In quel momento sentì dei passi e vide l’infermiera entrare e chiedergli in cosa poteva essere utile. Domandò a lei se conoscesse quella bambina ma la sua risposta ebbe l’effetto di un cazzotto nello stomaco.

-Bambina? Mi scusi ma qui non c’è nessuna bambina, ci siamo solo io e lei. Vuole che chiami il medico per farle aumentare il dosaggio della flebo?

La bambina che lo guardava ai piedi del letto uscì dalla stanza. Marcello pensava fosse un’allucinazione isolata ma dovette ricredersi già dalla notte successiva. Ogni volta si presentavano da lui nuovi fantasmi, nuove anime alla ricerca disperata di un tramite con il mondo terreste. Avevano capito che lui possedeva un dono.

Tutti gli chiedevano qualcosa. C’era chi voleva far sapere ai parenti in vita che esiste qualcosa dopo la morte, chi chiedeva solo di sapere dove fossero i propri cari, e poi c’erano loro. La feccia, quelli che anche senza vita si nutrivano di odio e voglia di far del male. Qualcuno gli faceva visita per recapitare messaggi di morte ai conoscenti terreni ma la maggior parte usava Marcello come propria vittima sacrificale. Godevano nel fargli provare terrore, nel compiere su di lui le azioni più nefaste che gli erano negate dal momento della morte.

Sapevano che se lo percuotevano gli provocavano del male, se lo graffiavano lui sanguinava, che quando lui era presente potevano interagire con il mondo terreno, muovere degli oggetti. Era un vero e proprio incubo per Marcello e quei pochi con cui riuscì ad aprirsi stentavano a crederlo. Pensavano tutti che fossero le conseguenze al cervello dovute ai mesi in coma.

Era solo.

Con il tempo però capì che solo di notte gli spiriti venivano a fargli visita e che l’unico modo per evitare quel supplizio era dormire. Quando cadeva in un sonno profondo loro non si manifestavano. Era quella la sua unica occasione, rifugiarsi in un sogno per fuggire dall’incubo della realtà.

All’inizio si fece aiutare da tranquillanti e sonniferi ma con il tempo il suo corpo si abituò ai farmaci e riusciva a stare sveglio anche dopo interi flaconi. Fu in quel periodo che quasi per caso scoprì la sua salvezza. L’alcol. Quando era brillo non aveva problemi. Nelle notti in cui non riusciva a prendere sonno bastava ubriacarsi, abbandonarsi alla sensazione di torpore degli alcolici per non attivare quella sua speciale vista.

Era destinato ad una vita di inferno, agli occhi degli altri era solo un ubriacone incallito mentre solo lui sapeva il fardello che portava.

-Eccoci, non ci saluti?

-Sei bello sveglio, ti vedo in forma

-Non ti siamo mancati?

Marcello sapeva di non avere chance con loro. La barista lo aveva reso sobrio quindi la sua personale arma era scarica. Si rese conti di essere impotente e si arrese alla volontà di quei demoni.

Fu quello che gli teneva ferma la testa a cominciare. Afferrò con forza i capelli li tirò con prepotenza. Il volto dell’uomo andò a sbattere contro lo spigolo del tavolo provocandogli un dolore lancinante al naso.

-Non tenertelo tutto per te, lasciamelo un po’.

Un secondo spirito corse verso la sua vittima che era riversa a terra e le diede un calcio nel costato. Marcello buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni mentre si rannicchiò in posizione fetale per attutire i colpi successivi. L’altro continuò a percuoterlo senza fermarsi, pervaso da un malsano sadismo.

Il terzo dei tre nel frattempo prese un coltello dal cassetto ancora aperto. Fu ammonito da un suo compagno.

-No! Non ancora, giochiamo un altro po’

Quest’ultimo afferrò nuovamente per i capelli Marcello e lo alzò in piedi. Avvicinò il volto orrendo al suo e gli parlò.

-Non mi dire che sei già stanco. Vediamo se sei così sveglio da saper contare

Fu in quel momento che arrivò in cucina la ragazza. Vide il suo ospite di spalle, in piedi in una strana posa con le braccia allargate. Pensò che si fosse bloccato in seguito alla crisi. Ne approfittò per fare qualche passo in avanti verso di lui. Voleva accecarlo con lo spray prima che fosse troppo tardi.

Poi si fermò e si rese conto che qualcosa di strano stava avvenendo sotto i suoi occhi.

-Uno!

Il fantasma urlò così forte che Marcello pensò che chiunque avesse sentito la sua voce. Purtroppo sapeva che non era possibile. Al suo comando un altro spirito prese il pollice della sua mano destra e lo portò all’indietro fino a fargli toccare il dorso. Il rumore della falange che si slega dalla sua posizione originale era disgustoso. Marcello emise un urlo disumano mentre dietro di lui la barista osservava la scena senza riuscire a dare una spiegazione.

-Due!

Anche l’indice seguì lo stesso destino dell’altro dito. Ancora un dolore fortissimo.

-Tre!

Era il turno del medio. Marcello resisteva al dolore sperando solo che qualcuno o qualcosa potesse salvarlo. Intanto la ragazza rimaneva impietrita vedendo quelle dita che si muovevano da sole in modo innaturale, come se una forza sconosciuta le stesse spezzando. Si portò le mani alla bocca per reprimere un urlo. ma quando vide che anche l’anulare e il mignolo si girarono non riuscì a trattenersi.

Fu un grido lungo, di paura, di terrore. Marcello riaprì gli occhi e provò a voltarsi verso di lei. La mano che gli teneva i capelli però lo bloccava e lui non aveva abbastanza forze.

-Cosa credi di fare? Lei non può aiutarti e noi siamo solo all’inizio

Gli prese un braccio e glielo girò all’altezza del gomito. Fece lo stesso anche con l’altro mentre le urla di terrore della ragazza continuavano senza sosta alternate da quelle di dolore dell’uomo.

Marcello tentò il tutto per tutto e cominciò a parlare ad alta voce.

-Ti prego uccidimi! Fallo, ti prego. Non posso spiegarti tutto ma per pietà, uccidimi!

-Pensi che quella ragazza spaventata possa darti una mano? La crocerossina che si è presa cura di te stasera? Smettila e fai l’uomo. Lei non ti aiuterà mai

Lo spirito aveva ragione. La barista era in preda ad una crisi di nervi. Urlava e si copriva le orecchie per non sentire le richieste della povera vittima. Era spacciato, e tutto a causa dell’opera da buon samaritano di quella ragazza ignara di tutto.

Fu allora che vide un’unica soluzione, però doveva agire in fretta. Disse qualcosa sottovoce, poche parole incomprensibili che attirarono l’attenzione del fantasma.

-Cosa hai detto? Non ho capito

Ripeté la frase senza aumentare il volume della voce. A quel punto l’aguzzino avvicinò l’orecchio alla bocca di Marcello per decifrare quella frase criptica. Era l’occasione che lui stava aspettando. Se loro potevano fargli del male di notte allora anche lui poteva fare lo stesso.

Aprì la mascella, allungò il collo in avanti quanto basta e serrò la mandibola di scatto. Il demone urlò di dolore mentre si portava entrambe le mani sull’orecchio. Marcello sputò il pezzo di lobo a terra, non c’era nessuna traccia di sangue. Quella intuizione gli aveva garantito una libertà temporanea, lo spirito si allontanò mentre saltava quasi danzando per il dolore. Ora però era solo a metà, mancava un’ultima azione per essere finalmente libero.

Gli altri due spiriti guardavano la scena sorpresi, probabilmente non avevano mai pensato che anche loro potessero farsi del male. Approfittò di quei brevi attimi per spingersi in avanti e caricare verso il terzo. Con la braccia spezzate penzolanti si gettò a grande velocità su di lui. Capì subito di aver finalmente vinto.

Il fantasma si rese conto di quello che era accaduto solo quando Marcello si allontanò da lui. La lama del coltello che aveva ancora in mano uscì dall’addome completamente rosso di Marcello. Si inginocchiò a terra mentre un rivolo di sangue fuoriusciva dalla ferita e bagnava la camicia, i pantaloni, il pavimento. Un sorriso beffardo illuminò il suo viso, era finalmente libero anche se il prezzo che aveva pagato era più grande di quanto avesse pensato. Prima di abbandonarsi alla morte disse solo una frase, sottovoce, ma suonava come una sentenza inamovibile.

-Ora diventerò uno dei vostri. E sarò io a dare la caccia a voi…

Poi si accasciò a terra ed esalò l’ultimo respiro mentre intorno a lui le urla della ragazza continuavano senza sosta.

5 risposte a “29 Ottobre 2010”

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